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> The Imp Of The Mind, libro di Baer
 
Dr.Dock
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Capitolo Quinto

Guardare in faccia la paura: l' esposizione.

"La vera forza, il vero coraggio si ottiene solo quando ti fermi, decidi di non scappare, e guardi
in faccia la paura.
Solo così sarai in grado di dire a te stesso: "Sono passato attraverso questo orrore. Non c'è più
nulla al mondo che non saprò affrontare"
Anna Eleanor Roosevelt (1884-1962)


Alcuni dei miei pazienti rimangono scioccati quando dico loro che l'unico modo possibile per avere la meglio sui pensieri intrusivi è quello di affrontarli faccia a faccia.
"Ma non ci sarebbe un modo un pò più indolore?", spesso mi chiedono, ricordandomi che hanno passato una vita intera a cercare di evitarli e a nascondersi.
La mia risposta è che non esiste altro metodo altrettanto rapido ed efficace quanto lo è quello dell'esposizione diretta ai fattori ansiogeni.
Difatti, gli studi che sono stati condotti in tutto il mondo a partire dagli anni 60" e fino ai nostri giorni hanno confermato che esporsi in maniera continuata e frequente, da una a due ore al giorno, è assolutamente vitale per poter iniziare a ridurre le peggiori ossessioni, in tutti i sofferenti di Doc.
I principi di questa terapia che si basa sull'esposizione sono semplicissimi:
Esponetevi alla situazione che più vi provoca ansia, paura, forte disagio, per una o due ore al giorno, resistete all' inevitabile tentazione di cedere e all'inizio, mentre la state vivendo, non fate assolutamente nulla per distrarvi o rassicurarvi.
Non fatevi, tuttavia, ingannare dalla semplicità di questa affermazione perché essa contiene in sè una potentissima medicina.

Ad esempio, due recenti studi sulle neuro-immagini eseguite all' UCLA hanno scientificamente confermato che queste istruzioni, apparentemente semplicistiche,rappresentano il primo trattamento non farmacologico che può provocare una modifica nella chimica del cervello e un conseguente, netto, miglioramento.
Allo stesso modo, un mio collega, il Dr. Isaac Marks dell' Ospedale Maudsley di Londra, ha tenuto una serie di conferenze in tutto il mondo riguardo all'importanza di diffondere tutta una serie di informazioni mediche (relativamente molto semplici) e ad ampio raggio.
In una bellissima analogia egli ci ricorda che, a dispetto di tutti i milioni di dollari che sono stati spesi per attrezzature mediche all'avanguardia, a volte bastano anche delle semplici indicazioni (che ora vedremo), come quelle diffuse dall'Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO) alla madri dei paesi del terzo mondo, che sono riuscite a salvare moltissime vite.
“Si consiglia a queste povere donne di bollire una pentola d'acqua, mettere dentro un pizzico di sale, mescolare il tutto, assaggiarlo, e quando il liquido non è troppo caldo, versarlo con un cucchiaino sul corpo del loro bimbo, aspettando che piano piano venga assorbito dal corpo".
Dietro queste semplici indicazioni, il Professor Marks ci ricorda che ci sono ben 2 secoli di studi e ricerche, inerenti il fenomeno della disidratazione e della osmolarità del sangue e il modo per combatterlo.
In definitiva, egli, psichiatra esperto anche di disturbo ossessivo-compulsivo, ci sta dicendo, con questa analogia tra le indicazioni per guarire dal Doc e quelle dell'WHO per combattere il problema della disidratazione nel terzo mondo, che a volte dietro un problema importante ci possono essere delle soluzioni semplici, ma non semplicistiche, come quelle indicate dalla terapia che si basa sull'esposizione diretta alla paura.
Entrambe dipendono moltissimo dalla capacità individuale di accettare questo metodo e riconoscerlo per ciò che è: un metodo che vale la pena di applicare e che non è pericoloso.
Al contrario risulta essere molto efficace.


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L'Abitudine: la chiave dell'Esposizione

Per avere chiaro il motivo per cui una terapia basata sull'esposizione risulta essere così efficace è necessario prima avere chiaro un elemento che sta alla base di essa: l'abitudine.
I pazienti che ho in cura mi hanno detto di aver molto apprezzato il modo in cui parlo di questo argomento nel mio precedente libro (sempre dedicato al disturbo ossessivo-compulsivo), Come raggiungere la padronanza e il controllo di sè:
Avete mai fatto visita ad un vostro amico che abita vicino ad un aeroporto o ad una stazione?
Certamente vi è venuto da chiedervi come caspita faccia a vivere con tutto quel baccano intorno. Al contrario, il vostro amico neppure ci fa più caso.
Oppure avete mai provato a infilarvi la mattina un paio di scarpe un pò più strette e, accorgervi a sera, di non averle ancora tolte?
Se vi sono mai capitate situazioni simili, ebbene avete toccato con mano cosa significhi, anche a livello fisico, abituarsi ad un qualcosa.
L'abitudine, che viene dal termine latino "habitus" significa: "assuefazione adattamento a qualcosa fino al punto di non sentirne più gli effetti".
In altre parole, dopo le prime sofferte esposizioni ad un qualcosa che ci scatena una serie di emozioni intense e molto forti, piano piano il nostro corpo e la nostra mente si abitua e impara a gestirle con tranquillità oppure semplicemente ad ignorarle.
L'abitudine è un concetto importantissimo per capire come contrastare, mediante l'esposizione, le peggiori ossessioni e compulsioni.
I nostri studi e le nostre ricerche, compiute su centinaia di pazienti, mostrano che se voi vi esponete con regolarità ed impegno a ciò che vi terrorizza, prevenendone la risposta, questa stessa paura, questo terrore si attenuerà piano piano, portandosi via le connesse compulsioni.
Certamente, però, il modo in cui le ossessioni e le compulsioni regrediscono è diverso da persona a persona.
L'ansia di un soggetto può diminuire nel giro di mezz'ora, mentre su un altro il tempo può essere maggiore (addirittura i primi miglioramenti si possono vedere dopo intere settimane di pratica).
Non c'è niente che voi possiate fare per impedirlo: potete solo accettare il fatto di essere diversi rispetto agli altri (ciascuno di noi è unico!), che i vostri tempi di risposta non sono standardizzati, esattamente come accettate il fatto che ci sono persone diverse, per colore di capelli, per peso, per costituzione.
Ciò che è fondamentale è riuscire a guarire, non il tempo impiegato per farlo.
Il concetto di "abitudine" è un concetto molto utilizzato in psicologia, non solo quando si parla di disturbo ossessivo compulsivo.
Ad esempio, molti di noi da bambini avevano paura del buio.
Questo ci faceva sentire terrorizzati, a volte ci capitava di urlare o di piangere, altre ancora eravamo spaventatissimi di vedere l'uomo nero o una serie di mostri spaventosi sotto il letto.
Come conseguenza, ci ritrovavamo a implorare i nostri genitori di non spegnere la luce oppure di dormire con loro, in letti ultra-affollati!
Con il passare dei mesi imparavamo però a farcela da soli, piano piano ci siamo abituati al buio, fino a quando la paura, e con essa le immagini spaventose dell'uomo nero, ci hanno abbandonato.
Cosa è accaduto?
Cambiando il nostro comportamento (consistente nello sforzarci di stare il più possibile con la luce spenta nel nostro letto), indirettamente abbiamo modificato i nostri pensieri (i mostri) e le nostre sensazioni (paura).
Ebbene, questo è esattamente quello che dobbiamo fare nei confronti delle nostre ossessioni e compulsioni.
La terapia basata sull'esposizione, che è la migliore nel caso di disturbo ossessivo-compulsivo, può essere facilmente adattata da ciascuno per contrastare questo disturbo.
E' bene sottolineare che essa deve essere personalizzata ed adattata a seconda dei sintomi manifestati e delle situazioni che provocano l'assalto di simili pensieri.
Ad esempio: un paziente che soffre solo di ossessioni pure (anche senza che queste vengano scaturite da alcunché) e non anche di compulsioni o rituali, deve esporsi alle sole ossessioni.
Queste, e non atti materiali, saranno il bersaglio principale.
Spesso, invece, i miei pazienti vengono assaliti dai pensieri intrusivi a seguito di particolari circostanze (mentre stanno viaggiando o sono in spiaggia oppure stanno facendo acquisti in un grande magazzino).
Per questi pazienti il trattamento consisterà nell'esporsi direttamente proprio a queste situazioni reali.
Alcune volte, tuttavia, senza necessariamente dover ritornare sulla "scena del delitto", è utile per queste persone rivivere mentalmente quelle circostanze ("esposizione mentale"), spesso con l'ausilio di un registratore in cui avranno registrato tutte le loro paure.
Sia l'esposizione diretta che quella indotta mentalmente sono affrontate nei paragrafi che seguono e sono state utilissime nel processo di guarigione delle persone interessate.


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Esposizione diretta alle ossessioni sessuali

Il Dr. Joseph Ciarrocchi, un esperto nel trattare le ossessioni religiose al Loyola College del Maryland, ha recentemente descritto il suo trattamento basato sull' esposizione di un paziente cresciuto in un clima molto rigido di precetti religiosi.
Quest' uomo soffriva di ossessioni sessuali.
Vediamo il suo caso.
Baptis è un ragazzo omosessuale di 36 anni, celibe, sofferente di pensieri intrusivi di natura sessuale, specialmente durante le funzioni religiose.
Sebbene egli fosse fisicamente attratto da uomini adulti, spesso era vittima di penose ossessioni pedofile.
Appena vedeva un ragazzo giovane, iniziava a farsi il problema se fosse o meno maggiorenne.
Era talmente terrorizzato di poter provare attrazione per i ragazzi molto giovani che alla fine era arrivato ad evitare di guardare tutti coloro che oggettivamente non dimostrassero all'incirca 30 anni.
Queste ossessioni erano particolarmente penose quando si trovava in Chiesa: lì cercava di non guardare nessuno, per evitare di incrociare lo sguardo di qualche minore, di conseguenza restava fisso in direzione del prete per timore che i suoi occhi vagassero per la Chiesa e si scatenassero quelle terribili ossessioni di pedofilia.

Trattamento

Il Primo Passo di questo programma basato sull'esposizione riguardava il raccogliere del materiale (come ad esempio un catalogo di moda maschile) su cui, appunto, esporsi.
Il terapeuta ed il paziente selezionavano da questo catalogo tutta una serie di immagini (una decina all'incirca) in cui apparivano diversi modelli (uomini adulti) fotografati con abbigliamento elegante, sportivo, da spiaggia.
Il paziente classificava le immagini dando ad esse un valore (da 1 a 10), corrispondente al livello di ansia provato di fronte ad esse, ciascuna doveva avere un suo preciso valore (non erano dunque consentite ripetizioni).
L' esposizione aveva inizio nello studio del terapeuta: il paziente doveva obbligarsi a fissare quelle immagini, doveva indursi l'ansia senza smettere di guardare, fino a quando essa non riusciva a calare.
Questo trattamento continuava fino a quando il paziente non riusciva a devitalizzare il contenuto di quell'ossessione, passando in rassegna tutte e dieci le immagini.
Il Secondo Passo consisteva, invece, nel prendere dallo stesso catalogo immagini questa volta inerenti a degli adolescenti.
Ancora una volta, questi modelli erano fotografati con indosso abiti eleganti, sportivi e da spiaggia e l'esposizione consisteva nel compiere esattamente tutta la procedura di prima.
Il paziente continuava questo tipo di lavoro anche a casa propria e ci sono volute intere settimane prima che riuscisse ad ottenere dei miglioramenti significativi.
Il Terzo Passo consisteva nell'esporsi fuori dallo studio, direttamente, cercando di evitare di evitare, cercando cioè di non abbassare gli occhi di fronte agli uomini che si incontravano per strada. Il paziente doveva evitare di fissarli continuamente ma di guardare loro nella maniera più naturale possibile.
Il Quarto Passo consisteva, ancora una volta, nell'esporsi fuori dallo studio, direttamente, ma questa volta cercando di guardare gli adolescenti.
Il Quinto Passo consisteva, invece, nel guardare gli adolescenti durante la celebrazione della Messa (ad ogni modo, i programmi televisivi possono offrire una quantità incredibile di esercizi di esposizione!).
Quello che è stato descritto è un esempio classico di trattamento di pensieri intrusivi basato sulla tecnica dell'esposizione.
L'argomento religioso viene ad ogni modo affrontato in maniera più approfondita in uno dei prossimi capitoli.


