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> The Imp Of The Mind, libro di Baer
 
giovannalapazza
Inviato il: Lunedì, 11-Mar-2013, 17:33
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Inoltre, non solo non siamo in grado di bloccare certi pensieri ma il fallimento di ogni tentativo produce anche una sorta di effetto a rimbalzo per cui quegli stessi pensieri ritornano sempre più
frequentemente anche dopo che noi abbiamo smesso di bloccarli.
E questo accade tutte le volte in cui ci sforziamo disperatamente di bloccare un certo pensiero.
Come Freud ha puntualizzato, la società cerca di punire e regolare i pensieri di natura sessuale e
violenta che potrebbero essere potenzialmente distruttivi in una comunità.
Wegner potrebbe obiettare che, a causa di certi tabù che la società impone, validi ad esempio in casa
come in Chiesa, noi impariamo a farli nostri e ci monitoriamo in continuazione e tutte le volte in cui
percepiamo l'arrivo di un certo pensiero e lo etichettiamo come "sbagliato", noi ci sforziamo
immediatamente di bloccarlo.
Ma, come Wegner ha puntualizzato, comportandoci in questo modo non facciamo altro che
diventare i peggiori nemici di noi stessi, Perché stiamo entrando in un circolo vizioso che ci porta a
pensare di più a certe cose (Perché ci sforziamo di non pensarle) e a pensarle sempre più
frequentemente anche quando non blocchiamo più il pensiero (per l'effetto rimbalzo di cui si è
detto).
La teoria di Wegner ci ha dato un valido strumento da utilizzare durante la terapia con i nostri
pazienti.
Un punto cruciale è infatti il seguente: dire ai nostri pazienti che è perfettamente normale avere certi
pensieri, per quanto disgustosi e violenti essi siano, e che è proprio il tentativo disperato di bloccarli
che invece ce li ripresentano in continuazione.
Dobbiamo comportarci come Padre Jack che abbiamo già incontrato e come lui dobbiamo
consentire al nostro cervello di accettare che quel pensiero ci attraversi nella mente, non dobbiamo
caricarlo di significati o dargli importanza, solo così diventerà meno aggressivo, fino a quando non
lo noteremo neppure.
D'altra parte c'è da considerare quest'altro punto: sebbene la soppressione del pensiero giochi un
ruolo molto importante nella lotta al disturbo, non sono d'accordo nel ritenere che tale soppressione
sia decisiva nello sviluppo delle ossessioni cliniche.
Infatti, tutti i miei pazienti hanno cercato di sopprimere il pensiero ma solo una parte di essi sono
stati gravemente tormentati e paralizzati dalle proprie ossessioni.
Gli altri, pur tentando di sopprimerli, sono cmq riusciti a non esserne poi così sconvolti.
Perciò cosa fa sì che i pensieri intrusivi, cmq e sempre spiacevoli, si trasformino però da semplici
fastidi a pensieri così penosi e invalidanti?
Perché questi pensieri sfuggono ad ogni tipo di controllo?
Le ricerche suggeriscono che un disturbo psichiatrico come la depressione, il disturbo ossessivocompulsivo,
Il disturbo ossessivo compulsivo di personalità, la sindrome di Tourette o il disturbo
post-traumatico da stress è quasi sempre presente in persone che soffrono di pesanti pensieri
intrusivi.
Depressione
Come ho già detto alcune mamme soffrono di depressione, sia nel periodo di tempo
immediatamente successivo alla nascita del bambino sia più tardi, e sono pertanto più vulnerabili
all'insorgere di pensieri intrusivi di far del male ai propri figli rispetto alle donne che non soffrono
di depressione.
Ad esempio, il Dr Jennings e associati, di Pittsburgh, hanno intervistato un centinaio di donne
depresse con a carico un bimbo al di sotto dei tre anni di età ed hanno scoperto che il 41% ha
ammesso di aver avuto pensieri aggressivi e violenti verso i loro stessi figli, di contro al solo 6% di
46 donne non depresse.
Quando si è depressi si tende a guardare a noi stessi e al mondo intero attraverso delle lenti scure e
ci si predispone maggiormente a sviluppare pensieri pericolosi di morte.
Un gruppo di ricercatori in Inghilterra ha recentemente effettuato degli studi su 4 donne che
soffrivano della cosiddetta paura della "morte nel lettino" (a volte chiamata negli Stati Uniti la
"sindrome da morte improvvisa del neonato", o SIDS).
Tutte queste donne erano depresse e tutte si sentivano spinte a controllare ossessivamente il respiro
del bambino durante la notte, mentre riposava nel suo lettino.
Le caratteristiche della depressione clinica sono elencate nella Tabella 6.
Come potete vedere dalle caratteristiche finali, quando si è depressi spesso si vanno a pensare le cose più atroci.
Tabella 6 Caratteristiche della depressione clinica:

-sentirsi giù, tristi, vuoti, in lacrime la maggior parte del tempo
-perdita di interesse o di piacere nelle attività che normalmente coinvolgevano
-perdere appetito e peso, o avere più appetito e aumentare di peso
-avere problemi nel dormire o dormire troppo
-sentirsi rallentati per la maggior parte del tempo o sentirsi nervosi
-sentirsi molto stanchi e privi di energia per la maggior parte del tempo
-avere problemi di concentrazione o, al contrario, sentire il bisogno di prendere delle decisioni per la maggior parte del tempo
-pensare spesso alla morte e al suicidio
-perdere interesse sessuale
-sentirsi privi di valore o in colpa per errori fatti in passato.

E' molto importante a questo punto fare una chiara distinzione tra i pensieri intrusivi, oggetto di questo testo, e i pensieri suicidi che sono molto comuni nella depressione.

Se tu hai dei pensieri molto forti e persistenti come il:
-fantasticare su come potresti ucciderti
-immaginare te stesso disteso dentro una bara
-forte impulso a tagliarsi
-forse impulso a spararsi
-forte impulso a impasticcarsi
-forte impulso ad impiccarsi
-forte impulso a buttarsi dalla finestra
-forte impulso ad andare a sbattere con l'automobile
-forte impulso a fantasticare di compiere questi gesti allora dovresti preoccuparti seriamente e rivolgerti ad un centro di salute mentale appena possibile.

Questi pensieri potrebbero essere pericolosi e sono completamente differenti dagli innocui pensieri di natura sessuale, aggressiva e religiosa che sono oggetto di questo testo.


Sindrome di Tourette

La Sindrome di Tourette è un disturbo neuropsichiatrico che si basa proprio su questo conflitto tra i nostri impulsi di natura sessuale ed aggressiva e i tabù della società.
In nessun altro disturbo, oltre il Doc, lo Spirito di Perversità svolge così bene il suo compito!
In questo caso, dietro i vari movimenti involontari del corpo e/o facciali e gli strani suoni emessi che stanno alla base del disturbo, coloro che ne sono colpiti sentono a volte l'impulso di urlare oscenità in pubblico, oppure possono iniziare a masturbarsi davanti a sconosciuti e anch'essi iniziano ad essere assillati da pensieri ed impulsi intrusivi di natura violenta o sessuale.


Riporto un caso di un uomo che ha sofferto della sindrome in questione:
"Verso la metà del XV secolo un padre, seriamente preoccupato per lo stato mentale del figlio, in compagnia del figlio fece un viaggio dall' Europa centrale a Roma per sentire il parere di un esorcista. Il padre dichiarò che il figlio, fino a poco tempo prima, aveva un' ottima reputazione ed era uno stimato predicatore.

Ma con suo grande orrore, aveva di recente sviluppato uno strano e incontrollabile impulso a bestemmiare e a maledire a voce alta tutte le volte in cui si trovava in una Chiesa.

Il figlio stesso era terrorizzato da tutto questo Perché a quell'epoca questi comportamenti venivano severamente puniti con la condanna a morte (pensiamo all'esecuzione sommaria di quelle donne che venivano reputate delle "streghe").
Quando al ragazzo gli si chiese di spiegare cosa gli prendeva in quei momenti, il giovane diceva che gli sembrava di avere una specie di demone dentro che si impossessava del suo corpo contro la sua volontà.

"Non posso farci nella" diceva "è come se si impossessasse di tutto il mio corpo....è lui che mi fa parlare o piangere. Sento le parole che mi suggerisce, non sono io a volerle, cerco di resistere ma non riesco mai a trattenerle".
Ipotizzando e temendo una possessione demoniaca il padre decise pertanto di condurlo al cospetto di un esorcista per estirpare dal corpo del figlio il demonio".

Ogni cosa che un malato di questo disturbo sa di non dover fare, ecco! proprio quella cosa diventa la mira, il bersaglio del demonietto.
I pazienti che ne soffrono mi dicono di sentirsi costretti, ad esempio, a fare gesti assurdi, come quello di affondare i coltelli nelle prese elettriche, cercare di strapparsi i bulbi oculari, attivare sistemi di allarme, toccare le persone, urlare frasi razziste o parole blasfeme in Chiesa.
E a differenza di chi soffre di disturbo ossessivo-compulsivo, i malati di Sindrome di Tourette mettono sempre in pratica ciò che pensano.

Il neurologo Oliver Sacks ha brillantemente spiegato alcuni casi di pazienti che soffrono di questa sindrome, dando una visione molto accurata ed approfondita del fenomeno.

Recentemente egli ha raccontato la storia di un chirurgo che ne era affetto, mostrando proprio come questo demonietto si divertiva alle spalle del pover'uomo.

In questi scenari che ora vediamo, notiamo che tutte le volte in cui un determinato comportamento viene proibito e considerato "sconveniente", è proprio quello che viene preso di mira dal
demonietto:
Esempio: Una paziente di Bennet (il chirurgo) era una donna robusta con un melanoma al gluteo che necessitava di essere reciso in profondità. Bennett si lavò le mani e indossò dei guanti sterilizzati.
Appena pensò al fatto di essere obbligato ad indossare dei guanti sterili, il demonietto iniziò a tormentarlo, tanto che il chirurgo si sentì costretto all'improvviso a strofinare il guanto destro, già indossato e sterilizzato, su una parte del braccio sinistro dove non era arrivata l'acqua e, pertanto, a
"sporcare" il guanto.

La paziente lo guardò completamente privo di espressione.
Simili episodi sono sempre accaduti a Bennet.
Esattamente come il chirurgo descritto da Oliver Sacks, molti dei miei pazienti che soffrono di sindrome di Tourette hanno sentito il forte impulso a fare le cose più sconvenienti nei momenti meno adatti.

Per un chirurgo questo può riguardare la sterilizzazione degli oggetti chirurgici e delle mani, ma per un mio paziente, Brad, un rappresentante di commercio di appena quarant'anni che è solito spostarsi in macchina, questo può riguardare l'impulso fortissimo a sbandare con la macchina e andare
volontariamente fuori strada.
Sebbene, l' Haldol, il farmaco che assume, è riuscito a controllare molti dei suoi tic e delle sue
contrazioni muscolari e facciali, lui mi ha confidato, la prima volta che ci siamo visti, che gli erano
rimaste delle fissazioni che lo spingevano a mettere in atto delle manovre pericolose, come quella di
cambiare bruscamente marcia mentre viaggiava ad altissima velocità in autostrada! (devo confessarlo: quando lui mi ha raccontato ciò mi sono chiesto, per tutti i giorni a seguire, come sarebbe stato fare una cosa simile, anch'io ho provato un forte impulso a vedere cosa si provassevedete
bene che lo Spirito di Perversità è sempre in agguato, con tutti!).
Brad mi ha spiegato che quando quest'impulso così pericoloso lo pungolava, riusciva a contrastarloe a bloccarlo solo fino a quando non rientrava in qualche stradina laterale sano e salvo, rallentando e assicurandosi che nessuna macchina lo stesse seguendo.

Dopo non ci riusciva più.

Lì, infatti.....BUM! Non resisteva: doveva far leva sul cambio per cambiare marcia, sentiva la marcia stessa grattare fortemente, quindi sterzava e andava fuori strada fino a quando la macchina
per un ostacolo non si fermava da sola.
"Oh sì, dottore, lo penso e lo faccio ed è per questo che mi muovo solo con macchine noleggiate".
Si ritiene che il disturbo ossessivo-compulsivo e la Sindrome di Tourette possano essere, in certi
casi, dei disturbi geneticamente collegati tra di loro.
Da alcune ricerche effettuate è stato messo in luce che chi soffre di disturbo ossessivo-compulsivo è
meno incline a soffrire di pensieri particolarmente violenti e di natura sessuale a meno che non
soffra anche di tic e contrazioni muscolari tipici della sindrome di Tourette.
Ad esempio, il Dr. Leckman e suoi associati all'Università di Yale hanno scoperto che coloro che
hanno dei tic nervosi correlati al disturbo ossessivo-compulsivo presentano anche pensieri intrusivi
molto più violenti, aggressivi e blasfemi rispetto a coloro che soffrono di Doc ma senza tic.
Similarmente, il Dr. Zohar e suoi associati all' Università ebraica di Israele hanno condotto delle
ricerche sugli adolescenti che soffrono di Doc e hanno scoperto che coloro che presentano anche dei
tic nervosi hanno pensieri intrusivi ed immagini mentali molto più gravi e penose di coloro che
soffrono di Doc senza però presentare tic.
Tabella 7
Caratteristiche della Sindrome di Tourette:
-prima dei 18 anni possono essere presenti tic sonori (suono o rumore vocale)
-i tic sono frequenti, quotidiani, e possono durare anche per qualche anno, i bambini, in particolare,
non riescono ad avere periodi di remissione completa superiori ai 3 mesi consecutivi.
Esempi di tic muscolari:
-Faccia
--le palpebre, ruotare gli occhi, arricciare all'indietro le palpebre, fissare, toccare le sopracciglia,
aggrottare il viso, aggrottare le sopracciglia, arricciare il naso, muovere le narici, aprire la bocca,
fare smorfie con il viso, ghignare, atteggiamento imbronciato, muovere le labbra, sputare per terra,
muovere la lingua, mordicchiarsi le labbra, leccarsi le labbra, digrignare i denti, picchiettarsi le
guance, protendere la mandibola, succhiare, strofinarsi il mento
-Testa o Collo--girare la testa, piegare la testa, muovere di scatto la testa, abbassarla di scatto,
ruotarla, girarla, stringere le spalle, ingobbirsi con le spalle, stirarsi il collo
-Braccia--muovere bruscamente le braccia, serrare i pugni, stirarsi le dita, battere le braccia,
muoversi lentamente, stendere le braccia, piegarle, allungare le braccia dietro la schiena
-Corpo--muovere il bacino, sobbalzare l'addome, contrarre il busto, protendere l'addome, stringere
le natiche, gonfiare il petto, stringere lo sfintere, fremere
-Gambe--agitare piedi e dita, flettere le anche, scalciare, protendere all'indietro le dita, stendere e
flettere le ginocchia.
Esempi di tic sonori:-schiarirsi la gola
-ringhiare
-odorare
-sbuffare
-grugnire
-imprecare
-ripetere cose appena dette da altri
-deglutire
-emettere vari suoni
-strillare
-singhiozzare
-scattare
-emettere pernacchie
-respirare forte
-respirare profondamente
-fischiettare
-canticchiare senza parole
-sibilare
-tirare su con il naso
-grugnire
-dire "yahoo"
-fare qua qua
-dire "ha, ha, ha"
-ansimare
-ripetere certi suoni tipo: Sh, Sh, Sh, T, T, T, T, Ooh, Ugh
Disturbo ossessivo compulsivo di personalitàAd alcune persone che soffrono di pensieri intrusivi può essere anche diagnosticato un Disturbo
ossessivo-compulsivo di personalità (DOCP).
Le caratteristiche di questo disturbo le troviamo indicate più avanti.
Come potete capire già da soli, queste persone tendono ad essere particolarmente inflessibili e
perfezionistiche riguardo a questioni soprattutto di carattere morale o religioso.
Per loro è assolutamente difficile dimenticare l'esperienza di aver avuto anche un solo blando
pensiero ossessivo, anche quando vengono messe al corrente del fatto che tutti gli esseri umani
hanno pensieri di questo tipo.
Specialmente se costoro hanno con il tempo sviluppato un punto di vista religioso molto forte,
assolutistico, basato sull' esistenza di un Dio vendicativo e punitivo.
Lui o lei mal tollerano il fatto di aver avuto per la testa pensieri intrusivi di qualsiasi tipo (e sto
parlando anche di pensieri molto blandi, che vengono tollerati anche da coloro che soffrono di
disturbo ossessivo-compulsivo).
Tempo fa le persone che soffrivano di DOCP erano considerate persone dalle "coscienze" e dal
"senso di responsabilità" fortissimi, e questi termini probabilmente descrivono i loro problemi e le
loro vulnerabilità molto meglio del termine moderno DOCP.
Disturbo ossessivo-compulsivo
Coloro che soffrono di Doc hanno possono avere o pensieri intrusivi che non riescono a tenere
lontani dalla loro mente o compulsioni che mettono in pratica in maniera molto frequente e penosa,
oppure entrambi (ossessioni e compulsioni).
Anche in questo caso le caratteristiche esatte le trovate in seguito.
I miei colleghi, Drs. Cary Savage e Scott Rauch (nonchè il nostro gruppo di ricerca dell' Ospedale
del Massachusetts e della Scuola Medica di Harvard), hanno recentemente scoperto che coloro che
soffrono di Doc sono molto spesso incapaci di prestare un'adeguata attenzione agli eventi e
alle situazioni su cui non si sono attivamente e coscientemente focalizzati (anche a causa di
una situazione di grande ansia e agitazione).
La conseguenza è che questi eventi, queste situazioni non sono allocati nella loro memoria come,
invece, accade automaticamente a tutti noi (Perché vi prestiamo solitamente una maggiore
attenzione).
Faccio un esempio e vi faccio vedere cosa accade quando non si presta particolare attenzione alle
cose che si fanno (il discorso è valido per tutti coloro che non prestano attenzione nel compiere un
determinato atto, malati o meno di Doc).
Sebbene non abbia in mente, in questo momento, l'immagine di me stesso mentre stamattina
chiudevo l'auto (atto meccanico) alcune parti del mio cervello, ben attive e funzionanti, hanno
registrato quel momento.
Questo viene in psicologia chiamato "apprendimento implicito, consapevolezza implicita",
implicito Perché, pur avendo fatto quel gesto, in quel momento l'ho fatto meccanicamente, non ero
attivo e cosciente mentre lo facevo, non mi ero focalizzato sul gesto in sè, è implicito dunque il fatto
che io l'abbia fatto.
Ora: a me resta la sensazione di averlo sicuramente fatto, anche se non posso dire di avere
un'immagine limpida e chiara di me che lo sto facendo.
Ma i pazienti che soffrono di Doc fissano per diversi minuti l'interruttore della luce e ancora
provano la sensazione di "non aver registrato nella loro mente il dato secondo cui l'interruttore è
spento".
Perché io non provo questa sensazione e loro sì?
Vediamolo.
Si è detto che coloro che soffrono di Doc spesso non riescono ad essere sicuri di non aver fatto
qualcosa di sconveniente e di dannoso in quanto non riescono a ricordare neppure di non averlo
fatto!
Sebbene io non riesca, in maniera chiara e specifica, a ricordare di non aver molestato sessualmente
nessuno per strada ieri mattina,sebbene io non abbia in questo momento l'immagine fotografica
chiara di me mentre cammina per strada, il mio cervello, in quel momento, sta funzionando
correttamente, sta monitorando le mie azioni ed automaticamente ha raccolto quell'informazione
che mi ha lasciato la rassicurante sensazione di non aver fatto assolutamente nulla di sbagliato.
Questo è, invece, ciò che accade in chi soffre di doc e che gli provoca quella terribile sensazione di
ritenere di avere forse commesso inavvertitamente, senza ricordare, qualcosa di sconveniente nei
confronti di un passante:
Quando più tardi, preso dall'ansia e dall'agitazione, il paziente cerca di convincersi al 100%
di non avere molestato nessuno (o di non essere stato molestato) lui va alla ricerca ossessiva di
una "prova" ma, non trovandola (ripeto: nessuno di noi, malato o meno di Doc, di un evento
passato può avere in mente l'immagine FOTOGRAFICA precisa dell'evento) inizia a
spaventarsi via via, ad accumulare ansia su ansia, fino al momento in cui, nel panico più
totale, essendo un individuo ultra-coscienzioso, pieno di sensi di colpa, ricoprendosi di giudizi
morali e pretendendo dal cervello una prova schiacciante di non colpevolezza e di assoluta
certezza, prova che il cervello non può fornire a nessuno, allora cade nell'errore opposto che il
motivo per cui non ricorda è solo ed esclusivamente uno: "se non sono in grado di ricordare di
non averlo fatto è solo Perché allora devo averlo fatto davvero!"(apprenderete in seguito che
imparare a smascherare e a correggere i pensieri disfunzionali e irrazionali è il cuore di quella
parte della terapia chiamata "terapia cognitiva") .
Molte delle nostre ricerche effettuate nell'ultimo decennio sono state finalizzate a scoprire cosa
accade nel cervello di una persona che soffre di Doc causandogli pensieri intrusivi e relative
compulsioni.
Grazie all'utilizzo di strumenti tecnologici che hanno consentito di scansionare il cervello e grazie
alle relative considerazioni a cui siamo giunti per mezzo di test neuro-psiciologici basati
sull'attenzione e sulla memoria, il nostro gruppo di ricerca ha iniziato a tracciare, con sempre
maggiore precisione, alcuni punti chiave di questo "misterioso" disturbo.
Per la prima volta nella storia, siamo stati in grado di vedere da vicino cosa accade nel cervello
delle persone nell'attimo stesso in cui sono attraversate da un pensiero intrusivo.
Il Dr. Savage ha spiegato che i nostri studi, che utilizzano immagini del cervello scansionato,
mostrano che quando le persone vengono assalite da pensieri intrusivi, particolari zone del loro
cervello diventano progressivamente più spesse e più attive: queste parti sono la corteccia orbitofrontale,
il nucleo caudato, il cingolato anteriore, tutta quella parte strettamente connessa al nostro
sistema limbico, insomma tutta la zona del cervello interessata dall'elaborazione di emozioni forti e
dal forte impatto.
Questo spiega Perché la gente di solito si ossessiona su cose che implicano il pericolo di far del
male o cose simili (Perché è quella parte che si occupa delle emozioni forti ad essere stimolata).
Come dimostrazione, il Dr. Savage ci fa l'esempio di una donna terrorizzata dai coltelli.
Se, nonostante tutti gli sforzi effettuati per evitarli, la donna vede un coltello, la visione attiva il
sistema limbico del suo cervello (il sistema che si occupa delle emozioni forti) e lei
progressivamente inizia a percepire sensazioni di paura e terrore.
Quindi, se a causa del Doc, le parti del cervello descritte sopra, nonostante siano costantemente in
funzione, non riescono a sopprimere completamente questa sensazione, lei probabilmente soffrirà di
ossessioni inerenti il coltello e inerenti il pericolo che esso rappresenta.
Pensiamo alla mia paziente Kay, la madre terrorizzata dal fatto di poter uccidere i suoi due figli
durante la notte.
In che modo un neuropsicologo come il Dr. Savage potrebbe rassicurare Kay del fatto che non
metterà mai in pratica l'ossessione di accoltellare i suoi bambini?
Egli potrebbe dirle "Anche se lei teme che il suo cervello non funzioni correttamente e che quindi
non sia in grado di inibire le azioni sulla scia delle ossessioni che ti tormentano, le posso assicurare
che la scansione del suo cervello mostra che, in realtà, le parti preposte (soprattutto la corteccia
orbito-frontale) stanno continuando a lavorare correttamente, anzi addirittura di più! e stanno
inibendo i suoi impulsi. Infatti, l'attività del suo cervello monitorata e registrata sta lavorando
esattamente all'opposto rispetto a quella di una persona che agisce sul serio, impulsivamente e
pericolosamente.
Nelle stesse aree in cui il suo cervello sta lavorando correttamente (e lo ripeto: anzi: di più di
correttamente) il cervello di un reale assassino presenta parti completamente inattive".
Alla fine, il Dr. Savage potrebbe anche spiegarle che lei sta davvero guastando il suo tempo dando
importanza a questi pensieri, preoccupandosi in maniera così eccessiva del suo cervello, Perché
quest'ultimo sa molto meglio di lei quello che deve fare!
Le parti interessate del cervello, mentre Kay si logora in questo modo, si sono già attivate
automaticamente ad impedire che ciò avvenga, e stanno funzionando alla perfezione!
Si sta preoccupando per nulla!
In che modo sono correlati il disturbo ossessivo-compulsivo e la sindrome di Tourette?
Il Dr. Savage ci fa vedere quali parti del cervello sono interessate.
Parla della sindrome di Tourette, e ci indica le varie parti del cervello interessate (e i nervi connessi
ai vari muscoli) sostenendo che sono quelle ad essere maggiormente colpite.
Come risultato otteniamo una serie di tic muscolari, contrazioni facciali, movimenti improvvisi e
accanto ad essi una serie di suoni prodotti dalla muscolatura.
Nel Doc, invece, il Dr. Savage ritiene che la zona cognitiva prefrontale, quella che riguarda i
pensieri e non i nervi e i vari muscoli, sia quella maggiormente coinvolta e questo è il motivo per
cui i sintomi sono tutti concentrati in ossessioni mentali e non in tic e contrazioni muscolari.
Ma Perché chi soffre della sindrome di Tourette è solito dire le cose sbagliate nel momento meno
opportuno?
Prendo come esempio quanto scrive Lowell Handler, un uomo che soffre di questo disturbo.
Egli in un recente libro "Contrazioni muscolari e grida" parla di una sua conoscente lesbica,
anch'essa affetta dalla sindrome "Viveva con i suoi genitori ed era terrorizzata dal timore che i suoi
scoprissero il suo orientamento sessuale. L'unica parola che di tanto in tanto si lasciava sfuggire, a
volte urlandola, era "gay". "
Eccolo lì: lo Spirito della perversità in ottima forma!
Ma cosa accade al cervello in quel momento?
Il Dr. Savage crede che l'impulso di dire o fare cose sia strettamente connesso al sistema limbico o
emozionale dei cervello Perché, come già detto, è questa parte che "gestisce" i pensieri pericolosi,
provocatori e scioccanti.
Pertanto, come egli spiega, non è un caso che le parole urlate tendano ad essere proprio quelle di cui
il malato si vergogna profondamente e non vorrebbe mai dire.
Molti di noi hanno degli amici che bevono molto alcool e, poi, agiscono di conseguenza, mettendo
in atto comportamenti scorretti, quelle famose azioni imbarazzanti e pericolose che una persona
colpita da Doc teme di fare.
Perché accade questo?
Cosa accade al cervello in queste circostanze?
Il Dr. Savage spiega che l' alcool e l' assunzione di droghe (come ad esempio i barbiturici) agiscono
sull'attività della corteccia frontale del cervello, che ha la funzione di sopprimere sul nascere gli
impulsi aggressivi e sessuali che provengono dalla parte bassa del cervello.
Quando noi beviamo o usiamo delle droghe, la nostra corteccia frontale non è più in grado di
svolgere il suo lavoro correttamente e ci rende più inclini a mettere in atto comportamenti che il
cervello non percepisce più come pericolosi.
Proprio per questo motivo, per tutti coloro che temono di fare qualcosa di pericoloso e di
imbarazzante, e tanto più per chi soffre di Doc, non è una buona idea intossicare il proprio
organismo con sostanze simili.
Alcuni miei pazienti che soffrono di Doc mi hanno confidato di aver bevuto un pò troppo a volte,
cancellando i ricordi, e la mattina successiva sono stati letteralmente tormentati dai disperati
tentativi di ricordare cosa avessero fatto la notte prima (si va dall'idea di aver molestato
sessualmente qualcuno a casa all'aver orinato nel succo d'arancia).
Sono tutti concordi nell'ammettere che questa paura terribile di "avere o meno fatto qualcosa", di
non averne la "certezza assoluta" è ancora peggio della sbornia in se stessa.
All'inizio abbiamo incontrato Gary, il papà ossessionato dall'eventualità di avere molestato
sessualmente la sua giovane figlioletta e la sua amichetta.
Nel disperato tentativo di trovare una prova certa dentro di sè, egli non riusciva a fare altro che
ammettere di non ricordare di non aver fatto qualcosa di sbagliato e questo faceva galoppare la sua
ansia.
Cosa stava accadendo nel suo cervello da fare sì che non riuscisse a venire fuori da questo circolo
vizioso?
Quando queste due condizioni persistono, gli affetti da Doc come Gary tendono a dare un'eccessiva
importanza ai loro pensieri e si preoccupano per questi stessi pensieri eccessivamente.
A peggiorare le cose contribuisce un altro fattore: questi 2 problemi sono correlati ad altri problemi
che si verificano nel cervello di Gary e che riguardano un particolare tipo di memoria chiamata
"memoria episodica".
La "memoria episodica" è la vostra abilità di "ri-creare", "ri-costruire" nella vostra mente eventi
passati (ovviamente ricostruiti