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Esposizione diretta nel caso delle ossessioni di aggressività

Il trattamento per i pensieri intrusivi di natura violenta è in tutto simile al trattamento visto per le ossessioni religiose portato avanti dal Dr. Chiarrocchi.
Nel caso che esporrò a breve è stato necessario individuare le situazioni che la persona in questione evitava per paura di essere assalita da pesanti pensieri aggressivi.
L'ho aiutata ad esporsi gradualmente fino a quando non è subentrata l'abitudine.
La prima volta che incontrai Rick era completamente sconvolto, ho di lui il ricordo di un ragazzo di circa 25 anni estremamente agitato e disperato.
Ciò che lo affliggeva riguardava una serie di pensieri, molto pesanti, riguardanti il far del male ai suoi genitori e alla sua ragazza.
Durante il nostro primo incontro, mi ha confidato che ha sempre cercato con ogni mezzo di resistere a questi pensieri e più cercava di bloccarli più aggressivi e violenti essi diventavano.
Mi ha detto che era arrivato, oramai, ad evitare qualsiasi tipo di situazione che glieli potesse scatenare.
Quando inevitabilmente si trovava in compagnia dei propri genitori e della propria ragazza, doveva assicurarsi continuamente che non ci fossero in giro oggetti appuntiti o contundenti, come penne, matite o oggetti pesanti perché aveva il terrore di poter perdere il controllo e, contro la sua volontà, scagliarsi contro di loro e colpirli.
Premetto che quando, in seguito, ebbi modo di contattare i suoi genitori e la fidanzata (completamente all'oscuro dei problemi del ragazzo), tutti furono d'accordo nel confermare che Rick era sempre stato un ragazzo molto pacato e gentile e che non avrebbe mai fatto del male neppure ad una mosca. Si fidavano ciecamente di lui.
Il problema di Rick era iniziato l'anno prima, quando completamente ubriaco assieme ai suoi compagni, aveva avuto questo pensiero "in che modo posso essere sicuro che io ora non perda il controllo e non li aggredisca?".
Questo pensiero iniziò a tormentarlo e sebbene non raccontò mai a nessuno di averlo avuto e cercò il più possibile di bloccarlo, questo stesso pensiero mise in lui le radici e cominciò a presentarsi più volte per la mente.
Presto, il fenomeno dilagò ed egli si trovò a fare simili pensieri anche nei confronti dei propri genitori (con i quali viveva), spesso veniva assalito soprattutto dal timore di poterli colpire con un paio di forbici o con un coltello.
La stessa cosa iniziò a dilagare anche verso la propria ragazza.
A questo punto, Rick iniziò ad evitare di stare in mezzo alla gente e, piano piano, non fu più in grado nè in condizione di lavorare.
Mi disse che aveva completamente perso le speranze e che mai più avrebbe potuto vivere una vita normale, come quella spensierata che aveva vissuto fino ad un istante prima.
Quando gli ho comunicato che con un adeguato trattamento avrebbe potuto uscirne sicuramente e ritornare a condurre una vita serena, lui non riusciva a crederci ma mi ha promesso che anche se il trattamento lo terrorizzava avrebbe cercato in tutti i modi di essere forte e di affrontarlo.
Ho spiegato a Rick che il motivo principale per cui i pensieri non lo mollavano mai era proprio dovuto al tentativo (estremamente dannoso e stressante per il cervello) di bloccarli e di impedire che arrivassero.
La prima cosa da fare era iniziare a smascherare tutte le situazioni che potenzialmente provocavano il bombardamento di simili pensieri.
Lo incitai, quindi, ad esporsi sistematicamente a tutte queste situazioni, dopo avergli spiegato ciò che ho detto sopra: studi e ricerche validissime hanno dimostrato che il modo migliore per vincere pensieri ed impulsi è quello di guardarli in faccia, senza nascondersi.
Gli ho spiegato il concetto di "abitudine", ossia quell'assuefarsi ed abituarsi a situazioni che all'inizio provocano picchi altissimi di ansia e che poi, invece, aiutano a metabolizzare quell'ansia fino a lasciarsela alle spalle in quanto inizia a subentrare il concetto di "noia", abitudine, il già detto e già visto.
Questo porta ad una regressione di ossessioni e, se esistenti, relative compulsioni.
Pertanto, prima di qualsiasi altro incontro, Rick iniziò a stilare una vera e propria lista delle situazioni più ansiogene, ad attribuire ad esse un valore per decidere da quale partire (sempre dalla situazione che provoca minore ansia e sofferenza!).
Questa lista includeva: restare in compagnia dei propri genitori, tenere a portata di mano oggi appuntiti e/o potenzialmente pericolosi (penne o forbici), restare solo con la sua fidanzata, specialmente maneggiando simili oggetti.
Lo scopo era quello di "vivere direttamente" queste situazioni e di non cedere MAI di fronte all'inevitabile tentazione di mollare tutto e a scappare.
Quando Rick ritornò da me mi raccontò di essere spesso rimasto in compagnia dei propri genitori, situazione che, come detto, fino a quel giorno non riusciva a gestire.
Dopo un paio di giorni ha iniziato ad introdurre durante questa esposizione gli oggetti tanto temuti (matite, penne, coltelli e forbici), ancora più tardi ha iniziato a maneggiarli mentre discorreva con i suoi cari, fino a ripetere queste operazioni per circa un'ora al giorno.
Mi ha ovviamente confidato che all'inizio l'ansia era a 1000, ma che con la frequente e continuata esposizione la sentiva via via sempre più diminuire.
Il prossimo step riguardava il restare accanto, e poi in presenza di oggetti vari, alla sua ragazza.
Anche qui questa fu la sequenza: prima restare accanto a lei, il più vicino possibile, poi introdurre gradualmente forbici, coltelli, penne e matite.
La sua ragazza era stata messa al corrente del trattamento terapeutico e fu per lui un valido aiuto durante l'esposizione.
Il ruolo della giovane era quello di ricordare a Rick, di tanto in tanto, che questi suoi pensieri erano pensieri assolutamente normali, che tutti avevano nella vita, ma che, appunto, erano solo dei pensieri, e che a lui facevano male solo perché di carattere era molto coscienzioso e responsabile.
Dopo 3 settimane di esposizione, Rick mi confidò che si sentiva molto meglio e che era in grado di buttarsi nuovamente nella vita di tutti i giorni.
Tuttavia, a volte i pensieri tornavano ed è questo il motivo per cui mi chiese come potesse fare per sconfiggere anche le ultime angosce.
Gli risposi che se era seriamente intenzionato a compiere altri progressi avrebbe ora dovuto affrontare le sue paure peggiori.
E lo avrebbe dovuto fare buttando fuori tutte le sue angosce, descrivendole con dovizia di particolari, fin nei dettagli più aberranti.
Eccoli: di scatto afferrava la sua ragazza e iniziava ad infierire sul suo corpo con parecchie coltellate, i suoi genitori, terrorizzati dalle urla, accorrevano e lo bloccavano dandogli del "pazzo", subito dopo accorreva la polizia che lo strattonava impedendogli di muoversi e mettendogli le manette, poi il carcere, i giornali che riportavano la notizia descrivendolo come un "sadico e psicotico assassino".
Avrebbe così disonorato la sua famiglia, sarebbe stato rinchiuso in carcere e sarebbe morto lì dentro dimenticato da tutti.
Come la maggior parte dei miei pazienti la primissima cosa che Rick mi chiese fu "potrei mai fare questo?".
Gli consigliai anche di usare un registratore ed egli acconsentì.
Quando tornò da me aveva buttato giù uno scritto (avrebbe poi dovuto leggerlo al registratore) in cui raccontava per filo e per segno tutta questa catastrofe.
Io lo lessi ma cancellai tutte le frasi in cui Rick, non volendo, chiedeva delle rassicurazioni o iniziava il rito delle compulsioni (frasi come "questo non accadrà mai" oppure "Dio mi perdoni per averlo fatto").
Si trattava di rassicurazioni che non potevano fornire alcun beneficio alla terapia in questione.
Quando lo scritto fu accuratamente corretto, lo lesse ad alta voce registrandolo su cassetta e iniziò ad ascoltarlo una volta al giorno (e altre volte quando arrivavano i pensieri).
Infatti, quando li sentiva nuovamente tornare, si sedeva, accendeva il registratore e si metteva in ascolto.
Dopo due settimane di ascolto, Rick ammise che andava sempre meglio, le ossessioni non c'erano quasi più e le poche che ritornavano riusciva ora ad accettarle, con la conseguenza che anch'esse iniziarono a sparire.
Le aveva oramai devitalizzate.
Riprese a tutti gli effetti il lavoro e continuò a relazionarsi con i propri genitori e con la propria ragazza.
Il caso di Rick dimostra e conferma, pertanto, l' efficacia non solo dell'esposizione diretta ma anche di quella mentale, indotta, dove un ottimo alleato è sicuramente l'uso del registratore.
Ma andiamo a vedere questa tecnica un po più da vicino.


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L'uso di audiocassette e videocassette nella terapia basata sull'esposizione