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See me
Se ti senti triste vai qui: http://vibrisse.tumblr.com/


Women and cats will do as they please, and men and dogs should relax and get used to the idea


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PM
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Dr.Dock
Inviato il: Giovedì, 02-Mag-2013, 12:35
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Psico Nonno
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Se mescoliamo tutti questi fattori assieme, non è difficile capacitarsi del fatto che Gary si senta ansioso e profondamente preoccupato di aver fatto qualcosa di sbagliato nel passato ma di non poterlo ricordare con certezza.
In lui si genera un totale scombussolamento.
Il Dr. Savage fa un'analogia:
"Sebbene io non riesca a ricordare se questa mattina abbia chiuso la mia auto, questa preoccupazione è solo un blando fastidio e non ha importanza per me, Perché essa non va ad attivare il mio sistema limbico nella stessa maniera in cui farebbe con qualcuno che soffre di Doc, dal momento che queste persone sono eccessivamente preoccupate da argomenti come la "sicurezza", la "certezza", sono terrorizzati dal fatto di poter compiere un errore e di essere condannati per questo".
Hanno dunque alla base dei pensieri disfunzionali e/o irrazionali che inviano al sistema limbico un falso messaggio di errore, il quale si attiva come si attiverebbe qualora ci fosse un reale senso di pericolo, Perché il nostro sistema lo capta come dannoso e lo capta come dannoso Perché alla base ci sono delle distorsioni cognitive su cui occorre assolutamente lavorare.

Alcuni dei miei pazienti non hanno solo pensieri intrusivi ma ritengono di riuscire a visualizzare delle immagini cruenti molto vivide, come se esistessero davvero.
Mi hanno confidato che quando temono che qualcosa possa avvenire, questa stessa cosa sono anche in grado di vederla, quasi come se fosse davanti ai loro occhi.
Ad esempio, se hanno paura di investire qualcuno con la propria auto, tendono a guardare ripetutamente nello specchietto retrovisore e sembra loro di vedere davvero un corpo disteso per terra, sulla strada, dietro di loro.
Un paziente mi ha descritto immagini molto vivide di animali che corrono su e giù per la strada, un altro ha "visto" pezzi di corpi sparpagliati per terra come in un campo di battaglia.
Avere immagini forti di questo tipo può rendere ancora più aggressivi certi pensieri.
Che cosa accade nel cervello di queste persone al punto tale da far vedere loro cose che non esistono?
Il Dr. Savage afferma che, sebbene le persone che soffrono di Doc non siano chiaramente schizofreniche, possono soffrire di vere e proprie allucinazioni.
Il mio collega di Harvard, il Dr. Stephen Kosslyn, ha effettuato numerosi studi sulle immagini visuali ed ha stabilito che quando io immagino una scena nella mia mente vado ad attivare esattamente quella stessa area del mio cervello che viene attivata automaticamente tutte le volte in cui vedo davvero, nella realtà dei fatti, una scena reale.
Di conseguenza, il Dr. Savage afferma che coloro che soffrono, come Gary, di Doc tendendo a pensare e ripensare nella loro mente ad una data scena (inesistente nella realtà), vanno a stimolare troppo quella parte del cervello che si attiva qualora la scena esistesse davvero, sì da rendere sempre più difficile differenziare le 2 immagini (quella mentale e quella reale).
Dunque, un sofferente di Doc come Gray, controllando incessantemente la propria memoria, tornando e ritornando in continuazione con il pensiero ad una data immagine, stimola, pungola quella parte del cervello che si attiva di fronte alle immagini reali, si auto-provoca un fortissimo stress cerebrale e questo gli rende sempre più difficile distinguere tra una cosa immaginata ed una cosa realmente accaduta.

In quanto appassionato di questioni neuroscientifiche, sono davvero molto colpito dalla similitudine tra i risultati degli studi sulle immagini cerebrali e alcune idee che già Freud aveva elaborato, soprattutto quelle riguardanti il tentativo del Super-Io di inibire gli impulsi crescenti che nascevano dall' originario Io.
La corteccia orbito-frontale assolve esattamente lo stesso ruolo del Super-Io mentre il sistema limbico, come detto, rappresenta l' Io.
Dal secondo (sistema limbico-Io) arrivano gli impulsi, dal primo (corteccia orbito-frontale-Super-Io) questi impulsi vengono inibiti.
Freud sosteneva, intuendolo senza strumenti, che il Super-Io era ultra-attivo nei malati di Doc- beh, a me sarebbe piaciuto molto mostrargli le immagini al computer per fargli vedere quanto la corteccia orbito-frontale sia ultra-attiva in coloro che soffrono di Doc!
E' proprio vero quanto sostiene il vecchio detto......"niente di nuovo sotto il sole".


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Disturbo post-traumatico da Stress (DPTS)

Il disturbo post-traumatico da stress (DPTS) è caratterizzato dal ricorrere persistente ed angosciante di ricordi, flashbacks ed incubi inerenti un preciso evento drammatico.
La differenza cruciale tra il disturbo post-traumatico da stress e il disturbo ossessivo-compulsivo consiste nel fatto che nel primo caso si soffre di ossessioni inerenti un fatto del passato, già accaduto, (quindi reale e immodificabile), mentre nel secondo caso si soffre di ossessioni che riguardano una catastrofe futura o un avvenimento che potrebbe semmai manifestarsi nel futuro.
Nella Tabella 8 sono elencate le caratteristiche del disturbo.