Le catastrofi che i vostri pensieri intrusivi vi presentano sicuramente non avverranno mai.
Di certo non si può fare esposizione "in vivo" riguardo alla paura di pugnalare un bambino o di investire con la propria auto un passante!
Ma anche provare ad immaginare nella nostra mente simili tragedie potrebbe non essere fattibile (nè tanto meno utile), innanzitutto perché solo pochi di noi hanno un'immaginazione sufficientemente vivida e, anche se l'avessimo, la tentazione di distrarci da simili immagini atroci sarebbe troppo alta.
Invece, alcuni dei miei pazienti trovano molto utile usare videocassette per sbarazzarsi delle maggiori ossessioni ed audiocassette per tenerle continuamente sotto controllo.
Se siete assillati da pensieri di natura sessuale o violenta, probabilmente avete la tendenza ad evitare determinati programmi televisivi o film dal forte contenuto violento/sessuale.
Come sapete, è proprio questo evitamento che causa un'aggressione del doc molto forte, quando vi si presenterà la prima occasione.
Per molti miei pazienti semplicemente guardando e ri-guardando certi film in cassetta o in dvd (e esattamente quei film che contengono scene in grado di risvegliare il demonietto) si è riusciti a superare molte ossessioni, proprio grazie all'effetto "abitudine" di cui abbiamo parlato.
Ad esempio, se la vostra grande preoccupazione è quella di poter uccidere qualcuno, potreste noleggiare un dvd che tratta appunto la storia di qualche assassino o serial killer in modo da risvegliare le vostre ossessioni più angoscianti (potrebbe essere un film su Jeffrey Dahmer o su Charles Manson): potreste sedervi e guardare il film in continuazione, fino a quando l'ansia e il disagio provato non inizierà a scemare (ovviamente, è sottinteso che dovrete sforzarvi di non
distrarvi dalla visione).
Oppure, se soffrite di ossessioni da possessione demoniaca, potreste noleggiare un film che vi scateni delle ossessioni riguardo il campo dell'occulto e del sovrannaturale (ad esempio L' esorcismo di Rosemary's baby), potreste, anche in questo caso, sedervi, guardarlo più volte e smettere solo quando avvertite che l'ansia sta scemando.
Capisco sempre che la terapia sta funzionando quando il paziente mi dice "Non mi chieda di vederlo ancora una volta perché non ce la faccio più, mi sto davvero annoiando!".
Mi limito a sorridere, congratularmi con lui e ricordare che la noia è l'opposto della paura e significa che si sta completamente abituando a certi pensieri.
D'altra parte, le situazioni che fanno scatenare i pensieri intrusivi possono essere personali e fortemente particolari.
Anna era preoccupata di poter uccidere il proprio bambino toccandolo con le mani contaminate dai batteri della carne non cucinata o delle uova.
Questo la terrorizzava a tal punto che quando procedeva con la terapia, la donna si rifiutava di dargli la pappa o di cambiargli il pannolino.
Sebbene l'esposizione "in vivo" le permettesse di dargli da mangiare e di accudirlo, le ossessioni rimanevano, non andavano via.
Ad Anna fu utile solo l'uso del registratore.
La convinsi a mettere prima per iscritto la vera catastrofe che lei temeva accadesse al bambino e Anna lo fece.
Scese nei minimi particolari, riuscendo a esprimere perfettamente la paura peggiore che sarebbe potuta accadere al proprio bambino.
Nell'incontro successivo, al solito, corressi lo scritto.
Si trattava di due pagine fitte fitte, vi riporto soltanto alcuni passi:
"Ho il terrore di non riuscire a lavarmi le mani nel modo "più giusto" dopo aver cucinato.
Do da mangiare al mio bambino e più tardi mi accorgo che non riesce a respirare bene, ha dei problemi alla trachea.
Gli misuro la temperatura e mi accorgo che ha la febbre molto alta.
Lo porto in pronto soccorso e racconto al dottore cos'è accaduto. Mi dice che probabilmente gli ho trasmesso un'infezione a causa dei batteri della carne e delle uova e che sicuramente non potrà farcela.
Mi siedo accanto alla sua culletta, in ospedale. Lo sento ansimare con difficoltà, sento che non ce la fa a respirare. Ad un certo punto apre gli occhietti, sono piccoli e mi stanno implorando. Io so che mi sta chiedendo di salvarlo, sta chiedendo il mio aiuto.
Vuole che io lo protegga e non lo lasci morire in tutta quella sofferenza. Ma so anche che non c'è niente oramai che io possa fare per lui.
Non riesco a smettere di piangere, non sono in grado di fare altro. Posso solo piangere. Il senso di colpa è così devastante.
Passano le ore e lui continua a peggiorare. lo vedo mentre è agonizzante, sento che il corpicino si sta lasciando andare a causa del veleno, si sta spegnendo. Alla fine muore tra atroci sofferenze.
Una morte orribile. Mio marito arriva in ospedale in quel momento e quando si rende conto di ciò che è accaduto inizia ad urlare istericamente.
Ce l'ha con me. Dice che sono l'unica responsabile di ciò che è accaduto. Dice che mi sono macchiata del crimine più atroce: una madre non può uccidere suo figlio.
Anche i miei genitori ci sono. Mi dicono che non vogliono più saperne nulla di me perché non sono stata in grado di badare a mio figlio. Mio marito mi lascia. Non ho più una casa, non so dove andare. Vivo in un rifugio, la disperazione fa di me un'alcolista. Passano gli anni e realizzo che non c'è niente per cui valga la pena vivere. Mi suicido".
Quando ho letto lo scritto di Anna, mi sono accorto che qua e là aveva introdotto una serie di rassicurazioni che subito ho provveduto ad eliminare (frasi tipo "ma allo stesso tempo mi dico che nulla di tutto ciò sta accadendo", oppure "Dio farà in modo che tutto ciò non accada").
Ho subito provveduto ad avvertire Anna che all'inizio sarebbe stata molto dura ascoltare il nastro che avrebbe registrato ma l'ho anche rassicurata sul fatto che a lungo andare c'avrebbe fatto l'abitudine e non avrebbe avvertito più quelle emozioni così forti.
In quel periodo Anna ottenne un primissimo successo: riuscì a divertirsi in compagnia del suo bambino, a prendersi cura di lui.
La giovane donna registrò su cassetta quello scritto, lo ascoltò tutti i giorni per 3/4 volte, la durata del racconto era circa di un'ora.
Finalmente, nel giro di una settimana Anna mi comunicò che l'ansia iniziale stava regredendo e, con essa, anche le ossessioni che prima non la lasciavano vivere neppure per un istante.
Ora, a distanza di un anno, mi ha confidato che sta molto meglio, e anche il bimbo sta bene, riesce ad occuparsi di lui senza problemi e adora vederlo crescere sano.
Riporto ora un altro esempio di registrazione su nastro relativo ad una donna che era sempre terrorizzata dal pensiero di poter far del male al suo bambino.
Frieda partorì in tarda età il suo bambino e venne da me perché temeva di potergli fare del male (il bimbo aveva 3 mesi).
La sua più grande paura era quella di colpirlo con le forbici o con dei coltelli e per questo motivo non riusciva a prendersi cura di lui.
Più tardi la donna non riuscì neppure a sentirsi tranquilla quando lo portava a fare una passeggiata dato che iniziò a soffrire di immagini molto violente in cui si vedeva spingere la carrozzina sotto qualche auto oppure si vedeva gettarlo giù dal ponte in cui prima era solita passeggiare con lui.
Possiamo ben immaginare (non c'è neppure bisogno di dirlo) quando Frieda fosse sconvolta da simili pensieri, essendo, come la maggior parte dei miei pazienti, estremamente coscienziosa e sensibile.
Lei mi confidò che fin dalla sua primissima infanzia era sempre stata angustiata dal terrore di non fare la cosa giusta e ora la sua unica preoccupazione era quella di diventare una madre modello, di proteggere il suo bambino, specialmente ora che aveva dovuto aspettare così tanto per averlo.
Negli anni precedenti la donna aveva anche assunto degli antidepressivi e dei farmaci per contrastare l'ansia, ma nessuno di questi era riuscito a contrastarle le ossessioni, o almeno questo è quanto il suo psichiatra mi ha comunicato.
Appena mi ha descritto questi pensieri intrusivi (era la prima volta che lo faceva, non si era mai confidata con nessuno) l'ho ascoltata attentamente e mi sono assicurato del fatto che non avesse una reale intenzione di nuocere a suo figlio.
Non aveva alle spalle una storia segnata da comportamenti aggressivi e violenti, non aveva problemi di rabbia repressa.
Di certo non era affetta da psicosi.
Si trattava solo di ossessioni pure e di certo non è stata l'unica che ne ha sofferto.
Le ho immediatamente comunicato che il modo migliore per vincere quel tipo di ossessioni era la terapia basata sull' esposizione.
L' avrei aiutata a smascherare tutti i pensieri intrusivi e le immagini più violente che fino ad ora aveva cercato di bloccare e di evitare, tutto quello che all'inizio doveva impegnarsi a fare era non bloccare questi pensieri perché altrimenti non sarebbe riuscita ad abituarsi ad essi.
Non ero affatto sorpreso quando la donna si mostrò sconvolta all'idea di dover prima mettere per iscritto la "conseguenza ultima", l'atroce catastrofe che aveva paura accadesse a suo figlio.
Le chiesi espressamente di non edulcorare il racconto, di non ammorbidirlo: doveva scandagliarlo nei suoi particolari più terribili, più vividi, più atroci, quasi come se stesse scrivendo un romando alla Stephen King.
La settimana dopo, Frieda si presentò con 3 pagine intere scritte a mano, accuratamente ripiegate in una busta che non presentava segni particolari all'esterno e nascosta in borsa per assicurarsi che nessuno accidentalmente potesse trovarla.
Non vi preoccupate mai se, come Frieda, vi sentite in colpa o vi vergognate di buttare giù i vostri pensieri su carta o su cassetta.
Molti dei miei pazienti fanno fatica.
Alcuni mi hanno confidato di aver bruciato ogni cosa al termine della terapia per paura che queste "prove" finissero nelle mani sbagliate.
Leggendo il suo scritto mi sono accorto che non aveva inserito alcuna rassicurazione nè aveva cercato di addolcire il racconto.
Lei mi disse che più volte era scoppiata in lacrime mentre metteva per iscritto questo terribile scenario (la prima volta è davvero molto dura).
Il suo racconto verteva su una passeggiata con il piccolo sul ponte di cui abbiamo parlato, improvvisamente lei sentiva l'impulso a gettare il bimbo di sotto, non riusciva ad imporsi all'impulso, prendeva il corpicino così leggero in braccio e lo scagliava di sotto.
Riusciva a seguire con lo sguardo il volo del piccolo che, agitando spasmodicamente le manine e urlando in aria ricadeva in acqua. L'acqua era fredda e nera.
Alcuni passanti la stavano guardando e urlavano "Prendetela!" mentre lei iniziava a ridere istericamente guardando in basso.
La gente la circondava, la spintonava, la colpiva.
Subito accorreva la polizia.
Ora era in televisione, tutto il mondo la stava guardando.
Suo marito le stava di fronte, la guardava pieno d'odio.
Si vergognava molto, provava disgusto di se stessa. Aveva commesso il crimine più abominevole.
Veniva imprigionata. Era in carcere. Altri detenuti la stavano violentando perché si era macchiata della colpa più atroce. Era disonorata, la famiglia l'aveva lasciata sola. Aveva fallito come madre.
Era diventata il mostro che aveva sempre avuto paura di essere. Aveva contratto il virus dell'AIDS in carcere.
E lì, infine, era morta.
Grazie al mio aiuto, Frieda registrò lo scritto su cassetta. Io le chiesi di ascoltarlo per circa un'ora e mezza al giorno e tutte le vote in cui improvvisamente veniva assalita dai pensieri intrusivi.
La prima volta che ascoltò lo scritto era nel mio studio, fu molto dura: la donna scoppiò a piangere ma cercò di farsi forza.
Doveva ascoltare.
Mi rassicurò sul fatto che non avrebbe ceduto e che avrebbe ascoltato il nastro come promesso.
Finalmente l'ansia regredì e con essa i brutti pensieri che fino a quel momento l'avevano tenuta in pugno.
All'inizio, Frieda dovette forzarsi di ascoltare il nastro, ma mantenne sempre la sua promessa e riuscì a farlo con regolarità e costanza.
Alla fine della prima settimana notò una diminuzione sempre più netta dell'ansia.
E così sempre di più, anche nella seconda settimana.
Nella terza, infine, anche Frieda mi comunicò che ora il nastro la stava annoiando!
Più tardi l'ho aiutata a registrare un altro nastro, questa volta incentrato sulla sua paura di spingere il bambino sotto le ruote di un' auto.
Non appena riuscì ad abituarsi completamente a queste due registrazioni la incoraggiai a fare qualche passeggiata con il bimbo.
Combinando queste due strategie (la registrazione e l'esposizione diretta) alla fine della sesta settimana Frieda è riuscita a non evitare più nessun tipo di situazione, ha ritrovato il piacere di stare sola con il figlio, senza soffrire più per quei terribili pensieri intrusivi.
Ogni tanto qualche pensiero intrusivo le attraversa la mente ma ora è in grado di dirsi da sola "è solo un pensiero" e non gli da più una grande importanza.
Semplicemente lo accetta, senza opporre alcuna resistenza.
Sono stato molto lieto di averla vista migliorare moltissimo e stare bene in 2 anni.
Si può guarire completamente con la sola terapia comportamentale basata sull'esposizione?
No.
Pochi pazienti mi hanno confidato di essere completamente guariti.
La maggior parte ritiene che questi pensieri intrusivi siano significativamente diminuiti con questo tipo di terapia a tal punto che essi non interferiscono più con lo svolgimento delle loro normali attività.
Se decidete di esporvi alla terapia comportamentale basata sull'esposizione, potete fare affidamento alle Tabelle 9 e 10 che riportano alcuni esempi
di esposizione "in vivo" ed esposizioni mediante nastro, elaborate da me e da alcuni miei colleghi.
Potrebbero ritornarvi utili nel mettere in pratica l'esposizione.
Premetto subito che alcuni di questi esempi potrebbero urtare la vostra sensibilità e la vostra moralità.
Se ciò dovesse avvenire vi ricordo che nel capitolo 7 potrete imparare cosa fare, come agire qualora un esercizio di esposizione, necessario e vitale per uscirne, dovesse sembrarvi particolarmente duro da digerire a livello morale.

Tabella 9

Esercizi di esposizione "in vivo" per i pensieri intrusivi

Pensieri di far del male ai bambini
- offrirsi di fare da baby-sitter ad un bambino
- offrirsi di fargli il bagnetto e di cambiargli il pannolino
- non controllare il cestino della spazzatura o il bagno (se si ha timore di aver gettato il bambino lì
dentro)
- leggere storie inerenti l'aborto
- visitare una clinica dove vengono eseguiti gli aborti
- leggere un articolo di giornale che parla di genitori che hanno abusato del loro bambino
- cercare il numero di una clinica che esegue aborti

Ossessioni religiose
(riguardo Satana e culti satanici)
- scrivere la parola "Satana" e "Demonio"
- immaginare di far parte di una setta satanica
- leggere libri che parlano di sette sataniche
- cercare su internet informazioni riguardo a sette sataniche

Ossessioni di poter diventare omosessuali
- camminare in strade solitamente frequentate da omosessuali
- leggere le autobiografie di omosessuali
- frequentare feste (raduni) gay
- guardare immagini di uomini nudi o seminudi su riviste tipo Playboy
- tenere (se presenti) le porte aperte mentre ci si cambia in palestra o si è nel camerino di un negozio
- guardare dei nudi scultorei nei musei e nei cataloghi

Ossessioni di incesto
- fare commenti lusinghieri ad un componente della famiglia ("Indossi una maglia molto aderente")
- baciare spesso un familiare e abbracciarlo
- toccare la biancheria intima di vostro padre e le cose intime che lui ha toccato

Ossessioni sessuali
- guardare in faccia le persone
- mangiare cibi "ambigui" (ad esempio, quelli a forma di pene: banana, zucchina, cetriolo)
- scrivere parole che alludono all'atto sessuale (ad esempio, venire, avere un orgasmo, penetrare,
inghiottire)
- frequentare ambienti frequentati da bambini (centri commerciali, strade) per scatenare paure
sessuali nei loro confronti
- ascoltare una cassetta dove sono state registrate le proprie ossessioni sessuali e violente (si può
aumentare la difficoltà ascoltando il nastro nei pressi di una Chiesa o all'interno, oppure in presenza
di bambini, in cuffia)

Tabella 10

Esercizi di esposizione mediante audiocassette dove vengono registrati i pensieri intrusivi

Pensieri intrusivi di avere rapporti sessuali con uno sconosciuto:
Potrei avere un'erezione. Potrei prendermi l'AIDS.
Potrei prendermi l'AIDS. Non sono sicuro di indossare o meno gli slip.
Potrei togliermi gli slip. Non sono sicuro di indossare o meno gli slip. Potrei prendere l'AIDS.
Probabilmente sto contraendo l'AIDS in questo momento. Sto per violentare qualcuno.
Mi sto per masturbare. Mi sto per spogliare. Sento l'impulso irresistibile a fare tutto questo. Sto andando in bagno. Sto per essere scoperto. Potrei avere l'AIDS.
Sto contraendo l'AIDS in questo momento. Sì, sto prendendo l'AIDS proprio in questo momento.
Non sono sicuro se sono stato scoperto mentre mi stavo vestendo o mentre ero in bagno o mentre mi stavo masturbando. Potrei davvero ora avere l'AIDS. Sì, potrei avere proprio l'AIDS. Potrei avere l'AIDS.