Tabella 8

Caratteristiche del Disturbo Post-traumatico da Stress (DPTS):
• la persona è stata esposta ad un evento traumatico
• la persona può essere stata coinvolta in prima persona o come testimone di un evento che ne
ha leso la dignità fisica e morale (umiliazioni, soprusi) o ne ha messo in pericolo la vita
• il soggetto in questione è spesso terrorizzato, si sente indifeso e in preda al panico
• la persona tende spesso a rivivere l' evento
• ha ricordi frequenti e intrusivi dell'evento (immagini, pensieri, sensazioni)
• fa sogni frequenti e angoscianti che hanno per oggetto l'evento in questione
• ha spesso l'impressione di rivivere l'episodio
• prova una profonda sofferenza e paura a relazionarsi con ciò che le ricorda il trauma
• la persona tende ad evitare tutto ciò che le ricordi il trauma
• evita pensieri, sensazioni o si rifiuta semplicemente di affrontare l'argomento
• evita luoghi o persone che possano ricordarle il trauma
• non riesce a ricordare parti importanti dell'evento traumatico
• la persona si sente ancora pietrificata
• dimostra un calo di interesse nello svolgimento di attività che un tempo le piaceva svolgere
• si sente spesso distaccata ed estraniata rispetto alle altre persone
• non riesce a provare sentimenti di amore o rabbia verso nessuno
• non crede alla possibilità di poter un giorno avere un impiego, un matrimonio, dei figli o una
vita serena
• la persona si sente spesso ansiosa e preoccupata
• ha problemi a lasciarsi andare o a restare sveglia
• è spesso irritabile o arrabbiata
• ha problemi di concentrazione
• sta spesso sulla difensiva
• sobbalza tutte le volte in cui avverte rumori sonori o improvvisi.

E' fondamentale tenere ben distinti i pensieri intrusivi di violenza, di natura sessuale o di blasfemia tipici del Doc da quelli che derivano da un evento traumatico vissuto in passato.
Questo è tanto più importante quanto più il trauma è stato grave ed importante, Perché le sofferenze patite da persone traumatizzate possono essere veramente molto profonde e necessitano, quindi, di un trattamento specifico.
In un libro intitolato "Trauma e guarigione: La conseguenza della violenza-dagli abusi sessuali alla politica del terrore", la Dr. Judith Herman parla del caso di alcuni suoi pazienti che hanno sofferto di DPTS.
Si parla di coloro che sono stati vittime di crimini politici per periodi di tempo anche prolungati (mesi o anni): ostaggi di guerra, prigionieri, sopravvissuti ai campi di concentramento, superstiti di sette religiose.
Ma vengono affrontati anche i casi di coloro che sono stati costretti a subire abusi fisici e psichici (domestici e non), dei bambini vittime di abusi e di coloro che sono stati sfruttati sessualmente.
Gli individui che sono stati esposti ad eventi traumativi, lesivi della propria dignità ed integrità fisica e morale, presentano quasi sempre una serie di sintomi che sono profondamente diversi dai pensieri intrusivi di natura violenta, sessuale o blasfema che vengono affrontati in questo libro.

Vediamoli:
-pensieri frequenti di suicidio
-pensieri frequenti di farsi del male
-flashback del passato che fanno loro rivivere in continuazione il trauma subito
-grande paura di manifestare i propri sentimenti e la propria rabbia
-fortissima rabbia repressa
-immagini improvvise della persona che ha abusato di loro e dei particolari più disgustosi del
trauma
-terrore verso il sesso, sessuofobia e disgusto verso l'atto sessuale
-tendenza ad agitarsi di fronte a tutto ciò che abbia a che fare con il sesso (frasi, immagini, battute)

Il Dr. Herman ha spiegato le caratteristiche del disturbo nel seguente modo:
"L'evento traumatico viene allocato in una parte della memoria che lo tiene in una forma di oblio, ma può irrompere improvvisamente, varcando la soglia dello stato cosciente e lo fa sottoforma di flashback ad occhi aperti durante il giorno o attraverso penosi incubi notturni.
Anche i particolari più insignificanti possono riportare alla memoria simili ricordi obliterati e vengono rivissuti in forma di immagini vivide, reali e fortemente angoscianti.
Anche quando il soggetto si trova in ambienti sicuri può sentirsi in pericolo Perché i ricordi del trauma sono sempre, perennemente, in agguato".
Ci sono dei trattamenti studiati appositamente per questo tipo di disturbo e vengono descritti in questo libro del Dr. Herman.
Se ritenete di soffrire di questo disturbo, è consigliabile leggere ed approfondire tutto ciò che lo riguarda e parlarne in un centro di salute mentale.
Un caso clinico: sovrapposizione di pensieri intrusivi e di DPTS
Lo stretto e a volte confuso rapporto che sussiste tra pensieri intrusivi e DPTS è uscito fuori quando una paziente di nome Janie è venuta a farmi visita.
Janie è una giovane professionista che mi ha immediatamente colpito per la sua incredibile timidezza.
Sebbene fosse una persona molto cortese ed educata, notavo che non mi guardava mai negli occhi, ma teneva sempre lo sguardo fisso a terra.
Solo nel corso della seconda visita ho iniziato a sentirmi un pò più a mio agio con lei, e lei con me, così sono riuscito a chiederle il motivo per cui evitava sempre il contatto con i miei occhi.
Con molta riluttanza ha cercato di rispondermi ma, senza fornirmi alcuna risposta pertinente, ha cambiato subito argomento dicendomi che era venuta Perché tormentata da una serie di pensieri violenti e di natura sessuale, che l'assalivano in molte situazioni, non ultime il tragitto in autobus o in treno.
Sapendo che Janie, come moltissimi altri miei pazienti, era molto sensibile e terrorizzata da pensieri simili, ho cercato con la maggior delicatezza possibile di chiederle "Janie, sta cercando di evitare il mio sguardo Perché teme di poter avere pensieri simili su di me?".
La giovane donna, sempre con lo sguardo fisso per terra, mi ha fatto cenno di sì con la testa.
"Sì, in parte è anche per questo", ha aggiunto con gran difficoltà.
Dal momento che si era chiusa nuovamente nel suo silenzio impenetrabile ed enigmatico, le ho chiesto quale fosse l' "altra parte".
Janie non riusciva a parlare, poi, sempre fissando il pavimento del mio studio, ha aggiunto "Se lei guardasse nei miei occhi vedrebbe in essi le cose orribili e disgustose che ho fatto".
Stimolata dalle mie domande, Janie mi ha confidato di essere spesso tormentata da immagini violente di natura sessuale verso bambini, immagini che lei teme siano accadute davvero in passato, probabilmente quando era solo una ragazzina.
Janie riteneva di avere subito degli abusi molto violenti di carattere sessuale.
Era la prima volta che mi trovavo a che fare con questa relazione stretta e intricata tra pensieri intrusivi e DPTS.
Questo nesso iniziava via via ad apparirmi più evidente, specie quando le consigliai di mettere per iscritto il contenuto delle sue ossessioni che, come detto, avevano come oggetto dei bambini.
Le consigliai altresì di registrare queste ossessioni su cassetta e di ascoltarle la notte successiva.
Janie lo fece ma, mentre stava ascoltando il nastro, dovette fermarsi sconvolta.
Mi chiamò e mi disse che le era accaduto qualcosa di "strano".
Dopo aver ascoltato per un pò il nastro, nel quale raccontava il filmino mentale di molestare un bambino piccolo sotto la doccia, Janie mi confidò che aveva sentito crescere in lei una profonda rabbia, di essersi pietrificata e di aver provato una sensazione di estraniamento.
In quel mentre ha avuto questo flashback: lei, piccolina, era al posto di quel bambino e stava facendo la doccia, quando qualcuno è entrato e l'ha violentata.
Durante questo ricordo, chiamato appunto "flashback" nel DPTS, Janie mi ha raccontato di aver provato delle sensazioni di dolore fisico proprio come se qualcuno la stesse violentando in quel momento.
Questo, dal mio punto di vista, era un segnale molto preoccupante.
Ho immediatamente risposto a Janie che avremmo dovuto procedere con l'esposizione molto più gradatamente, Perché i suoi potevano essere dei ricordi di un abuso reale.
Come molti miei pazienti, anche Janie voleva avere l'assoluta certezza che simili fatti le fossero accaduti sul serio, io le ho risposto che per ora erano solo "ricordi vaghi", "memorie", e che era molto il lavoro da fare per confermare o meno la veridicità dei fatti.
Ma fu solo in uno degli incontri successivi che la sovrapposizione tra pensieri intrusivi e ricordi intrusivi divenne realtà.
Janie stava mettendo per iscritto alcune ossessioni di natura violenta e blasfema che la assalivano tutte le volte in cui entrava in una Chiesa e, in questi suoi scritti, era andata anche oltre, arrivando a parlare di una fortissima rabbia repressa che provava verso la Chiesa in generale ed un prete in particolare, reo di non averla incoraggiata a parlare dell'abuso che lei, da piccola, gli aveva
confidato.
La mente di Jane aveva incanalato tutta la sua rabbia per l'abuso subito nei confronti della Chiesa ed è per questo che in tarda età era stata assalita da pensieri di natura blasfema (pertanto, dietro a questi pensieri intrusivi di natura religiosa c'erano dei motivi, delle cause!).
Già Freud aveva parlato di un fenomeno chiamato "spostamento".
Ho capito, infine, che si trattava di DPTS e che Janie era stata davvero abusata da piccola quando mi sono accorto che la giovane donna non rispondeva positivamente a quel tipo di terapia.
Le settimane che seguirono questi primi flashbacks furono per lei atroci.
Spesso mi chiamava terrorizzata per dirmi che si sentiva profondamente in colpa, che a volte pensava al suicidio, che non riusciva ad accettare ciò che le era accaduto.
Queste, purtroppo, sono sensazioni che tutti provano quando l'abuso sessuale è stato
particolarmente cruento e violento.
Anche se con molta difficoltà, i sintomi sono riusciti a regredire, anche se ancora oggi Janie deve combattere contro stati di forte angoscia ed ansia: spesso avverte delle reazioni fisiche che la disgustano, spesso si sente depressa, quando ricorda alcuni dettagli prova nausea e vomito, spesso si sente soffocare.
Il lavoro sarà lungo e niente affatto facile ma Janie è intenzionata a farcela.
Ai pazienti che soffrono di pensieri intrusivi ma che non rispondono positivamente alla terapia, ora sono sempre solito chiedere se in passato abbiano o meno subito esperienze traumatiche.
Sebbene siano esperienze molto sofferte ed angoscianti e i nostri risultati non siano conclusivi, siamo ottimistici riguardo ai benefici di una terapia per chi soffre di DPTS.