Pensieri intrusivi riguardanti l'uccidere un bambino:
Sto camminando sopra un ponte.
Sento l'impulso irresistibile a scaraventare la mia bambina di sotto, in acqua. La alzo dal passeggino.
Lei mi sta guardando con i suoi occhietti fiduciosi.
Io la scaravento di sotto. La vedo precipitare e venire risucchiata dall'acqua. Alcuni testimoni mi vedono. Urlano "Fermate quella pazza!". Provano a salvarla ma è tutto inutile.
Pensieri intrusivi di perdere il controllo e pugnalare la persona amata
Sono seduto accanto alla mia ragazza. Vedo un coltello sul tavolo. Lo prendo e la colpiscono.
Infierisco sul suo corpo ripetutamente.
La mia peggior paura è ora diventata realtà, lo sto facendo davvero. Continuo a colpirla fino a quando non mi accorgo che è morta.

Pensieri intrusivi di blasfemia:
Sono in Chiesa. Inizio ad urlare oscenità verso Dio e Gesù. Afferro il crocifisso dal muro, lo spacco in mille pezzi, mentre tutti i fedeli mi guardano stupiti.

Pensieri intrusivi di avere rapporti sessuali con gli animali:
Vedo il cane.
Guardo i suoi genitali. Sono eccitato, me ne accorgo con orrore. Sento l'impulso ad avere un rapporto sessuale.
Lo afferro, lo tengo fermo e inizio a penetrarlo nell'ano. Sono in camera, mia madre entra all'improvviso. Non crede ai suoi occhi. E' paralizzata. Ma io continuo a fare quello che sto facendo.
La paura di poter fare una cosa simile, quella paura che mi ha terrorizzato per molti anni, è ora diventata realtà.

Pensieri intrusivi riguardo all'incesto:
Sto facendo sesso con mia sorella. Ho perso completamente ogni forma di controllo, esattamente come temevo che accadesse.
Ora le sto facendo la cosa più disgustosa che avessi mai potuto immaginare (continuate a descrivere ogni singolo dettaglio)

Pensieri intrusivi di far del male o molestare un membro della famiglia:
Voglio soffocare mio figlio con il cuscino mentre sta dormendo. Voglio sparargli con una pistola nella nuca, nel punto in cui la testolina è calva. Voglio accoltellare mia madre. Voglio pugnalare mio padre. Voglio avere un rapporto sessuale con mio padre. Voglio baciare mia sorella nella sua parte intima e avere con lei un rapporto orale.
Voglio uccidere mio marito. Sto per avere un rapporto sessuale con un bambino. Mi sento eccitato e mi masturbo al pensiero di avere dei rapporti sessuali con dei bambini. Credo di voler far del male ad un bambino.
Potrei ucciderlo. Sono una cattiva madre. Non merito pietà alcuna.

Purtroppo alcune persone non rispondono positivamente alla terapia basata sull'esposizione, anche quando sono pienamente collaborativi, mentre altri non sono neppure disposti a tentare.
Per altri risultano essere molto utili altri trattamenti, come la terapia cognitiva e quella farmacologica.
Prima che voi iniziate ad esporvi, vorrei ricordarvi di leggere ancora il capitolo 3 in cui do delle indicazioni su quali pensieri intrusivi siano innocui e quali potenzialmente pericolosi, in modo che voi foste sicuri il più possibile su cosa fare e in che modo procedere.
Se non siete sicuri del fatto che i vostri pensieri siano o meno pericolosi o se avete provato ad esporvi per un totale di oltre 10 ore ma non ne avete tratto beneficio alcuno (l'ansia non è riuscita a calare) dovreste provare anche alcune tecniche di terapia cognitiva di cui parlerò nei capitoli successivi.
Se pur essendovi esposti come indicato non avete notato una regressione dei sintomi, allora fareste bene a consultare un centro mentale che sia in grado di aiutarvi.
Potreste necessitare anche di una cura farmacologica (di cui parlerò nel capitolo 8).
Per fortuna, invece, molte persone che soffrono di disturbo ossessivo-compulsivo sono state in grado di trarne degli ottimi benefici (grazie appunto alla terapia basata sull'esposizione).
Diversi studi hanno dimostrato che questo tipo di terapia è molto efficace, sia se eseguita da soli, sia se fatta in compagnia di un terapeuta.
Tuttavia, è necessario svolgerla con regolarità e frequenza (ovviamente resistendo alla tentazione di compiere rituali e distrazioni varie) per consentire di "abituare" corpo e mente all'esposizione.
Sarebbe ottimale contare sull'appoggio di un amico fidato o su un componente della famiglia, soprattutto se non ce la si fa a fare tutto da soli.
Infatti, anche se riuscite ad esporvi, la vergogna e il senso di colpa potrebbero essere così forti da sentire il bisogno di sfogarsi con qualcuno.
Io suggerisco sempre, laddove possibile, di confidarsi con qualcuno.
Parlare di questo problema può rendere ancora più efficace la terapia e può decisamente contribuire a far decrescere progressivamente il vostro senso di colpa.
Se conoscete un gruppo di sostegno nella vostra zona che si occupa di problemi simili, non esitate a rivolgervi.
Sicuramente, se il vostro disturbo è particolarmente grave e pesante, dovreste rivolgervi ad un centro di salute mentale fidato e professionale.


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I LINK DA ME CONSIGLIATI
Mini-guida Per L'ansia E Pensieri Disfunzionali ☛ http://psyco.forumfree.org/index.php?&showtopic=65726
Errori, Esercizi, Tool, Racconti, Test ☛ http://psyco.forumfree.org/index.php?&act=...=0#entry1355735
Post Per Stare Meglio (la mia prima guida) ☛ http://psyco.forumfree.org/index.php?&showtopic=62228
Scelta del Terapeuta, Orientamento Psicoterapeutico ☛ http://psyco.forumfree.org/index.php?&showtopic=68151
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Capitolo Sesto

La Terapia Cognitiva

"Non fatevi travolgere da una convinzione a priori, ma ditevi sempre "Convenzione, credenza, aspetta un attimo. Lascia che prima io veda chi sei e cosa per me rappresenti"
Epicteto (55-135 circa)


Mentre la terapia comportamentale rimane il trattamento preferenziale per debellare i pensieri intrusivi, con il passare del tempo è stato messo a punto un approccio che va a completare la terapia stessa.
Viene chiamata "Terapia Cognitiva" ed è necessaria come completamento alla "Comportamentale" oppure come scelta unica all'inizio per tutti coloro che non sono in grado o non se la sentono di sottoporsi all'esposizione.
Il punto è questo: "Dal momento che le ossessioni si nutrono di pensieri e di credenze sbagliate che stanno alla base di esse, e che posso arrivare al massimo grado di irrazionalità, perché allora non lavorare su questi pensieri, scardinarli e sostituirli con pensieri più funzionali?".
Ma, al solito, un conto è dirlo in forma teorica, un altro è, invece, farlo nella pratica.
I primissimi tentativi avanzati dalla terapia cognitiva, efficaci per combattere la depressione, si rivelarono inutili per coloro che, invece, soffrivano di disturbo ossessivo-compulsivo.
Ma poi nuove ricerche sono state portate avanti.
All'inizio i ricercatori hanno cercato di applicare i metodi sviluppati dal Dr. Aaron Beck
dell'Università della Pennsylvania, per insegnare ai loro pazienti in che modo smascherare i pensieri irrazionali che nutrivano la depressione.
Dopo una serie di studi, ed i primissimi risultati, la Drs. Patricia van Oppen Paul Emmelkamp, dell' Università olandese, iniziarono a chiedersi se la terapia cognitiva avesse potuto mai risultare efficace anche per coloro che soffrivano di Doc dal momento che la presenza di credenze e convinzioni sbagliate non sussisteva solo per i fenomeni depressivi ma anche per il disturbo ossessivo-compulsivo.
Di conseguenza, non fecero altro che usare lo stesso programma previsto per coloro che soffrivano di depressione, anche nei confronti di coloro che soffrivano di Doc.
Questo non era mai stato fatto prima.
I ricercatori hanno così studiato i casi di molte persone affette da Doc e hanno infatti trovato un numero elevato di pensieri e di credenze disfunzionali, più o meno logiche o più e meno irrazionali, includendo quella tendenza (tipica di un docker) di sovrastimare la sensazione di pericolo e quel senso davvero eccessivo di responsabilità per le loro azioni.
Basandosi su questi casi, i ricercatori hanno poi elaborato un programma pensato proprio per queste persone (appunto quello cognitivo), hanno creato due gruppi di pazienti: il primo gruppo è stato trattato solo con i fondamenti di questa nuova terapia (quella cognitiva), mentre il secondo gruppo è stato trattato solo con un trattamento comportamentale e un qualsiasi placebo.
Con stupore (fino a quel momento la terapia comportamentale era considerata l'unica e la sola) si sono resi conto che la terapia cognitiva, che insegna al paziente in che modo agire direttamente sui pensieri per modificarli, aveva dato risultati efficaci e duraturi tanto quella comportamentale ed entrambe, pertanto, se usate in sinergia, sarebbero state ovviamente più risolutive di un qualsiasi placebo.
Dal momento che la terapia cognitiva sembrava promettere seri miglioramenti a tutti quei pazienti che non erano in grado (o si rifiutavano) di esporsi alla terapia comportamentale con prevenzione della risposta, diversi miei colleghi dell'Ospedale del Massachusetts, diretti dal Dr. Sabine Wilhelm, hanno tradotto dal tedesco all'inglese l'intero manuale che trattava di terapia cognitiva e hanno iniziato ad applicarne i fondamenti ai nostri pazienti che soffrivano di Doc in una clinica di Boston.
Questo trattamento è stato utilissimo per aiutare le persone che soffrono di pensieri intrusivi, oggetto di questo libro che sto scrivendo.
Insegnando ai pazienti in che modo smascherare i pensieri disfunzionali (che sono sempre alla base di questo disturbo) molte persone sono state in grado di tenere sotto controllo il disturbo e dunque esporsi.
Prima di darvi un esempio del modo in cui la terapia viene usata per trattare determinati pensieri disfunzionali (il caso che affronteremo parla dell'incesto) è importante capire i fondamenti di questo tipo di approccio cognitivo.


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La Terapia Cognitiva riguardo alle ossessioni

La Terapia Cognitiva si basa proprio sulla consapevolezza che i pensieri intrusivi sono pensieri comuni a tutto quanto il genere umano.
In pratica, le persone che soffrono di disturbo ossessivo-compulsivo non differiscono
assolutamente da coloro che non ne soffrono per quanto riguarda il contenuto dei loro pensieri (tutti gli esseri umani hanno pensieri di tipo sessuale o violento o di altro genere) ma differiscono da quest'ultimi solo ed esclusivamente nel modo in cui reagiscono a questi pensieri.
Questa reazione provoca il disturbo ossessivo-compulsivo.
La conseguenza e non la causa provoca il disturbo in questione.

Mentre molte persone sono perfettamente in grado di ignorare simili pensieri e riconoscerli per quello che davvero sono, cioè pensieri privi di importanza e significato, coloro che, invece, soffrono di Doc prestano ad essi un'importanza assolutamente esagerata che provoca l'esplosione del disturbo
e la sua stabilità nel tempo.
Tutti i terapeuti cognitivisti sono concordi nell'affermare che il motivo di tanta importanza e di questa esagerata attenzione ai pensieri va ricercata principalmente in tutta quella serie di credenze che il soggetto assimila come una spugna nel processo di maturazione e di crescita, a contatto con ambienti come la Chiesa, la scuola, la famiglia, l'educazione familiare.
Se si continua ad essere succubi di queste credenze che comunque vengono dal di fuori e che più o meno inconsciamente vengono imposte all'individuo, allora automaticamente si tende a riconoscere
questi pensieri come "sbagliati" e cercare di sopprimerli e questa soppressione, come già detto nella prima parte, non fa altro che rinforzarli e renderli sempre più aggressivi ed intrusivi.
Come se ciò non bastasse la situazione continua via via, inesorabilmente, a peggiorare con lo step successivo: non solo la persona non li accetta come normali, non solo si sforza con tutta se stessa di bloccarli nella mente (e già qui provoca seri danni con questo comportamento), ma inizia progressivamente ad evitare tutte le situazioni che possono scatenarli, finendo con il ritenere davvero che siano sbagliati e sintomo di un qualcosa che non va (perversione, malvagità, etc).
Evitare significa auto-convincersi che una cosa sia sbagliata quando in realtà non lo è affatto ("se io evito allora è perché ho ragione di farlo", questo è il messaggio che arriva al cervello, che si mette in allarme come se davvero avesse motivo per farlo. ma il motivo non esiste, perché il pensiero è normale, non "sbagliato").
Questo comportamento peggiora terribilmente la situazione. Sopprimere in questo modo può dare un sollievo solo momentaneo, perché in realtà tutto dopo si ritorce contro e si ritorce con maggiore intrusività e sofferenza.

Ricercatori di tutto il mondo hanno recentemente elencato quelli che sono i principali errori cognitivi di coloro che soffrono di Doc.

Tabella 11

Principali errori cognitivi che si nascondono dietro queste ossessioni
- attribuire un'importanza esagerata ad un pensiero in particolare
- pensare di dover avere un controllo totale sui pensieri
- ritenere che una situazione sia molto più pericolosa di quanto in realtà non sia
- intolleranza all'incertezza, essere convinti di poter prevedere sempre tutto
- perfezionismo, aspettare prima di agire per cercare di raggiungere prima un concetto di
"perfezione", evitando così critiche esterne
- eccessivo senso di responsabilità, credere di avere sempre l'ultima parola in fatto di responsabilità, nonché il potere di prevenire ogni singola situazione

Nel trattamento cognitivo il terapista valuta quali sono i pensieri disfunzionali che l'individuo si porta dietro e cosa fare nei singoli casi.

Eccessiva importanza data ai pensieri e bisogno di dover controllare sempre ogni cosa
Questo errore cognitivo sopraggiunge tutte le volte in cui noi arriviamo alla seguente conclusione:
dato che abbiamo fatto un simile pensiero, allora è certo che questo accadrà. Per un docker, pensare è uguale ad agire.
Se erroneamente si ritiene che un pensiero è "importante" allora crediamo di poterlo dominare e di poter avere, sforzandoci, il controllo totale su di esso (salvo il fatto che, in quanto umani, non ci riusciremo mai! nessun uomo è mai riuscito!)

Eccessivo senso del pericolo
Le persone che soffrono di Doc danno troppa importanza alla probabilità che un evento accada e hanno un eccessivo (ed immotivato!) senso del pericolo. Cercano sempre di accertarsi che una situazione non possa nuocere, e vogliono la sicurezza all 100%.
Molte persone reputano una situazione sicura solo fino a quando non compare il pensiero che "forse è pericolosa", anche se il motivo di tale pericolo non sussiste affatto (pensiero irrazionale).

Intolleranza all'incertezza
Proprio perché danno un eccessivo peso al pericolo, non sopportano non poter prevedere a priori un accadimento, non tollerano il "non sapere come andrà una determinata situazione". Detestano l'incertezza, il non essere sicuri se una data cosa avverrà al 100%.
Diverse ricerche hanno altresì dimostrato una stretta connessione tra perfezionismo, eccessiva importanza data al concetto di errore, dubbi e sintomi di Doc.

Perfezionismo
Diversi studi condotti sul disturbo ossessivo-compulsivo hanno trovato un nesso tra incapacità a sopportare l'incertezza e perfezionismo.
Coloro che soffrono di Doc ritengono che le loro azioni debbano essere perfette in tutto se si vuole evitare la critica altrui.

Eccessivo senso di responsabilità
Se credete di avere il potere di fare in modo che la cosa che temi non accada mai e se ritenete che qualora accadesse sarebbe completamente colpa vostra, allora avete un pensiero disfunzionale di base.
Moltissimi eventi della nostra vita sono fuori dal nostro controllo, non abbiamo poteri su di essi, e se ci impuntiamo a ritenerci responsabili per tutto allora peggioriamo la nostra situazione, perché alimentiamo i nostri sensi di colpa quando inevitabilmente le cose negative colpiscono noi o le persone che amiamo.
In realtà (pensiero funzionale) noi non possiamo avere il controllo su tutto e anche quando possiamo non controllare, la responsabilità non è mai completamente e totalmente nostra.


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Un caso clinico: la terapia cognitiva in caso di ossessioni sessuali

Per conoscere meglio in che modo la terapia cognitiva agisce sui pensieri disfunzionali, ho chiesto alla Dtt.ssa Wilhelm di parlarmi di un caso concreto, ossia di qualcuno che mettendone in pratica gli insegnamenti sia riuscito a farcela.
Mi ha parlato di un giovane ragazzo che ha tratto numerosi benefici dalla terapia.
Charles si era rivolto alla Dr.ssa. Wilhelm per chiedere aiuto riguardo ad una serie di ossessioni che riguardavano pensieri incestuosi verso la madre.
Questi sintomi erano peggiorati negli anni al punto tale che il ragazzo non riusciva più a fare nulla.
Il bombardamento e l'intrusività di questi pensieri non lo lasciavano un istante.
Quando giunse per la prima volta in clinica, era nella fase in cui si sforzava con tutto se stesso di resistere ai pensieri, erano due giorni che non riusciva a mangiare perché per punirsi aveva deciso di non concedersi neppure un piacere ed inoltre perché pensava che se avesse fatto qualcosa di piacevole (dall'acquisto di nuovi abiti all'attività sessuale) sarebbe stato assillato da simili pensieri.
La Dtt.ssa. Wilhelm aveva a disposizione solo 2 mesi per farlo stare meglio perché Charles sarebbe dovuto partire per ritornare al suo pase d'origine.
Dopo sole 8 sedute di terapia cognitiva, Charles si è accorto di avere una vera e propria regressione riguardo l'ossessione di incesto, ossessione che ora riusciva a tenere a bada anche quando si recava a far visita alla sua famiglia, mentre un tempo il solo fatto di restare in compagnia della madre lo metteva profondamente a disagio.
La Dtt.ssa Wilhelm mi ha fatto notare che il motivo principale del netto miglioramento di Charles è stato quello di rendersi conto che ciascun essere umano ha di volta in volta pensieri (violenti, di natura sessuale) di questo tipo.
Solo la consapevolezza che questi pensieri sono comuni a tutti e che l'unica differenza risiede nella reazione che una persona ha all'insorgere di questi, è bastata a Charles per motivarsi ed uscirne.
Per lui questa è stata una vera rivoluzione.
Per troppi anni aveva ritenuto di essere un persona disgustosa, un mostro, a causa di questi pensieri.
Ora sapeva che le cose non stavano così.
In pratica, si era convinto che, per il solo fatto di avere simili pensieri incestuosi, un giorno li avrebbe messi in pratica, ma grazie alla terapia cognitiva ha imparato a smascherare queste credenze assurde e a sostituirle con nuove.
Queste consapevolezze aiutarono Charles ad uscire dalla prigione che si era auto-costruito.
Prima del trattamento la sua vita era completamente assorbita dagli sforzi e dai tentativi immani di bloccare simili pensieri, anche attraverso l'evitamento: in particolar modo, quando iniziò il trattamento era arrivato ad evitare tutte le donne.
La Dtt.ssa Wilhelm cercò di spiegare a Charles, nell'intento di tranquillizzarlo, che ciò che lo portava a rimanere vittima del disturbo non era tanto e solo il fatto che lui si sforzava di non avere simili pensieri (ricordiamo: pensieri di incesto che passano per la mente di tantissime persone!) quanto quei giudizi morali, pesanti, spietati, che lui si attribuiva dopo che il pensiero l'aveva sfiorato.
Accettare il pensiero senza darsi necessariamente un giudizio di tipo morale è un punto cruciale della terapia cognitiva, ecco perché rappresentò il leit-motiv di tutte le 8 sedute che Charles ebbe con il dottore.
La prima volta che charles si rivolse alla Dtt.ssa Wilhelm, il ragazzo si trovava in un periodo molto difficile, in cui non riusciva neppure ad andare in giro per negozi, poteva mangiare solo in compagnia della moglie e non aveva alcun rapporto sociale, alcun contatto con l'esterno.
Se un pensiero intrusivo lo assaliva mentre stava facendo qualcosa di piacevole, tutto ciò che stava facendo veniva "rovinato", "invalidato", "contaminato".
In questo caso smetteva di farlo ed evitava.
Durante il primo colloquio, Charles disse alla Dtt.ssa Wilhelm di avere oramai pensieri simili sempre, in continuazione, tutto il giorno, tutti i giorni.
I pensieri lo assalivano al punto tale che tutto stava diventando difficile e penoso: stare al lavoro e, ora, persino in casa.
Le ossessioni iniziarono a dilagare, a coinvolgere contenuti sempre nuovi: ora, dall'iniziale ossessione di incesto, era arrivato a doversi lavare continuamente per ossessioni di contaminazione.
Era disgustato dagli escrementi corporei, dagli insetti ed evitava oramai ogni cosa.
Tuttavia, Charles confidò alla Dtt.ssa Wilhelm che queste nuove ossessioni non erano riuscite a fargli superare quella di sempre: l'ossessione di incesto.
Charles non si era mai rivolto ad uno psichiatra e si rifiutava di assumere farmaci.
Il suo matrimonio era ancora in piedi ma sua moglie stava iniziando a stancarsi di tutte queste ossessioni.
Charles desciveva suo padre come un uomo "dagli standard morali troppo elevati" e sua madre, la persona che più amava e che più rispettava, come una "santa".
Com' era normale nel suo paese di appartenenza, le questioni inerenti il sesso in casa erano assolutamente tabù.
I rigidi precetti religiosi che da piccolo aveva assimilato gli facevano credere che avere pensieri
strani di natura sessuale era un peccato molto grave, di conseguenza ora si sentiva profondamente in colpa e si vergognava talmente tanto di queste ossessioni incestuose, che non riguardavano più solo sua madre ma anche sua sorella.
Confidò alla Dtt.ssa Wilhelm che se solo fosse riuscito ad avere un maggior controllo e una maggiore forza di volontà ce l'avrebbe fatta a tenerli a bada, che però non ci riusciva mai e questo lo gettava nello sconforto più totale.
Charles era davvero convinto che partorire simili pensieri non poteva essere altro che indice di "perversione", di "amoralità", di "malvagità" e che se non li avesse immediatamente bloccati una catastrofe sarebbe presto accaduta.
Da ultimo si era oramai convinto che non ne sarebbe mai più uscito, era "destinato" a soffrire.
A peggiorare ulteriormente le cose si aggiungeva il fatto che riteneva peccato anche auto-indursi questi pensieri come terapia per contrastarli.
Non accettava assolutamente la loro presenza.
Era fermamente intenzionato a bloccarli.
La Dtt.ssa Wilhelm allora decise di intervenire subito: lo fece parlare e ascoltò tutta la storia del ragazzo.
Ovviamente la ascoltò con le orecchie di una terapeuta cognitivista e, pertanto, non le fu difficile scovare e smascherare tutti quei pensieri disfunzionali che gli provocavano ossessioni, vergogna e profondi sensi di colpa.
Nel prossimo paragrafo riporto una descrizione dettagliata del trattamento a cui venne sottoposto Charles, un trattamento, come detto, mirato a portare a galla le errate credenze che stavano alla base del disturbo e che sono state progressivamente sostituite da altre più sane.


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Il trattamento

All'inizio, quando la Dtt.ssa gli chiese di parlarle un po' di questi pensieri, Charles era veramente molto imbarazzato.
La terapeuta ha cercato di tranquillizzarlo, di incoraggiarlo, assicurandogli che mai e poi mai l'avrebbe giudicato per il contenuto dei suoi pensieri.
E' importantissimo (nonché vitale per l'efficacia della terapia) che tra paziente e terapeuta si instauri sempre un rapporto di collaborazione e di fiducia reciproca.
Durante la prima seduta, gli illustrò i “fondamenti” della terapia cognitiva e il modo in cui gli sarebbero stati utili a contrastare questo tipo di disturbo.
Gli fece vedere i pensieri intrusivi sotto un'ottica completamente diversa: erano solo “pensieri”, tra l'altro assai comuni in tutto il genere umano (anche quelli più incresciosi e/o eccessivamente irrazionali).
Per convincerlo ancora di più, la Dtt.ssa gli parlò della ricerca che vi ho esposto precedentemente, quella che venne portata avanti interrogando un campione di studenti di diverse parti del mondo (tutti, ricordiamo, avevano ammesso di avere avuto simili pensieri).
Aiutò il ragazzo a capire, inoltre, cosa poteva aver provocato in lui la presenza di errate credenze, false convinzioni, pensieri disfunzionali che stavano dietro quei pensieri intrusivi (l'educazione familiare, uno stato eccessivo di ansia, di stress) e gli spiegò il meccanismo (deleterio e dannoso) che scatta tutte le volte in cui si cerca di sopprimere simili pensieri e di evitare le circostanze che li innescano.
Durante le sedute successive, Charles divenne molto abile a riconoscere e smascherare da solo i pensieri disfunzionali, il modo di sostituirli e iniziò a riconsiderare per un dato evento ed una data situazione diversi punti di vista, quelli che lui solitamente non aveva mai preso in considerazione.
Nel fare questo tipo di lavoro si avvalse del classico metodo socratico (maieutica).
Esempi: “la tua credenza è una credenza realistica? che cosa diresti ad una persona che soffre di doc ed ha maturato questa stessa credenza? è razionale?”.
In pratica, Charles imparò a smascherare tutte queste convinzioni errate (di cui si nutriva il Doc) e a sostituirle prendendo in considerazione altre alternative, guardando ad esse da un altro punto di vista.
Lavorò su questo punto tanto durante le sedute quanto a casa, da solo.
Vennero così portate a galla tutte quelle deformazioni del pensiero che a livello cognitivo gli provocavano terribili ossessioni.
Fatta questa operazione, paziente e terapeuta si concentrarono sulla questione dell' eccessiva importanza data ai pensieri, sull'altissimo senso di responsabilità, sull'esagerata sensazione di pericolo e sull'incapacità di ammettere incertezze, veri e propri punti deboli del ragazzo.
Nel corso di tutte e 8 le sessioni, la Dtt.ssa Wilhelm insegnò a Charles una molteplicità di tecniche messe a punto dalla terapia cognitiva.
Alcune di queste tecniche consistevano nello stilare delle liste dove il ragazzo avrebbe dovuto scrivere i pro e i contro di una stessa situazione, i vantaggi e gli svantaggi.
Altre, invece, si concentravano solo su singoli pensieri disfunzionali, quelli più radicati.
Alla fine Charles fu assolutamente in grado da solo di portare avanti un discorso di tipo cognitivo su se stesso.
L'ultima seduta si basò sul come comportarsi in caso di ricadute, qualora si verificassero in futuro.
La Dtt.ssa gli spiegò che ogni tanto le ossessioni fanno capolino, ma che una volta fatti propri gli strumenti per combatterle, le si imparava a gestire, in maniera viva sempre più automatica.
Gli consigliò di tenersi sempre allenato e di non abbassare mai la guardia.
Sotto riporto una descrizione più dettagliata delle tecniche cognitive che Charles apprese durante tutte le 8 sedute.
Se soffrite anche voi di penosi pensieri intrusivi, impegnatevi a metterle in pratica, vi saranno sicuramente di grande aiuto.