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Persone particolarmente sensibili

Un ultimo tassello, tuttavia, manca a queste spiegazioni che ho appena fornito: per quale motivo i miei pazienti si preoccupano così tanto dei loro pensieri?
Nessuna delle teorie sopra descritte fornisce una valida una risponda a questa domanda cruciale.
Ho cercato di osservare attentamente le persone che fanno parte del gruppo che ho in terapia, per provare a stilare un "identikit" in particolare e per cercare di vedere quali elementi caratteriali queste persone abbiano in comune.
Finalmente, dopo circa un anno, sono riuscito ad arrivare ad una tipologia specifica.
A parte 1 o 2 eccezioni, tutti i partecipanti hanno affermato che fin da bambini sono stati esageratamente sensibili, specialmente nei rapporti sociali, e che gli capitava spesso (come ora) di provare delle emozioni molto forti.
Da giovani erano particolarmente timidi, spesso venivano fatti oggetto di burle e scherzi da parte degli altri bambini e non erano in grado di a sfogare tutta la loro rabbia.
Queste considerazioni mi hanno portato a compiere delle vere e proprie ricerche in campo letterario sulle persone colpite da una particolare sensibilità.
La mia ricerca all'inizio si è concentrata su un best-seller destinato ad un pubblico ampio, La persona iper-sensibile, del Dr. Elaine Aron.
In questo testo è ben spiegato in che modo gli esseri umani reagiscono in modo differente ai diversi stimoli dello stesso ambiente in cui sono calati.
Il Dr. Aron ha affermato che in media le persone particolarmente sensibili (possiamo riferirci a loro con il termine HSP) si aggirano intorno al 15-20% della popolazione.
Egli, dunque, ha intervistato diverse persone (un centinaio circa) "altamente sensibili" per cercare di studiarle più da vicino e per cercare di sapere in che modo la sensibilità del loro sistema nervoso li condizioni positivamente e negativamente.
Due risultati della sua ricerca a mio avviso sono degni di nota:
1) queste persone sono fortemente responsabili
2) e danno troppo peso ai propri pensieri, a tutti i pensieri.
Questo "identikit" si avvicina molto a quello dei pazienti che fanno parte del mio gruppo.
Sempre per quanto riguarda quest'argomento ho inoltre trovato un valido riferminento nel pensiero di un grande fisiologo russo, Ivan Pavlov (il quale ha sempre usato il termine di "fragile sistema nervoso" e "neuroticismo") e nel pensiero del seguace di Freud, lo svizzero Carl Jung (che ha usato il termine di introversione e ha sempre descritto queste persone come persone molto sensibili all'ambiante circostante, a tal punto da essere completamente calate nel loro mare di pensieri).
Il mio collega di Harvard, il Dr. Jerome Kagan, ha praticamente dedicato tutta la sua carriera a studiare lo sviluppo di questo dato caratteriale nei bambini piccoli (addirittura dai 4 anni di età in su).
Ho riletto la Profezia di Galen, un testo molto valido scritto da Kagan in merito a quest'argomento, e ho trovato un passo del libro che sembra calzare alla perfezione anche nei confronti dei miei pazienti:
"La grande ansia ed il pesante senso di colpa che derivano dalla violazione degli standard morali della società vengono gestiti dalle zone degli stessi circuiti limbici che gestiscono l'eccessiva sensibilità e l'inibizione (questa è una descrizione comportamentale di ciò che noi solitamente chiamiamo con il nome di timidezza-disagio riguardo situazioni a cui non siamo abituati oppure inusuali).
A causa di ciò, i bambini timidi diventano estremamente suscettibili a provare forti stati emotivi e vengono predisposti, a livello biologico, ad avvertire più degli altri intensi sensi di colpa o stati di grande ansia, che possono portare addirittura alla fobia sociale.
Se questi bambini crescessero in ambienti dominati da regole severe e dal concetto rigido di "obbedienza" potrebbero mostrare segni di eccessivo rigore e perfezionismo.
Questa ipotesi di una connessione tra coloro che soffrono di pensieri intrusivi e coloro che fin da bambini sono stati molto timidi o piuttosto sensibili è un'ipotesi che ho formulato solo recentemente
ed è in attesa di essere ancora testata a livello scientifico.
Almeno finora il collegamento sembra calzante e, cosa più importante, sembra calzante per molti dei miei pazienti.
Per alcuni di loro, questa discussione è stata il punto di partenza per aprirsi e raccontare la loro vita, fin dalla primissima infanzia: mi hanno parlato di quanto siano sempre stati sensibili, inclini a forte emozioni, come la paura, il terrore, hanno continuato dicendo che sono sempre stati molto coscienziosi, eccessivamente responsabili, sempre "obbligati" in un certo senso a sopprimere e
bloccare determinati pensieri.
Mi hanno altresì confidato che molte delle loro ossessioni possono riguardare argomenti che per loro sono vitali, importantissimi, ma che possono essere considerati anche banali dalla gente comune, e che, in generale, sono cose su cui loro tendano a prestare molta attenzione, nonché un'importanza esagerata.


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Capitolo Quinto

Guardare in faccia la paura: l' esposizione.

"La vera forza, il vero coraggio si ottiene solo quando ti fermi, decidi di non scappare, e guardi
in faccia la paura.
Solo così sarai in grado di dire a te stesso: "Sono passato attraverso questo orrore. Non c'è più
nulla al mondo che non saprò affrontare"
Anna Eleanor Roosevelt (1884-1962)


Alcuni dei miei pazienti rimangono scioccati quando dico loro che l'unico modo possibile per avere la meglio sui pensieri intrusivi è quello di affrontarli faccia a faccia.
"Ma non ci sarebbe un modo un pò più indolore?", spesso mi chiedono, ricordandomi che hanno passato una vita intera a cercare di evitarli e a nascondersi.
La mia risposta è che non esiste altro metodo altrettanto rapido ed efficace quanto lo è quello dell'esposizione diretta ai fattori ansiogeni.
Difatti, gli studi che sono stati condotti in tutto il mondo a partire dagli anni 60" e fino ai nostri giorni hanno confermato che esporsi in maniera continuata e frequente, da una a due ore al giorno, è assolutamente vitale per poter iniziare a ridurre le peggiori ossessioni, in tutti i sofferenti di Doc.
I principi di questa terapia che si basa sull'esposizione sono semplicissimi:
Esponetevi alla situazione che più vi provoca ansia, paura, forte disagio, per una o due ore al giorno, resistete all' inevitabile tentazione di cedere e all'inizio, mentre la state vivendo, non fate assolutamente nulla per distrarvi o rassicurarvi.
Non fatevi, tuttavia, ingannare dalla semplicità di questa affermazione perché essa contiene in sè una potentissima medicina.

Ad esempio, due recenti studi sulle neuro-immagini eseguite all' UCLA hanno scientificamente confermato che queste istruzioni, apparentemente semplicistiche,rappresentano il primo trattamento non farmacologico che può provocare una modifica nella chimica del cervello e un conseguente, netto, miglioramento.
Allo stesso modo, un mio collega, il Dr. Isaac Marks dell' Ospedale Maudsley di Londra, ha tenuto una serie di conferenze in tutto il mondo riguardo all'importanza di diffondere tutta una serie di informazioni mediche (relativamente molto semplici) e ad ampio raggio.
In una bellissima analogia egli ci ricorda che, a dispetto di tutti i milioni di dollari che sono stati spesi per attrezzature mediche all'avanguardia, a volte bastano anche delle semplici indicazioni (che ora vedremo), come quelle diffuse dall'Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO) alla madri dei paesi del terzo mondo, che sono riuscite a salvare moltissime vite.
“Si consiglia a queste povere donne di bollire una pentola d'acqua, mettere dentro un pizzico di sale, mescolare il tutto, assaggiarlo, e quando il liquido non è troppo caldo, versarlo con un cucchiaino sul corpo del loro bimbo, aspettando che piano piano venga assorbito dal corpo".
Dietro queste semplici indicazioni, il Professor Marks ci ricorda che ci sono ben 2 secoli di studi e ricerche, inerenti il fenomeno della disidratazione e della osmolarità del sangue e il modo per combatterlo.
In definitiva, egli, psichiatra esperto anche di disturbo ossessivo-compulsivo, ci sta dicendo, con questa analogia tra le indicazioni per guarire dal Doc e quelle dell'WHO per combattere il problema della disidratazione nel terzo mondo, che a volte dietro un problema importante ci possono essere delle soluzioni semplici, ma non semplicistiche, come quelle indicate dalla terapia che si basa sull'esposizione diretta alla paura.
Entrambe dipendono moltissimo dalla capacità individuale di accettare questo metodo e riconoscerlo per ciò che è: un metodo che vale la pena di applicare e che non è pericoloso.
Al contrario risulta essere molto efficace.


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L'Abitudine: la chiave dell'Esposizione

Per avere chiaro il motivo per cui una terapia basata sull'esposizione risulta essere così efficace è necessario prima avere chiaro un elemento che sta alla base di essa: l'abitudine.
I pazienti che ho in cura mi hanno detto di aver molto apprezzato il modo in cui parlo di questo argomento nel mio precedente libro (sempre dedicato al disturbo ossessivo-compulsivo), Come raggiungere la padronanza e il controllo di sè:
Avete mai fatto visita ad un vostro amico che abita vicino ad un aeroporto o ad una stazione?
Certamente vi è venuto da chiedervi come caspita faccia a vivere con tutto quel baccano intorno. Al contrario, il vostro amico neppure ci fa più caso.
Oppure avete mai provato a infilarvi la mattina un paio di scarpe un pò più strette e, accorgervi a sera, di non averle ancora tolte?
Se vi sono mai capitate situazioni simili, ebbene avete toccato con mano cosa significhi, anche a livello fisico, abituarsi ad un qualcosa.
L'abitudine, che viene dal termine latino "habitus" significa: "assuefazione adattamento a qualcosa fino al punto di non sentirne più gli effetti".
In altre parole, dopo le prime sofferte esposizioni ad un qualcosa che ci scatena una serie di emozioni intense e molto forti, piano piano il nostro corpo e la nostra mente si abitua e impara a gestirle con tranquillità oppure semplicemente ad ignorarle.
L'abitudine è un concetto importantissimo per capire come contrastare, mediante l'esposizione, le peggiori ossessioni e compulsioni.
I nostri studi e le nostre ricerche, compiute su centinaia di pazienti, mostrano che se voi vi esponete con regolarità ed impegno a ciò che vi terrorizza, prevenendone la risposta, questa stessa paura, questo terrore si attenuerà piano piano, portandosi via le connesse compulsioni.
Certamente, però, il modo in cui le ossessioni e le compulsioni regrediscono è diverso da persona a persona.
L'ansia di un soggetto può diminuire nel giro di mezz'ora, mentre su un altro il tempo può essere maggiore (addirittura i primi miglioramenti si possono vedere dopo intere settimane di pratica).
Non c'è niente che voi possiate fare per impedirlo: potete solo accettare il fatto di essere diversi rispetto agli altri (ciascuno di noi è unico!), che i vostri tempi di risposta non sono standardizzati, esattamente come accettate il fatto che ci sono persone diverse, per colore di capelli, per peso, per costituzione.
Ciò che è fondamentale è riuscire a guarire, non il tempo impiegato per farlo.
Il concetto di "abitudine" è un concetto molto utilizzato in psicologia, non solo quando si parla di disturbo ossessivo compulsivo.
Ad esempio, molti di noi da bambini avevano paura del buio.
Questo ci faceva sentire terrorizzati, a volte ci capitava di urlare o di piangere, altre ancora eravamo spaventatissimi di vedere l'uomo nero o una serie di mostri spaventosi sotto il letto.
Come conseguenza, ci ritrovavamo a implorare i nostri genitori di non spegnere la luce oppure di dormire con loro, in letti ultra-affollati!
Con il passare dei mesi imparavamo però a farcela da soli, piano piano ci siamo abituati al buio, fino a quando la paura, e con essa le immagini spaventose dell'uomo nero, ci hanno abbandonato.
Cosa è accaduto?
Cambiando il nostro comportamento (consistente nello sforzarci di stare il più possibile con la luce spenta nel nostro letto), indirettamente abbiamo modificato i nostri pensieri (i mostri) e le nostre sensazioni (paura).
Ebbene, questo è esattamente quello che dobbiamo fare nei confronti delle nostre ossessioni e compulsioni.
La terapia basata sull'esposizione, che è la migliore nel caso di disturbo ossessivo-compulsivo, può essere facilmente adattata da ciascuno per contrastare questo disturbo.
E' bene sottolineare che essa deve essere personalizzata ed adattata a seconda dei sintomi manifestati e delle situazioni che provocano l'assalto di simili pensieri.
Ad esempio: un paziente che soffre solo di ossessioni pure (anche senza che queste vengano scaturite da alcunché) e non anche di compulsioni o rituali, deve esporsi alle sole ossessioni.
Queste, e non atti materiali, saranno il bersaglio principale.
Spesso, invece, i miei pazienti vengono assaliti dai pensieri intrusivi a seguito di particolari circostanze (mentre stanno viaggiando o sono in spiaggia oppure stanno facendo acquisti in un grande magazzino).
Per questi pazienti il trattamento consisterà nell'esporsi direttamente proprio a queste situazioni reali.
Alcune volte, tuttavia, senza necessariamente dover ritornare sulla "scena del delitto", è utile per queste persone rivivere mentalmente quelle circostanze ("esposizione mentale"), spesso con l'ausilio di un registratore in cui avranno registrato tutte le loro paure.
Sia l'esposizione diretta che quella indotta mentalmente sono affrontate nei paragrafi che seguono e sono state utilissime nel processo di guarigione delle persone interessate.