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L’esperimento della soppressione del pensiero

Secondo i criteri della teoria cognitiva, i pensieri intrusivi di natura sessuale di Charles iniziavano a diventare un problema proprio nel momento in cui egli rispondeva ad essi con una reazione sbagliata.
Dal momento che il ragazzo era fortemente convinto che questi pensieri fossero importanti e inaccettabili, faceva tutto il possibile per sopprimerli e questo atteggiamento li rendeva ancora più aggressivi.
Non sapeva che in realtà è quasi impossibile sopprimere un pensiero e avere un controllo totale su di esso.
Per fargli capire quanto sia difficile controllare i nostri pensieri, la Dtt.ssa Wilhelm gli chiese di pensare ad una giraffa in maniera continuativa per circa 1 minuto (se state eseguendo l'esercizio da soli munitevi di un orologio).
Gli venne chiesto di alzare un dito tutte le volte in cui l'immagine della giraffa non si presentava alla sua mente.
Come la terapeuta aveva previsto, il ragazzo faceva difficoltà a concentrarsi sull'immagine della giraffa per 1 minuto intero, ecco perché si ritrovò ad alzare il dito più e più volte.
Allora la dottoressa gli fece invertire l'esperimento: ora non avrebbe dovuto pensare all'immagine di una giraffa per 1 minuto intero.
Come risultato, Charles si trovò a pensare all'animale quasi per l'intero minuto, ecco perché continuava ad alzare ancora una volta il dito più e più volte.
Quindi, più il ragazzo si sforzava di sopprimere l'immagine della giraffa, più questa stessa immagine gli si ripresentava in continuazione, senza dargli tregua.
La Dtt.ssa allora gli spiegò il motivo per cui ciò accadeva (e che noi abbiamo già considerato nei capitoli precedenti).
Charles si convinse che il metodo della soppressione del pensiero non avrebbe mai potuto essere una soluzione definitiva perché non solo non consentiva di non pensare ad una determinata cosa ma permetteva che quest'ultima ritornasse in futuro con una maggiore frequenza, intrusività e penosità.


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Educazione su come i nostri pensieri, e le relative emozioni, funzionano (psicoeducazione)

Le distorsioni cognitive che stavano alla base delle ossessioni di Charles erano sicuramente imputabili ad una educazione familiare troppo chiusa e rigida riguardo ai pensieri di natura sessuale, fantasie, eccitazione.
Egli imparò che tutti noi facciamo in continuazione pensieri di carattere sessuale è che possiamo trovare eccitazione per moltissime cose, non necessariamente le più usuali e consuete.
La dottoressa gli consigliò di acquistare alcuni libri sull'educazione sessuale in modo da potersi informare su quali fossero le comuni fantasie degli esseri umani e come l’eccitazione.
All'inizio il ragazzo era troppo imbarazzato per approfondire l'argomento ma presto riuscì a superare questo blocco psicologico e iniziò a leggere vari libri e riviste che lo aiutarono a razionalizzare questa visione catastrofica, che lui attribuiva alle proprie fantasie sessuali.


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La tecnica della “freccia discendente”

Charles trasse ottimi benefici dalla tecnica della “ freccia discendente", uno strumento importantissimo di cui si avvale la terapia cognitiva.
Dopo aver identificato un determinato pensiero intrusivo, la dottoressa gli chiese di indagare che cosa in realtà questo per lui significasse e perché ne avesse così tanta paura.
“Cosa significa per lei avere questo pensiero? Perché la terrorizza così tanto?”, iniziò a chiedergli. Charles rispose a queste domande e questo gli consentì di indicare quella che lui considerava la catastrofe finale, la grande paura che si celava dietro a questo pensiero.

Tabella12

La tecnica della freccia discendente
Immagini e pensieri intrusivi di avere un rapporto sessuale con la propria madre--------- questi pensieri mi disgustano------- mi devo assolutamente sbarazzare di questi pensieri-----se non riesco a controllarli allora significa che li voglio mettere in pratica --------- io sono il demonio.

Valutazione dei vantaggi e degli svantaggi del tentativo di controllare un pensiero intrusivo
Charles fu invitato ad indicare i vantaggi e gli svantaggi, i pro e i contro che derivano dal tentativo di controllare un pensiero intrusivo.
La dottoressa lo aiutò in questo esercizio facendo leva su un sistema che viene chiamato il sistema socratico: riuscì ad avvalorare tutti gli svantaggi che una tale pratica implicava e scardinare tutti i vantaggi che il ragazzo aveva indicato.
Questa tecnica lo convinse sempre di più che era sbagliatissimo tentare di controllare e di sopprimere i propri pensieri (si trattava veramente di una battaglia persa, che gli arrecava a più svantaggi che vantaggi).
Questa considerazione, riuscì, da sola, a consentire una regressione dell’ossessione di incesto.

Esame dell'evidenza
La tecnica della freccia discendente aveva evidenziato che una delle peggiori paure di Charles consisteva nel fatto che forse un giorno egli avrebbe potuto mettere in pratica il contenuto dell'ossessione, perdendo così qualsiasi tipo di controllo.
La dottoressa lo aiutò a scardinare questa distorsione cognitiva spingendolo a riflettere che nella vita, nella quotidianità di tutti giorni, ci troviamo spesso a pensare alle cose più assurde, senza che questo implichi il fatto di doverle mettere in pratica.
Ci può capitare ad esempio di trovarci nella sala d'attesa di uno studio medico e avere il pensiero bizzarro di prendere le riviste disponibili e buttarle nel cestino della spazzatura.
Charles ne convenì e iniziò a ricordarsi che molto spesso anche a lui capitava di avere dei pensieri assurdi, che non gli veniva in mente di mettere in pratica e che riusciva tranquillamente a superare.
Ad esempio si ricordò di quando pensò a come sarebbe stato spogliarsi e mettersi a ballare nudo nella sala d'attesa di uno studio medico, ma ricordò anche di non averlo fatto e di aver superato tranquillamente questo tipo di pensiero.
Gli viene anche chiesto di immedesimarsi nella figura di uno scienziato razionalista, chiamato a valutare la veridicità o meno delle sue ipotesi.
Così, come un perfetto scienziato, Charles inizio a lavorare su questa affermazione (in realtà una vera e propria profezia!): "Se ho un pensiero di natura sessuale, immorale o imbarazzante, non sarò in grado di resistere all’impulso di agirlo”.
Dopo aver portato a termine questo lavoro di natura “scientifica”e “razionale”, paziente e terapeuta si resero conto che questa affermazione non poggiava assolutamente su basi certe, di conseguenza non poteva essere né provata né confermata.
Il pensiero corretto, che sostituiva il precedente, dunque era “ pensare a qualcosa non significa assolutamente volerla fare”.

Errate convinzioni
Nell'usare la tecnica della freccia discendente, era uscita questa affermazione “Sono il diavolo”.
La terapeuta gli insegnò a cambiare anche questo tipo di pensiero disfunzionale, sostenendo che l'evidenza dei fatti faceva emergere un altro tipo di verità, ossia “ sono estremamente preoccupato di compiere una atto immorale e di far del male a mia madre".
Lo scopo è sempre quello di instaurare uno scenario è razionale e reale e di allontanare ogni tipo di distorsione o deformazione.
Tutto remava a favore di Charles, pertanto egli non era assolutamente il demonio che credeva di essere.
Questo tipo di lavoro lo aiutò a considerare i fatti, dunque, da un punto di vista e equilibrato e razionale.

Tecnica cognitiva del “continuum”
Un'altra tecnica cognitiva molto utile, che aiuta a scardinare il pensiero " solo il diavolo” è la cosiddetta tecnica del “continuum”.
Avvalendosi di una scala da 0 (persona estremamente morale) a 100 (persona estremamente immorale) Charles valutò che valore avesse, in termini di gravità, immaginare di avere un rapporto sessuale con la propria madre.
Come collocare, allora, un omicidio efferato o uno stupro violento?
Questo aiutò il ragazzo a ridimensionare “il grave peccato” che immaginava fosse l'avere un rapporto sessuale con la propria madre: in definitiva, era un pensiero non eccessivamente atroce, diabolico, quindi di conseguenza quella frase “io sono il diavolo” non aveva motivo di essere.

Calcolare la probabilità effettiva del pericolo
Come ho già spiegato, Charles non soffriva soltanto per questa ossessione di natura sessuale ma anche per tutta una serie di ossessioni di contaminazione, compresa anche la paura di poter contrarre qualche malattia letale.
Le tecniche e gli esercizi comportamentali che abbiamo spiegato nel capitolo procedente sono pressoché efficaci per risolvere questo tipo di disturbo.
Ma il lavoro che Charles svolse fu, come abbiamo detto, soprattutto di tipo cognitivo.
La dottoressa gli chiese di indicare dapprima la percentuale che lui attribuiva all’ eventualità di poter contrarre il virus dell’AIDS durante una seduta dal dentista (e Charles indicò il 30%), poi gli chiese di indicare tutti i co-fattori che, messi insieme, gli avrebbero potuto provocare appunto la contrazione del virus e di stabilire per ciascuno di essi un valore di “probabilità”.

Tabella 13

Calcolo dell’effettiva probabilità che si verifichi una catastrofe
Evento:
Il dentista ha l’ AIDS
Probabilità che ciò sia vero: 1/1,000
Probabilità cumulativa tra questo e gli altri eventi: 1/1,000

Evento:
Contraggo il virus
Probabilità che ciò sia vero: 1/10
Probabilità cumulativa tra questo e gli altri eventi: 1/10,000

Evento:
Ho un’escoriazione nel punto di contatto tra una sua ferita e la mia: 1/10
Probabilità che ciò sia vero: 1/1,000
Probabilità cumulativa tra questo e gli altri eventi: 1/100,000

Evento:
Il virus genera HIV
Probabilità che ciò sia vero: 1/10
Probabilità cumulativa tra questo e gli altri eventi: 1/1,000,000

Evento:
HIV si evolve in AIDS
Probabilità che ciò sia vero: 1/10
Probabilità cumulativa tra questo e gli altri eventi: 1/10,000,000

Risultato del trattamento

Il punteggio iniziale di Charles, calcolato sulla base della scala YBOCS, era 35, e questo indicava che il disturbo ossessivo compulsivo era piuttosto serio.
Immediatamente dopo il trattamento, il punteggio era sceso a 18: c'era dunque stato un notevole miglioramento.
Aveva ottenuto una riduzione dei sintomi pari al 5%, e questo risultato significa che stava rispondendo positivamente alla terapia.
Charles ritorno due mesi dopo la fine del trattamento e stava continuando a migliorare.
Ora il punteggio calcolato sulla base della scala YBOCS era sceso a otto, il disturbo ormai era molto lieve.
Si era ottenuta una regressione nelle ossessioni assolutamente considerevole.
Sebbene i risultati della terapia cognitiva siano veramente ottimi, possiamo però affermare che il metodo non farmacologico per eccellenza resta sempre la terapia comportamentale basata sull'esposizione con prevenzione della risposta.
Però è anche vero che questo dato non è valido per tutti: ci sono persone che non possono esporsi se prima non hanno fatto un lavoro di tipo cognitivo, se non hanno razionalizzato le loro paure e scardinato le credenze più radicate.
Esistono addirittura persone, come Charles, che si rifiutano categoricamente di esporsi: la dottoressa ha infatti mi ha detto che sicuramente sarebbe stato utile al ragazzo esporsi alle situazioni temute (magari facendo leva anche sul metodo del registratore) ma che nel suo caso era sconsigliato perché c'era un rifiuto netto a questo tipo di approccio da parte del paziente.
Di conseguenza, non solo l'esposizione non avrebbe funzionato ma avrebbe fatto anche danni ulteriori.
In linea di massima, se le convinzioni di una persona sono veramente molto radicate e profonde, l'esposizione può risultare dannosa, ed è assolutamente indicato procedere prima da un punto di vista cognitivo, e solo successivamente con l'esposizione diretta.
Infatti, in alcuni casi è solo dopo lo scardinamento delle distorsioni cognitive che si è pronti per l'esposizione.
Ci sono anche persone che hanno fatto leva solo sulla terapia cognitiva (come Charles) ed hanno ottenuto degli ottimi risultati: posso fare anche l'esempio di una paziente della dottoressa Wilheilm, che soffriva di ossessioni intrusive di natura omosessuale.
La donna era terrorizzata dai pensieri di poter provare attrazione verso persone dello stesso sesso: questa donna è riuscita ad ottenere una regressione totale di questo tipo di ossessione solo attraverso la terapia cognitiva.
Ovviamente, potreste, ora, replicare che è impossibile fare terapia cognitiva senza includere anche alcuni elementi di esposizione: nel caso di Charles, infatti, il semplice parlare alla dottoressa di questo tipo di pensieri è stata una forma di esposizione, a cui si è abituato e che ha consentito di diminuire l'ansia e la vergogna.
Un minimo di esposizione è necessaria (non fosse altro perché si parla di ciò che si teme) e questa è l'unica ragione che mi porta a dire che possibilmente un percorso di guarigione deve sempre implicare un rapporto a due; Spesso sconsiglio di agire da soli, non fosse altro per il fatto che parlando con una persona fidata (un medico, un terapeuta, un amico, un religioso) non solo si possono smascherare meglio certe distorsioni cognitive ma anche contemporaneamente esporsi ad esse perché come detto il parlare è una forma di esposizione.
Ad ogni modo, ricerche condotte in campo di terapia cognitiva hanno dimostrato la validità e l'efficacia a tutto campo di questo trattamento.
Tuttavia, non si hanno ancora risultati effettivi di questo tipo di trattamento in auto-terapia.
Così, se ritenete di poterne trarre dei benefici, sarebbe consigliabile rivolgersi ad un centro di salute mentale, esperto in questo tipo di approccio.


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Capitolo Settimo

Cattivi pensieri blasfemi

"Nessun disturbo dell’immaginazione … è così difficile da curare come quello che è aggravato dal terrore della colpa:la fantasia e la coscienza in quel momento agiscono in modo intercambiabile su di noi … i superstiziosi sono spesso melanconici e la malinconia è sempre superstiziosa"
Samuel Johnson (1709 – 1784)


Martin Lutero era tormentato dall’impulso di maledire Dio e Gesù, e mentre pregava era ossessionato dalle immagini del “Diavolo alle sue spalle”.
Sant’Ignazio non riusciva a camminare su due rametti a terra se essi formavano casualmente un a forma a croce, per timore che ciò potesse essere una mancanza di rispetto per il Crocifisso. Robert Burton, nel suo classico “Anatomia di una Malinconia” scrisse, nel 1621, di un pover’uomo che “se si trovava in mezzo ad una sala silenziosa e raccolta, ascoltando un sermone, avere paura che sarebbe stato capace di dire ad alta voce e inconsapevolmente, qualcosa di indecente, indegno di
essere detto”. E John Moore, il vescovo di Norwich, predicò davanti alla Regina Maria II nel 1691 in “religiosa malinconia” descrivendo dei credenti di grande morale che erano tormentati da “maliziosi ed a volte blasfemi pensieri” – nonostante i loro sforzi di soffocarli e sopprimerli.
Quando i cattivi pensieri hanno implicazioni religiose, la sofferenza spesso è molto più grande, ed il trattamento più complicato del solito. Per questo ho aspettato di parlare di questi complicati “casi particolari” di cattivi pensieri dopo aver descritto i trattamenti standard.
Nessuno ha più esperienza nel trattamento dei cattivi pensieri religiosi del dottor William E. Minnichiello, mio amico di lunga data e mentore al Massachusetts General Ospital. Con un background come prete cattolico, nonché decennale esperienza nel trattare pazienti con ossessioni, il dott. Minichiello ha un singolare prospettiva su questo problema. Conseguentemente io indirizzo a lui i miei pazienti con ossessioni a tema religioso, per un ulteriore parere. Il più grande problema che egli riscontra nei pazienti con ossessioni blasfeme è una visione di Dio totalmente “non
teologica”.
Non molto tempo fa gli indirizzai Janie – la giovane donna affetta contemporaneamente da cattivi pensieri e deja-vue dovuti al PTSD – per parlare col dottor Minichiello della sua convinzione di essere destinata a passare tutta l’eternità all’inferno.
Janie era stata allevata da una famiglia cattolica praticante, andava a messa con loro tutte le domeniche mattina, e le era stato insegnato che i pensieri malvagi erano peccaminosi esattamente come le azioni malvagie.
A causa de suoi cattivi pensieri lei era stata certa, sin da quando era in grado di ricordare, di essere destinata all’Inferno dopo la sua.
Per far sentire Jenie più a suo agio col Dottor Mincihiello, la accompagnai alla sua prima seduta, sedendomi con loro per presentarli, ed ascoltando poi la conversazione.
Il calore, la gentilezza e la saggezza del dottor. Minichello riuscirono a mettere Jenie gradualmente a suoi agio, e così si ritrovò chiedergli domande che aveva desiderato poter fare da anni.
Per correggere quella che il Dott. Minichiello chiamò “ la non teologica idea di Dio” che Jenie aveva, egli cercò prima di tutto di convincerla che Dio non è un mostro.
Non è come un essere umano, che si arrabbia e poi si vendica. Al contrario,il dottor Minichiello enfatizzo a Jenie tutti i centinaia di passi delle Sacre Scritture dove Egli è descritto come un Dio d’Amore . Siccome Jenie era cristiana, lui le chiese “Come facciamo noi a conoscere Dio? Noi conosciamo Dio attraverso Gesù – e quel’è la descrizione di Gesù relativamente al Padre? Un Dio D’Amore.”
Le fece degli esempi, come la parabola del figliol prodigo: Nonostante tutte le cose sbagliate che il figliol prodigo fece, il padre lo perdonò completamente e ordinò una grande festa per il ritorno del figlio che lui credeva perso per sempre.
Il messaggio del Dott. Minichiello a Jenie era che Lui è un Dio D’Amore, un amore senza lacci, un amore incondizionato. (è teologicamente corretto, non è una rassicurazione. Ndr)
Il Dott. Minichiello rispose pazientemente a tute le domande di Jenie, rassicurandola continuamente che lei non avrebbe perso l’amore di Dio a meno che lei non avesse fatto la scelta consapevole di commettere un azione che lei sapeva essere cattiva, e non se ne fosse mai pentita.
Mise in contrapposizione questa affermazione con i cattivi pensieri di Jenie che non
rispondevano assolutamente a questi criteri ma erano il risultato di un disturbo cerebrale, il DOC.

Quando lei gli raccontò uno per uno tutti i suoi cattivi pensieri, Il Dottore le assicurò che non era peccato averli , neanche i più atroci e perversi. Nulla, le disse, avrebbe mai potuto spezzare la sua relazione con Dio.
(anche questo teologicamente corretto, e non detto tanto per, basta ricordare San Paolo “Chi accuserà gli eletti di Dio? Dio giustifica. Chi condannerà? Cristo Gesù, che è morto, anzi, che è risuscitato, sta alla destra di Dio e intercede per noi? Chi ci separerà dunque dall'amore di Cristo?
Forse la tribolazione, l'angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati. Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun'altra creatura potrà mai separarci dall'amore di Dio, in Cristo Gesù, Nostro Signore. Ndr.)
Ma la cosa più importane è che il Dott. Minichiello assicurò a Jenie che i suoi cattivi pensieri non avevano assolutamente nulla a che con lei come persona- erano semplicemente il sintomo del disturbo di cui soffriva.
Sottolineo che le persone davvero violente e crudeli non hanno affatto questo genere di cattivi pensieri.
Possiamo definire quello che il Dott. Minichiello ha fatto con Jenie uno speciale tipo di Terapia cognitiva, fatta spesso dai consiglieri spirituali nella storia passata dell’umanità.
Ho rincontrato Jenie dopo il suo consulto col dott. Minichiello, e mi ha detto che era un pò meno certa di essere destinata all’inferno, e meno impaurita.
Nelle settimane che seguirono, lei ha incominciato a discutere delle sue paure con un prete che il Dott. Mincihiello le aveva consigliato, ed adesso si sente abbastanza sicure da riuscire ad affrontare i suoi cattivi pensieri direttamente con l'esposizione con prevenzione della risposta, senza considerarli peccati.
Anche se ha ancora molta strada da fare, Jenie mi ha detto che adesso è speranzosa, dopo tantissimo tempo!
Quando, più tardi, ho discusso il caso di Janie con il Dr. Minichiello, egli mi ha ricordato di tenere sempre presente il fatto che le persone come Janie in genere sono delle persone molto sensibili, e lo sono ancora di più quando si parla di Dio.
Come ho già spiegato nel capitolo 4, molte delle persone che ho avuto in cura hanno dichiarato di aver sofferto per questa eccessiva sensibilità durante la loro infanzia e adolescenza.
Pertanto, i pezzi sembrano combaciare perfettamente.
Le ossessioni religiose hanno una caratteristica così peculiare che, come sostiene il Dr. Minichiello, quando si parla di trattamento, bisogna prendere le dovute precauzioni.
Il dottore in questione mi ha fatto un esempio inerente un paziente di religione cristiana che soffriva per penosi impulsi e ossessioni blasfemi.
Il paziente era fortemente convinto che fosse Satana a suggerirgli simili pensieri (ad es: “Odio Dio”), e che fosse sempre il demonio a indurgli delle immagini in cui comparivano scene di sesso che avevano come protagonisti le maggiori figure religiose, oppure in cui veniva profanato il pane e il vino dell'eucaristia, oppure l'impulso fortissimo ad afferrare il crocifisso, staccarlo dalla parete e
distruggerlo.
Di solito quando applico la terapia comportamentale basata sull'esposizione, dico al paziente che è necessario esporsi perché solo così si ha la prova che in realtà non succede assolutamente nulla.
Ma quando si parla di ossessioni religiose il discorso è un po' diverso perché, per un credente, la prova che in realtà non succede assolutamente nulla è, però ovvi motivi, verificabile solo dopo la morte.
Il punto è che, riguardando un evento che accadrà solo nella vita ultraterrena, nulla può essere testato, pertanto ciò che si chiede al paziente è un grande, infinito, atto di fede.
Quest’anno di profonda fede, come sostiene il Dr. Minichiello, è assolutamente necessario prima di qualsiasi tipo di esposizione.
D’ altra parte, il dottore fa notare che se Janie non avesse fede e continuasse a ritenere che il pensare involontariamente certe cose (e poi volontariamente secondo i dettami della terapia comportamentale basata sull'esposizione) fosse in realtà un peccato o un qualcosa da attribuire ad una possessione demoniaca, è ovvio che non ce la farebbe mai ad esporsi.
Al contrario, il Dr. Minichiello ha avuto diversi casi di pazienti che, forzati ad esporsi, hanno manifestato un peggioramento del disturbo.
Il primo lavoro in assoluto da fare quando si parla di ossessioni religiose, pertanto, non è di tipo comportamentale, bensì di tipo cognitivo: il terapeuta deve aiutare il paziente a capire che non c'è assolutamente nulla di peccaminoso nell’avere e nello stimolarsi simili pensieri, e lo deve fare non solo per il paziente in sé ma anche perché ha prestato il giuramento di Ippocrate e quindi ha l’obbligo ed il dovere morale di salvaguardare la salute ed il benessere del soggetto in questione.
La prima domanda in assoluto che lui rivolge a persone affette da ossessioni religiose è la seguente "Lei crede davvero che Dio possa un giorno punirla per simili pensieri?”.
Un altro esperto di ossessioni religiose è il Dr. Joseph Ciarrocchi, del Loyola College del Maryland, il quale ha ripreso, all'interno del suo libro dedicato al disturbo ossessivo compulsivo, alcune osservazioni fatte dal Dr. Minichiello.
“I sintomi di Doc più difficili da trattare sono spesso quelli che si annidano in distorsioni cognitive esasperate. Queste distorsioni si trovano a metà strada tra la”realtà” e l’ “incertezza”, laddove il concetto di “incertezza” assume una valenza ancora più ampia rispetto alle altre ossessioni. Le ossessioni e compulsioni religiose, proprio perché coinvolgono la sfera etica e morale dell'individuo, si vanno a collocare proprio in questa via di mezzo”.
In altre parole, i pensieri intrusivi di natura religiosa sono i più difficili da trattare perché la paura, non provata, che la punizione divina possa abbattersi sull'individuo dopo la morte, è veramente troppo elevata.
C’è inoltre da aggiungere che le persone affette da questo tipo di ossessioni si vergognano moltissimo di averle, e il profondo imbarazzo, la vergogna, il grande senso di colpa provato impedisce loro di confidarsi con chiunque.
Inoltre, quando riescono ad aprirsi, trovano molta sofferenza perché ingaggiano una battaglia innanzitutto contro penosi sensi di colpa.
Il Dr. Ciarrocchi mi ha confidato che alcuni pazienti, a causa di queste errate credenze religiose troppo radicate, non sono stati in grado di affrontare la terapia basata sull'esposizione, di cui però avevano bisogno per stare meglio.
Alcuni di loro considerano i loro pensieri e i loro impulsi (e rabbia, gelosia, eccitazione sessuale) non come stati mentali, ma direttamente come pensieri ed impulsi già agiti, per il solo fatto di pensarli.
Ad esempio, se stimolati a guardare immagini di persone seminude nei cataloghi di moda dei grandi magazzini, loro sono convinti di avere già tradito il proprio partner, con il pensiero, con il cuore.
Di conseguenza, si rifiutano di guardare.
Per aggirare l’ostacolo, il Dr. Ciarrocchi spesso realizza una vera e propria lista, in cui elenca una serie di circostanze (passibili di esposizione) che il paziente poi deve consegnare ad un esperto religioso, una persona di fiducia, in modo da appurare quali situazioni siano maggiormente accettabili e quali meno.
Lo scopo è quello di esporsi solo alle situazioni ritenute “maggiormente accettabili”.
Nel capitolo 5 ho descritto il caso di un uomo che soffriva di ossessioni religiose e che è stato trattato con successo proprio dal Dr. Ciarrocchi (ed è il caso di un paziente vittima di credenze religiose molto profonde e radicate).
A volte, tuttavia, anche questo non è sufficiente.
Il Dr. Ciarrocchi mi ha fatto notare che alcuni pazienti tuttora rifiutano di esporsi, e questo anche quando hanno ricevuto il benestare di un esperto religioso.
L’uomo che era riuscito ad esporsi con successo ai cataloghi di moda sopracitati non avrebbe mai potuto farlo se fosse stato profondamente convinto della peccaminosità degli istinti sessuali che avrebbe provato nel guardare.
Alcune credenze radicate sono le seguenti.
Quelle solitamente trasmesse da sottogruppi religiosi che pongono l'accento sulla necessità di conformarsi a delle regole e a delle credenze eccessivamente rigide.
Questi sottogruppi enfatizzano troppo quelle direttive che sono sì presenti nella concezione religiosa maggioritaria ma che, tuttavia, debbono essere sempre considerate nella loro umanità, normalità.
Ad esempio, in Italia esistono delle congregazioni di monaci che consentono di farsi la doccia solo utilizzando delle spazzole di setola dura in modo da impedire a coloro che ne fanno parte di indugiare a lungo, sotto la doccia, nelle loro parti intime.
Una donna, invece, aveva dell’atto sessuale una visione eccessivamente rigida, lo considerava un atto sporco, disgustoso, anche se avuto all'interno di un rapporto matrimoniale: quando faceva l'amore con suo marito era solita mettere la Bibbia in un cassetto per evitare che nella sua mente si mescolassero immagini religiose e immagini dell'atto sessuale.
Cosa si può fare per sradicare simili credenze, profonde e deformate?
Cosa potrebbe fare un esperto di ossessioni e compulsioni sessuali come il Dr. Minichiello, per convincere un paziente che avere questi pensieri, impulsi, immagini, non significa assolutamente andare incontro alla punizione divina?
“Alla fine” egli sostiene “è tutto un lavoro di tipo cognitivo. Bisogna lavorare con costanza ed impegno per raddrizzare queste distorsioni cognitive e, purtroppo, non tutti i terapeuti possono farlo, perché non tutti hanno lo stesso background di base. Io posso provare a farlo, con l’aiuto di un esperto religioso ma mi rendo conto che è molto importante trovare un religioso che sia in grado di capire. La scelta di un esperto religioso è importante. E’ necessario che sia informato sul Doc e sulla
tematica delle ossessioni religiose”.
Se il paziente dovesse, infatti, rivolgersi alla persona sbagliata, e ascoltare un qualcosa che può, potenzialmente, rafforzargli la convinzione della dannazione eterna, allora quella convinzione si radicherebbe sempre di più e diventerebbe, a quel punto, sempre più difficile contrastarla.
Il Dr. Minichiello invita, pertanto, i pazienti cattolici con ossessioni religiose a visitare il Centro Paolino o il Centro Newman al college e all’università, per avere delle direttive di tipo spirituale.
Lì si trovano alcuni sacerdoti di mentalità aperta e di stampo ecumenico, che si sono formati sull'ideologia, un po' più liberale, delle riforme del post-Vaticano II.
Chi è di religione ebraica potrebbe ad esempio parlare con un rabbino progressista e riformatore, dal momento che un rabbino ortodosso, che non ha familiarità con il tema delle ossessioni religiose, potrebbe rinforzare determinate credenze e quindi aggravarle.
Fortunatamente, sulla base della mia esperienza posso dire che molti esperti religiosi si sono dimostrati sensibili al tema e hanno compreso perfettamente la natura di queste ossessioni e compulsioni religiose.
Spesso è utile che queste figure religiose parlino con il terapeuta in modo da chiarire qualsiasi dubbio e raccogliere qualsiasi tipo di informazione che riguardi il disturbo ossessivo-compulsivo.