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Esposizione diretta alle ossessioni sessuali

Il Dr. Joseph Ciarrocchi, un esperto nel trattare le ossessioni religiose al Loyola College del Maryland, ha recentemente descritto il suo trattamento basato sull' esposizione di un paziente cresciuto in un clima molto rigido di precetti religiosi.
Quest' uomo soffriva di ossessioni sessuali.
Vediamo il suo caso.
Baptis è un ragazzo omosessuale di 36 anni, celibe, sofferente di pensieri intrusivi di natura sessuale, specialmente durante le funzioni religiose.
Sebbene egli fosse fisicamente attratto da uomini adulti, spesso era vittima di penose ossessioni pedofile.
Appena vedeva un ragazzo giovane, iniziava a farsi il problema se fosse o meno maggiorenne.
Era talmente terrorizzato di poter provare attrazione per i ragazzi molto giovani che alla fine era arrivato ad evitare di guardare tutti coloro che oggettivamente non dimostrassero all'incirca 30 anni.
Queste ossessioni erano particolarmente penose quando si trovava in Chiesa: lì cercava di non guardare nessuno, per evitare di incrociare lo sguardo di qualche minore, di conseguenza restava fisso in direzione del prete per timore che i suoi occhi vagassero per la Chiesa e si scatenassero quelle terribili ossessioni di pedofilia.

Trattamento

Il Primo Passo di questo programma basato sull'esposizione riguardava il raccogliere del materiale (come ad esempio un catalogo di moda maschile) su cui, appunto, esporsi.
Il terapeuta ed il paziente selezionavano da questo catalogo tutta una serie di immagini (una decina all'incirca) in cui apparivano diversi modelli (uomini adulti) fotografati con abbigliamento elegante, sportivo, da spiaggia.
Il paziente classificava le immagini dando ad esse un valore (da 1 a 10), corrispondente al livello di ansia provato di fronte ad esse, ciascuna doveva avere un suo preciso valore (non erano dunque consentite ripetizioni).
L' esposizione aveva inizio nello studio del terapeuta: il paziente doveva obbligarsi a fissare quelle immagini, doveva indursi l'ansia senza smettere di guardare, fino a quando essa non riusciva a calare.
Questo trattamento continuava fino a quando il paziente non riusciva a devitalizzare il contenuto di quell'ossessione, passando in rassegna tutte e dieci le immagini.
Il Secondo Passo consisteva, invece, nel prendere dallo stesso catalogo immagini questa volta inerenti a degli adolescenti.
Ancora una volta, questi modelli erano fotografati con indosso abiti eleganti, sportivi e da spiaggia e l'esposizione consisteva nel compiere esattamente tutta la procedura di prima.
Il paziente continuava questo tipo di lavoro anche a casa propria e ci sono volute intere settimane prima che riuscisse ad ottenere dei miglioramenti significativi.
Il Terzo Passo consisteva nell'esporsi fuori dallo studio, direttamente, cercando di evitare di evitare, cercando cioè di non abbassare gli occhi di fronte agli uomini che si incontravano per strada. Il paziente doveva evitare di fissarli continuamente ma di guardare loro nella maniera più naturale possibile.
Il Quarto Passo consisteva, ancora una volta, nell'esporsi fuori dallo studio, direttamente, ma questa volta cercando di guardare gli adolescenti.
Il Quinto Passo consisteva, invece, nel guardare gli adolescenti durante la celebrazione della Messa (ad ogni modo, i programmi televisivi possono offrire una quantità incredibile di esercizi di esposizione!).
Quello che è stato descritto è un esempio classico di trattamento di pensieri intrusivi basato sulla tecnica dell'esposizione.
L'argomento religioso viene ad ogni modo affrontato in maniera più approfondita in uno dei prossimi capitoli.


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L'illusione più pericolosa è quella che esista soltanto un'unica realtà

Smettete di compulsare e iniziate a lavorare

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Esposizione diretta nel caso delle ossessioni di aggressività

Il trattamento per i pensieri intrusivi di natura violenta è in tutto simile al trattamento visto per le ossessioni religiose portato avanti dal Dr. Chiarrocchi.
Nel caso che esporrò a breve è stato necessario individuare le situazioni che la persona in questione evitava per paura di essere assalita da pesanti pensieri aggressivi.
L'ho aiutata ad esporsi gradualmente fino a quando non è subentrata l'abitudine.
La prima volta che incontrai Rick era completamente sconvolto, ho di lui il ricordo di un ragazzo di circa 25 anni estremamente agitato e disperato.
Ciò che lo affliggeva riguardava una serie di pensieri, molto pesanti, riguardanti il far del male ai suoi genitori e alla sua ragazza.
Durante il nostro primo incontro, mi ha confidato che ha sempre cercato con ogni mezzo di resistere a questi pensieri e più cercava di bloccarli più aggressivi e violenti essi diventavano.
Mi ha detto che era arrivato, oramai, ad evitare qualsiasi tipo di situazione che glieli potesse scatenare.
Quando inevitabilmente si trovava in compagnia dei propri genitori e della propria ragazza, doveva assicurarsi continuamente che non ci fossero in giro oggetti appuntiti o contundenti, come penne, matite o oggetti pesanti perché aveva il terrore di poter perdere il controllo e, contro la sua volontà, scagliarsi contro di loro e colpirli.
Premetto che quando, in seguito, ebbi modo di contattare i suoi genitori e la fidanzata (completamente all'oscuro dei problemi del ragazzo), tutti furono d'accordo nel confermare che Rick era sempre stato un ragazzo molto pacato e gentile e che non avrebbe mai fatto del male neppure ad una mosca. Si fidavano ciecamente di lui.
Il problema di Rick era iniziato l'anno prima, quando completamente ubriaco assieme ai suoi compagni, aveva avuto questo pensiero "in che modo posso essere sicuro che io ora non perda il controllo e non li aggredisca?".
Questo pensiero iniziò a tormentarlo e sebbene non raccontò mai a nessuno di averlo avuto e cercò il più possibile di bloccarlo, questo stesso pensiero mise in lui le radici e cominciò a presentarsi più volte per la mente.
Presto, il fenomeno dilagò ed egli si trovò a fare simili pensieri anche nei confronti dei propri genitori (con i quali viveva), spesso veniva assalito soprattutto dal timore di poterli colpire con un paio di forbici o con un coltello.
La stessa cosa iniziò a dilagare anche verso la propria ragazza.
A questo punto, Rick iniziò ad evitare di stare in mezzo alla gente e, piano piano, non fu più in grado nè in condizione di lavorare.
Mi disse che aveva completamente perso le speranze e che mai più avrebbe potuto vivere una vita normale, come quella spensierata che aveva vissuto fino ad un istante prima.
Quando gli ho comunicato che con un adeguato trattamento avrebbe potuto uscirne sicuramente e ritornare a condurre una vita serena, lui non riusciva a crederci ma mi ha promesso che anche se il trattamento lo terrorizzava avrebbe cercato in tutti i modi di essere forte e di affrontarlo.
Ho spiegato a Rick che il motivo principale per cui i pensieri non lo mollavano mai era proprio dovuto al tentativo (estremamente dannoso e stressante per il cervello) di bloccarli e di impedire che arrivassero.
La prima cosa da fare era iniziare a smascherare tutte le situazioni che potenzialmente provocavano il bombardamento di simili pensieri.
Lo incitai, quindi, ad esporsi sistematicamente a tutte queste situazioni, dopo avergli spiegato ciò che ho detto sopra: studi e ricerche validissime hanno dimostrato che il modo migliore per vincere pensieri ed impulsi è quello di guardarli in faccia, senza nascondersi.
Gli ho spiegato il concetto di "abitudine", ossia quell'assuefarsi ed abituarsi a situazioni che all'inizio provocano picchi altissimi di ansia e che poi, invece, aiutano a metabolizzare quell'ansia fino a lasciarsela alle spalle in quanto inizia a subentrare il concetto di "noia", abitudine, il già detto e già visto.
Questo porta ad una regressione di ossessioni e, se esistenti, relative compulsioni.
Pertanto, prima di qualsiasi altro incontro, Rick iniziò a stilare una vera e propria lista delle situazioni più ansiogene, ad attribuire ad esse un valore per decidere da quale partire (sempre dalla situazione che provoca minore ansia e sofferenza!).
Questa lista includeva: restare in compagnia dei propri genitori, tenere a portata di mano oggi appuntiti e/o potenzialmente pericolosi (penne o forbici), restare solo con la sua fidanzata, specialmente maneggiando simili oggetti.
Lo scopo era quello di "vivere direttamente" queste situazioni e di non cedere MAI di fronte all'inevitabile tentazione di mollare tutto e a scappare.
Quando Rick ritornò da me mi raccontò di essere spesso rimasto in compagnia dei propri genitori, situazione che, come detto, fino a quel giorno non riusciva a gestire.
Dopo un paio di giorni ha iniziato ad introdurre durante questa esposizione gli oggetti tanto temuti (matite, penne, coltelli e forbici), ancora più tardi ha iniziato a maneggiarli mentre discorreva con i suoi cari, fino a ripetere queste operazioni per circa un'ora al giorno.
Mi ha ovviamente confidato che all'inizio l'ansia era a 1000, ma che con la frequente e continuata esposizione la sentiva via via sempre più diminuire.
Il prossimo step riguardava il restare accanto, e poi in presenza di oggetti vari, alla sua ragazza.
Anche qui questa fu la sequenza: prima restare accanto a lei, il più vicino possibile, poi introdurre gradualmente forbici, coltelli, penne e matite.
La sua ragazza era stata messa al corrente del trattamento terapeutico e fu per lui un valido aiuto durante l'esposizione.
Il ruolo della giovane era quello di ricordare a Rick, di tanto in tanto, che questi suoi pensieri erano pensieri assolutamente normali, che tutti avevano nella vita, ma che, appunto, erano solo dei pensieri, e che a lui facevano male solo perché di carattere era molto coscienzioso e responsabile.
Dopo 3 settimane di esposizione, Rick mi confidò che si sentiva molto meglio e che era in grado di buttarsi nuovamente nella vita di tutti i giorni.
Tuttavia, a volte i pensieri tornavano ed è questo il motivo per cui mi chiese come potesse fare per sconfiggere anche le ultime angosce.
Gli risposi che se era seriamente intenzionato a compiere altri progressi avrebbe ora dovuto affrontare le sue paure peggiori.
E lo avrebbe dovuto fare buttando fuori tutte le sue angosce, descrivendole con dovizia di particolari, fin nei dettagli più aberranti.
Eccoli: di scatto afferrava la sua ragazza e iniziava ad infierire sul suo corpo con parecchie coltellate, i suoi genitori, terrorizzati dalle urla, accorrevano e lo bloccavano dandogli del "pazzo", subito dopo accorreva la polizia che lo strattonava impedendogli di muoversi e mettendogli le manette, poi il carcere, i giornali che riportavano la notizia descrivendolo come un "sadico e psicotico assassino".
Avrebbe così disonorato la sua famiglia, sarebbe stato rinchiuso in carcere e sarebbe morto lì dentro dimenticato da tutti.
Come la maggior parte dei miei pazienti la primissima cosa che Rick mi chiese fu "potrei mai fare questo?".
Gli consigliai anche di usare un registratore ed egli acconsentì.
Quando tornò da me aveva buttato giù uno scritto (avrebbe poi dovuto leggerlo al registratore) in cui raccontava per filo e per segno tutta questa catastrofe.
Io lo lessi ma cancellai tutte le frasi in cui Rick, non volendo, chiedeva delle rassicurazioni o iniziava il rito delle compulsioni (frasi come "questo non accadrà mai" oppure "Dio mi perdoni per averlo fatto").
Si trattava di rassicurazioni che non potevano fornire alcun beneficio alla terapia in questione.
Quando lo scritto fu accuratamente corretto, lo lesse ad alta voce registrandolo su cassetta e iniziò ad ascoltarlo una volta al giorno (e altre volte quando arrivavano i pensieri).
Infatti, quando li sentiva nuovamente tornare, si sedeva, accendeva il registratore e si metteva in ascolto.
Dopo due settimane di ascolto, Rick ammise che andava sempre meglio, le ossessioni non c'erano quasi più e le poche che ritornavano riusciva ora ad accettarle, con la conseguenza che anch'esse iniziarono a sparire.
Le aveva oramai devitalizzate.
Riprese a tutti gli effetti il lavoro e continuò a relazionarsi con i propri genitori e con la propria ragazza.
Il caso di Rick dimostra e conferma, pertanto, l' efficacia non solo dell'esposizione diretta ma anche di quella mentale, indotta, dove un ottimo alleato è sicuramente l'uso del registratore.
Ma andiamo a vedere questa tecnica un po più da vicino.


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L'uso di audiocassette e videocassette nella terapia basata sull'esposizione

Le catastrofi che i vostri pensieri intrusivi vi presentano sicuramente non avverranno mai.
Di certo non si può fare esposizione "in vivo" riguardo alla paura di pugnalare un bambino o di investire con la propria auto un passante!
Ma anche provare ad immaginare nella nostra mente simili tragedie potrebbe non essere fattibile (nè tanto meno utile), innanzitutto perché solo pochi di noi hanno un'immaginazione sufficientemente vivida e, anche se l'avessimo, la tentazione di distrarci da simili immagini atroci sarebbe troppo alta.
Invece, alcuni dei miei pazienti trovano molto utile usare videocassette per sbarazzarsi delle maggiori ossessioni ed audiocassette per tenerle continuamente sotto controllo.
Se siete assillati da pensieri di natura sessuale o violenta, probabilmente avete la tendenza ad evitare determinati programmi televisivi o film dal forte contenuto violento/sessuale.
Come sapete, è proprio questo evitamento che causa un'aggressione del doc molto forte, quando vi si presenterà la prima occasione.
Per molti miei pazienti semplicemente guardando e ri-guardando certi film in cassetta o in dvd (e esattamente quei film che contengono scene in grado di risvegliare il demonietto) si è riusciti a superare molte ossessioni, proprio grazie all'effetto "abitudine" di cui abbiamo parlato.
Ad esempio, se la vostra grande preoccupazione è quella di poter uccidere qualcuno, potreste noleggiare un dvd che tratta appunto la storia di qualche assassino o serial killer in modo da risvegliare le vostre ossessioni più angoscianti (potrebbe essere un film su Jeffrey Dahmer o su Charles Manson): potreste sedervi e guardare il film in continuazione, fino a quando l'ansia e il disagio provato non inizierà a scemare (ovviamente, è sottinteso che dovrete sforzarvi di non
distrarvi dalla visione).
Oppure, se soffrite di ossessioni da possessione demoniaca, potreste noleggiare un film che vi scateni delle ossessioni riguardo il campo dell'occulto e del sovrannaturale (ad esempio L' esorcismo di Rosemary's baby), potreste, anche in questo caso, sedervi, guardarlo più volte e smettere solo quando avvertite che l'ansia sta scemando.
Capisco sempre che la terapia sta funzionando quando il paziente mi dice "Non mi chieda di vederlo ancora una volta perché non ce la faccio più, mi sto davvero annoiando!".
Mi limito a sorridere, congratularmi con lui e ricordare che la noia è l'opposto della paura e significa che si sta completamente abituando a certi pensieri.
D'altra parte, le situazioni che fanno scatenare i pensieri intrusivi possono essere personali e fortemente particolari.
Anna era preoccupata di poter uccidere il proprio bambino toccandolo con le mani contaminate dai batteri della carne non cucinata o delle uova.
Questo la terrorizzava a tal punto che quando procedeva con la terapia, la donna si rifiutava di dargli la pappa o di cambiargli il pannolino.
Sebbene l'esposizione "in vivo" le permettesse di dargli da mangiare e di accudirlo, le ossessioni rimanevano, non andavano via.
Ad Anna fu utile solo l'uso del registratore.
La convinsi a mettere prima per iscritto la vera catastrofe che lei temeva accadesse al bambino e Anna lo fece.
Scese nei minimi particolari, riuscendo a esprimere perfettamente la paura peggiore che sarebbe potuta accadere al proprio bambino.
Nell'incontro successivo, al solito, corressi lo scritto.
Si trattava di due pagine fitte fitte, vi riporto soltanto alcuni passi:
"Ho il terrore di non riuscire a lavarmi le mani nel modo "più giusto" dopo aver cucinato.
Do da mangiare al mio bambino e più tardi mi accorgo che non riesce a respirare bene, ha dei problemi alla trachea.
Gli misuro la temperatura e mi accorgo che ha la febbre molto alta.
Lo porto in pronto soccorso e racconto al dottore cos'è accaduto. Mi dice che probabilmente gli ho trasmesso un'infezione a causa dei batteri della carne e delle uova e che sicuramente non potrà farcela.
Mi siedo accanto alla sua culletta, in ospedale. Lo sento ansimare con difficoltà, sento che non ce la fa a respirare. Ad un certo punto apre gli occhietti, sono piccoli e mi stanno implorando. Io so che mi sta chiedendo di salvarlo, sta chiedendo il mio aiuto.
Vuole che io lo protegga e non lo lasci morire in tutta quella sofferenza. Ma so anche che non c'è niente oramai che io possa fare per lui.
Non riesco a smettere di piangere, non sono in grado di fare altro. Posso solo piangere. Il senso di colpa è così devastante.
Passano le ore e lui continua a peggiorare. lo vedo mentre è agonizzante, sento che il corpicino si sta lasciando andare a causa del veleno, si sta spegnendo. Alla fine muore tra atroci sofferenze.
Una morte orribile. Mio marito arriva in ospedale in quel momento e quando si rende conto di ciò che è accaduto inizia ad urlare istericamente.
Ce l'ha con me. Dice che sono l'unica responsabile di ciò che è accaduto. Dice che mi sono macchiata del crimine più atroce: una madre non può uccidere suo figlio.
Anche i miei genitori ci sono. Mi dicono che non vogliono più saperne nulla di me perché non sono stata in grado di badare a mio figlio. Mio marito mi lascia. Non ho più una casa, non so dove andare. Vivo in un rifugio, la disperazione fa di me un'alcolista. Passano gli anni e realizzo che non c'è niente per cui valga la pena vivere. Mi suicido".
Quando ho letto lo scritto di Anna, mi sono accorto che qua e là aveva introdotto una serie di rassicurazioni che subito ho provveduto ad eliminare (frasi tipo "ma allo stesso tempo mi dico che nulla di tutto ciò sta accadendo", oppure "Dio farà in modo che tutto ciò non accada").
Ho subito provveduto ad avvertire Anna che all'inizio sarebbe stata molto dura ascoltare il nastro che avrebbe registrato ma l'ho anche rassicurata sul fatto che a lungo andare c'avrebbe fatto l'abitudine e non avrebbe avvertito più quelle emozioni così forti.
In quel periodo Anna ottenne un primissimo successo: riuscì a divertirsi in compagnia del suo bambino, a prendersi cura di lui.
La giovane donna registrò su cassetta quello scritto, lo ascoltò tutti i giorni per 3/4 volte, la durata del racconto era circa di un'ora.
Finalmente, nel giro di una settimana Anna mi comunicò che l'ansia iniziale stava regredendo e, con essa, anche le ossessioni che prima non la lasciavano vivere neppure per un istante.
Ora, a distanza di un anno, mi ha confidato che sta molto meglio, e anche il bimbo sta bene, riesce ad occuparsi di lui senza problemi e adora vederlo crescere sano.
Riporto ora un altro esempio di registrazione su nastro relativo ad una donna che era sempre terrorizzata dal pensiero di poter far del male al suo bambino.
Frieda partorì in tarda età il suo bambino e venne da me perché temeva di potergli fare del male (il bimbo aveva 3 mesi).
La sua più grande paura era quella di colpirlo con le forbici o con dei coltelli e per questo motivo non riusciva a prendersi cura di lui.
Più tardi la donna non riuscì neppure a sentirsi tranquilla quando lo portava a fare una passeggiata dato che iniziò a soffrire di immagini molto violente in cui si vedeva spingere la carrozzina sotto qualche auto oppure si vedeva gettarlo giù dal ponte in cui prima era solita passeggiare con lui.
Possiamo ben immaginare (non c'è neppure bisogno di dirlo) quando Frieda fosse sconvolta da simili pensieri, essendo, come la maggior parte dei miei pazienti, estremamente coscienziosa e sensibile.
Lei mi confidò che fin dalla sua primissima infanzia era sempre stata angustiata dal terrore di non fare la cosa giusta e ora la sua unica preoccupazione era quella di diventare una madre modello, di proteggere il suo bambino, specialmente ora che aveva dovuto aspettare così tanto per averlo.
Negli anni precedenti la donna aveva anche assunto degli antidepressivi e dei farmaci per contrastare l'ansia, ma nessuno di questi era riuscito a contrastarle le ossessioni, o almeno questo è quanto il suo psichiatra mi ha comunicato.
Appena mi ha descritto questi pensieri intrusivi (era la prima volta che lo faceva, non si era mai confidata con nessuno) l'ho ascoltata attentamente e mi sono assicurato del fatto che non avesse una reale intenzione di nuocere a suo figlio.
Non aveva alle spalle una storia segnata da comportamenti aggressivi e violenti, non aveva problemi di rabbia repressa.
Di certo non era affetta da psicosi.
Si trattava solo di ossessioni pure e di certo non è stata l'unica che ne ha sofferto.
Le ho immediatamente comunicato che il modo migliore per vincere quel tipo di ossessioni era la terapia basata sull' esposizione.
L' avrei aiutata a smascherare tutti i pensieri intrusivi e le immagini più violente che fino ad ora aveva cercato di bloccare e di evitare, tutto quello che all'inizio doveva impegnarsi a fare era non bloccare questi pensieri perché altrimenti non sarebbe riuscita ad abituarsi ad essi.
Non ero affatto sorpreso quando la donna si mostrò sconvolta all'idea di dover prima mettere per iscritto la "conseguenza ultima", l'atroce catastrofe che aveva paura accadesse a suo figlio.
Le chiesi espressamente di non edulcorare il racconto, di non ammorbidirlo: doveva scandagliarlo nei suoi particolari più terribili, più vividi, più atroci, quasi come se stesse scrivendo un romando alla Stephen King.
La settimana dopo, Frieda si presentò con 3 pagine intere scritte a mano, accuratamente ripiegate in una busta che non presentava segni particolari all'esterno e nascosta in borsa per assicurarsi che nessuno accidentalmente potesse trovarla.
Non vi preoccupate mai se, come Frieda, vi sentite in colpa o vi vergognate di buttare giù i vostri pensieri su carta o su cassetta.
Molti dei miei pazienti fanno fatica.
Alcuni mi hanno confidato di aver bruciato ogni cosa al termine della terapia per paura che queste "prove" finissero nelle mani sbagliate.
Leggendo il suo scritto mi sono accorto che non aveva inserito alcuna rassicurazione nè aveva cercato di addolcire il racconto.
Lei mi disse che più volte era scoppiata in lacrime mentre metteva per iscritto questo terribile scenario (la prima volta è davvero molto dura).
Il suo racconto verteva su una passeggiata con il piccolo sul ponte di cui abbiamo parlato, improvvisamente lei sentiva l'impulso a gettare il bimbo di sotto, non riusciva ad imporsi all'impulso, prendeva il corpicino così leggero in braccio e lo scagliava di sotto.
Riusciva a seguire con lo sguardo il volo del piccolo che, agitando spasmodicamente le manine e urlando in aria ricadeva in acqua. L'acqua era fredda e nera.
Alcuni passanti la stavano guardando e urlavano "Prendetela!" mentre lei iniziava a ridere istericamente guardando in basso.
La gente la circondava, la spintonava, la colpiva.
Subito accorreva la polizia.
Ora era in televisione, tutto il mondo la stava guardando.
Suo marito le stava di fronte, la guardava pieno d'odio.
Si vergognava molto, provava disgusto di se stessa. Aveva commesso il crimine più abominevole.
Veniva imprigionata. Era in carcere. Altri detenuti la stavano violentando perché si era macchiata della colpa più atroce. Era disonorata, la famiglia l'aveva lasciata sola. Aveva fallito come madre.
Era diventata il mostro che aveva sempre avuto paura di essere. Aveva contratto il virus dell'AIDS in carcere.
E lì, infine, era morta.
Grazie al mio aiuto, Frieda registrò lo scritto su cassetta. Io le chiesi di ascoltarlo per circa un'ora e mezza al giorno e tutte le vote in cui improvvisamente veniva assalita dai pensieri intrusivi.
La prima volta che ascoltò lo scritto era nel mio studio, fu molto dura: la donna scoppiò a piangere ma cercò di farsi forza.
Doveva ascoltare.
Mi rassicurò sul fatto che non avrebbe ceduto e che avrebbe ascoltato il nastro come promesso.
Finalmente l'ansia regredì e con essa i brutti pensieri che fino a quel momento l'avevano tenuta in pugno.
All'inizio, Frieda dovette forzarsi di ascoltare il nastro, ma mantenne sempre la sua promessa e riuscì a farlo con regolarità e costanza.
Alla fine della prima settimana notò una diminuzione sempre più netta dell'ansia.
E così sempre di più, anche nella seconda settimana.
Nella terza, infine, anche Frieda mi comunicò che ora il nastro la stava annoiando!
Più tardi l'ho aiutata a registrare un altro nastro, questa volta incentrato sulla sua paura di spingere il bambino sotto le ruote di un' auto.
Non appena riuscì ad abituarsi completamente a queste due registrazioni la incoraggiai a fare qualche passeggiata con il bimbo.
Combinando queste due strategie (la registrazione e l'esposizione diretta) alla fine della sesta settimana Frieda è riuscita a non evitare più nessun tipo di situazione, ha ritrovato il piacere di stare sola con il figlio, senza soffrire più per quei terribili pensieri intrusivi.
Ogni tanto qualche pensiero intrusivo le attraversa la mente ma ora è in grado di dirsi da sola "è solo un pensiero" e non gli da più una grande importanza.
Semplicemente lo accetta, senza opporre alcuna resistenza.
Sono stato molto lieto di averla vista migliorare moltissimo e stare bene in 2 anni.
Si può guarire completamente con la sola terapia comportamentale basata sull'esposizione?
No.
Pochi pazienti mi hanno confidato di essere completamente guariti.
La maggior parte ritiene che questi pensieri intrusivi siano significativamente diminuiti con questo tipo di terapia a tal punto che essi non interferiscono più con lo svolgimento delle loro normali attività.
Se decidete di esporvi alla terapia comportamentale basata sull'esposizione, potete fare affidamento alle Tabelle 9 e 10 che riportano alcuni esempi
di esposizione "in vivo" ed esposizioni mediante nastro, elaborate da me e da alcuni miei colleghi.
Potrebbero ritornarvi utili nel mettere in pratica l'esposizione.
Premetto subito che alcuni di questi esempi potrebbero urtare la vostra sensibilità e la vostra moralità.
Se ciò dovesse avvenire vi ricordo che nel capitolo 7 potrete imparare cosa fare, come agire qualora un esercizio di esposizione, necessario e vitale per uscirne, dovesse sembrarvi particolarmente duro da digerire a livello morale.