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I pensieri intrusivi nelle altre religioni

Perché questo capitolo si focalizza soprattutto sulle ossessioni religiose inerenti il cristianesimo?
Perché (mi baso sulla mia esperienza e su quella del Dr. Minichiello) i pensieri blasfemi e la paura della dannazione eterna sono i fattori più comuni che si sono manifestati soprattutto nella mente dei cristiani prima del concilio ecumenico Vaticano II, e sono altresì presenti nei Protestanti evangelici.
In seno alle confessioni religiose (ebraismo e Islam) possono svilupparsi simili ossessioni?
Sì, anche se ciò accade per lo più in forme diverse.
Mi ricordo il caso di un giovane ragazzo di religione ebraica, che era stato ricoverato perché molto emaciato e debilitato e veniva alimentato per mezzo di un tubo.
Non soffriva di nulla di fisico.
Il suo era un problema di tipo psicologico: era ossessionato dai divieti alimentari che la sua religione imponeva, era terrorizzato dall’idea di contravvenire a determinate norme in fatto alimentare, sebbene un rabbino gli avesse chiaramente detto che i suoi timori fossero irrazionali e che stava davvero portando alle estreme conseguenze un discorso religioso che era completamente diverso.
Molte persone di religione ebraica sono colpite dal disturbo ossessivo-compulsivo.
Il Dr. David Greenberg e il Dr. Eliezer Witztum, dell’ Ospedale Herzog di Gerusalemme, hanno parlato di 34 casi di persone affette da Doc in generale: 19 sono ultra-ortodosse e 30 hanno ossessioni religiose.
Costoro hanno pensieri di mangiare carne di maiale all’interno della Sinagoga o di profanare i rotoli della Torah dall'Arca, così come abbiamo già visto che agisce lo Spiritello della perversità?
Non so.
Ma non mi stupirei affatto se un giorno dovessi avere un paziente con simili problematiche.
In base a quella che è la mia esperienza, anche i musulmani hanno il terrore di non svolgere alla perfezione i rituali previsti dallo loro religione: ad esempio, il timore di non essere perfettamente rivolti verso la Mecca durante la preghiera, oppure di non riuscire a pregare nel modo giusto.
Il Dr. Greenberg e il Dr. Witztum, parlano di Waswas (“il sussurratore”, praticamente l’equivalente del demonio nella religione islamica), come colui che, in una sura del Corano, stimola l’insorgere di dubbi e domande riguardo a come svolgere perfettamente e correttamente i rituali di abluzione prima della preghiera.
Infine, ricordo due recenti studi sul Protestantesimo che hanno riportato una bassa prevalenza di ossessioni religiose in pazienti che soffrono di Doc: 2 su 41 in uno studio, e nessuno dei 45 nell’altro.
Perché così pochi?
Il Dr. Greenberg e il Dr. Witztum hanno ipotizzato che la motivazione debba essere trovata nel fatto che la religione protestante non ha una centralità nella vita di tutti i giorni, non ne condizione eccessivamente lo svolgersi.
Allo stesso modo, in una mia recente visita a Londra mi è stato riferito che all’Ospedale Maudsley, dove vengono trattati i casi di Doc, sono rari di casi di persone che soffrono di ossessioni religiose e blasfeme.
Apparentemente, nel caso delle ossessioni religiose (ma anche in tutti gli altri tipi di ossessioni) lo Spiritello della perversità opera come suo solito, tormentando le persone con pensieri che vanno contro al sentire più profondo di una comunità, portandoli a pensare sempre alle cose più inappropriate e sconvenienti che un uomo o una donna siano in grado di pensare.
Ma il concetto del “pensare a cose inappropriate sconvenienti” è molto relativo e soggettivo, dipende dalla comunità nel quale si è inseriti e si vive, da religione a religione, ecco perché ciascuno matura ossessioni su contenuti diversi, solitamente si tratta dei contenuti più importanti e vitali per quel tipo di comunità, per quel tipo di soggetto, nato e cresciuto in quella determinata comunità.


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Capitolo Ottavo

Cura Farmacologica per il Doc

"La volontà di assumere farmaci è forse la caratteristica più importante che separa gli uomini dagli animali"
Sir William Osler (1849-1919)


I farmaci vengono utilizzati per curare i malesseri degli uomini, compresi quelli di natura mentale: ansia, depressione, disturbi psicologici vari.
Lo psichiatra specializzato nella cura farmacologica di simili disturbi è oggi anche chiamato "psicofarmacologo", ed è questa figura che ora interpelleremo per saperne di più riguardo alla cura farmacologica nei pazienti che soffrono di disturbo ossessivo-compulsivo.
Dedicherò l'intero capitolo, dunque, alla trattazione di una famiglia particolare di farmaci: gli SRI, vale a dire gli inibitori della ricaptazione della serotonina.
Non importa se si tratti di Doc, depressione, DPTS o sindrome di Tourette: gli SRI sono farmaci spesso impiegati in questo genere di disturbi, e la loro efficacia è provata.
C'è da dire che solitamente si tende ad incoraggiare, prima del trattamento farmacologico, un trattamento di tipo terapeutico, soluzione largamente condivisa da medici e psicologici.
Lo stesso Dr. Dean Ornish sono certo che sarebbe più contento se risolvessi determinati miei problemi di peso attraverso un' alimentazione corretta ed adeguato esercizio fisico, piuttosto che ricorrere ad interventi chirurgici o fare avanti e indietro dalla farmacia.
Questo è, pertanto, il motivo per cui io stesso consiglio prima di provare una terapia di tipo cognitivo-comportamentale (secondo le indicazioni che ho già trattato nei capitoli precedenti) e dopo, solo dopo, se è il caso, ricorrere ad una terapia anche di tipo farmacologico.
L'esperienza infatti mi dice che moltissime persone hanno tratto beneficio utilizzando il solo metodo cognitivo-comportamentale, anche se, lo ammetto, questo è un traguardo molto soggettivo e personale.
Infatti, se ritenete di non aver tratto alcun beneficio (o di non aver ottenuto i risultati sperati) dal tipo di approccio non farmacologico su cui ci siamo fino ad ora soffermati, è consigliabile che vi rivolgiate ad un valido psichiatra, l'unico in grado di prescrivervi una cura farmacologica.
Quasi sicuramente vi verranno prescritti degli SRI, inibitori della ricaptazione della serotonina, farmaci che appartengono alla famiglia degli antidepressivi e che, oltre alla loro azione antidepressiva, svolgono anche il compito di ridurre il vortice delle ossessioni e compulsioni, tipico del disturbo ossessivo compulsivo.
Molti dei pazienti (i cui casi ho già esposto) hanno portato avanti la cura farmacologica contemporaneamente alle sedute di psicoterapia.
Alcuni, come Frank - l'uomo che era convinto di poter perdere il controllo e diventare un serial killer come Jeffrey Dahmer- non hanno ottenuto grandi risultati per l'assunzione di farmaci (parlo di dosi aumentate e assunte per un lungo periodo di tempo).
Altri, come Ginny - la nonna che era terrorizzata dall'idea di uccidere la sua nipotina quando si trovava ad accudirla- ha ammesso che non sarebbe mai riuscita ad esporsi se non avesse associato alla terapia cognitivo-comportamentale l'assunzione di farmaci SRI.
Poi c'è il caso di Martie, anche lei tormentata da ossessioni e compulsioni che avevano come contenuto il pensiero di poter far del male al proprio bambino- la quale ha invece dichiarato che l'assunzione dei farmaci si è rivelata ottimale per la regressione di una serie di sintomi (ad es, quello di controllare ripetutamente di aver ben chiuso la porta di casa) ma non per l'ossessione storica riguardante il figlio.
Ho spesso parlato con pazienti che hanno assunto SRI (almeno un centinaio) e ho condotto degli studi proprio su questo argomento.
Tuttavia, in qualità di psicoterapeuta (e non di psichiatra) non posso assolutamente prescrivere alcuno di questi farmaci.
Però, lo psicoterapeuta può consigliarvi senz'altro il nominativo di qualche valido psichiatra che possa assistervi nella cura.
Personalmente i miei due punti di riferimento sono: la Dr.ssa Katherine Wisner, specializzata nel trattamento di neomamme che soffrono di depressiuone post-partum, e un mio carissimo collega, nonchè amico di vecchia data, il Dr. Michael Jenike.
Tuttavia, prima di ogni altra cosa, parliamo del trattamento farmacologico in caso di pensieri intrusivi.


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