Tabella 9

Esercizi di esposizione "in vivo" per i pensieri intrusivi

Pensieri di far del male ai bambini
- offrirsi di fare da baby-sitter ad un bambino
- offrirsi di fargli il bagnetto e di cambiargli il pannolino
- non controllare il cestino della spazzatura o il bagno (se si ha timore di aver gettato il bambino lì
dentro)
- leggere storie inerenti l'aborto
- visitare una clinica dove vengono eseguiti gli aborti
- leggere un articolo di giornale che parla di genitori che hanno abusato del loro bambino
- cercare il numero di una clinica che esegue aborti

Ossessioni religiose
(riguardo Satana e culti satanici)
- scrivere la parola "Satana" e "Demonio"
- immaginare di far parte di una setta satanica
- leggere libri che parlano di sette sataniche
- cercare su internet informazioni riguardo a sette sataniche

Ossessioni di poter diventare omosessuali
- camminare in strade solitamente frequentate da omosessuali
- leggere le autobiografie di omosessuali
- frequentare feste (raduni) gay
- guardare immagini di uomini nudi o seminudi su riviste tipo Playboy
- tenere (se presenti) le porte aperte mentre ci si cambia in palestra o si è nel camerino di un negozio
- guardare dei nudi scultorei nei musei e nei cataloghi

Ossessioni di incesto
- fare commenti lusinghieri ad un componente della famiglia ("Indossi una maglia molto aderente")
- baciare spesso un familiare e abbracciarlo
- toccare la biancheria intima di vostro padre e le cose intime che lui ha toccato

Ossessioni sessuali
- guardare in faccia le persone
- mangiare cibi "ambigui" (ad esempio, quelli a forma di pene: banana, zucchina, cetriolo)
- scrivere parole che alludono all'atto sessuale (ad esempio, venire, avere un orgasmo, penetrare,
inghiottire)
- frequentare ambienti frequentati da bambini (centri commerciali, strade) per scatenare paure
sessuali nei loro confronti
- ascoltare una cassetta dove sono state registrate le proprie ossessioni sessuali e violente (si può
aumentare la difficoltà ascoltando il nastro nei pressi di una Chiesa o all'interno, oppure in presenza
di bambini, in cuffia)

Tabella 10

Esercizi di esposizione mediante audiocassette dove vengono registrati i pensieri intrusivi

Pensieri intrusivi di avere rapporti sessuali con uno sconosciuto:
Potrei avere un'erezione. Potrei prendermi l'AIDS.
Potrei prendermi l'AIDS. Non sono sicuro di indossare o meno gli slip.
Potrei togliermi gli slip. Non sono sicuro di indossare o meno gli slip. Potrei prendere l'AIDS.
Probabilmente sto contraendo l'AIDS in questo momento. Sto per violentare qualcuno.
Mi sto per masturbare. Mi sto per spogliare. Sento l'impulso irresistibile a fare tutto questo. Sto andando in bagno. Sto per essere scoperto. Potrei avere l'AIDS.
Sto contraendo l'AIDS in questo momento. Sì, sto prendendo l'AIDS proprio in questo momento.
Non sono sicuro se sono stato scoperto mentre mi stavo vestendo o mentre ero in bagno o mentre mi stavo masturbando. Potrei davvero ora avere l'AIDS. Sì, potrei avere proprio l'AIDS. Potrei avere l'AIDS.

Pensieri intrusivi riguardanti l'uccidere un bambino:
Sto camminando sopra un ponte.
Sento l'impulso irresistibile a scaraventare la mia bambina di sotto, in acqua. La alzo dal passeggino.
Lei mi sta guardando con i suoi occhietti fiduciosi.
Io la scaravento di sotto. La vedo precipitare e venire risucchiata dall'acqua. Alcuni testimoni mi vedono. Urlano "Fermate quella pazza!". Provano a salvarla ma è tutto inutile.
Pensieri intrusivi di perdere il controllo e pugnalare la persona amata
Sono seduto accanto alla mia ragazza. Vedo un coltello sul tavolo. Lo prendo e la colpiscono.
Infierisco sul suo corpo ripetutamente.
La mia peggior paura è ora diventata realtà, lo sto facendo davvero. Continuo a colpirla fino a quando non mi accorgo che è morta.

Pensieri intrusivi di blasfemia:
Sono in Chiesa. Inizio ad urlare oscenità verso Dio e Gesù. Afferro il crocifisso dal muro, lo spacco in mille pezzi, mentre tutti i fedeli mi guardano stupiti.

Pensieri intrusivi di avere rapporti sessuali con gli animali:
Vedo il cane.
Guardo i suoi genitali. Sono eccitato, me ne accorgo con orrore. Sento l'impulso ad avere un rapporto sessuale.
Lo afferro, lo tengo fermo e inizio a penetrarlo nell'ano. Sono in camera, mia madre entra all'improvviso. Non crede ai suoi occhi. E' paralizzata. Ma io continuo a fare quello che sto facendo.
La paura di poter fare una cosa simile, quella paura che mi ha terrorizzato per molti anni, è ora diventata realtà.

Pensieri intrusivi riguardo all'incesto:
Sto facendo sesso con mia sorella. Ho perso completamente ogni forma di controllo, esattamente come temevo che accadesse.
Ora le sto facendo la cosa più disgustosa che avessi mai potuto immaginare (continuate a descrivere ogni singolo dettaglio)

Pensieri intrusivi di far del male o molestare un membro della famiglia:
Voglio soffocare mio figlio con il cuscino mentre sta dormendo. Voglio sparargli con una pistola nella nuca, nel punto in cui la testolina è calva. Voglio accoltellare mia madre. Voglio pugnalare mio padre. Voglio avere un rapporto sessuale con mio padre. Voglio baciare mia sorella nella sua parte intima e avere con lei un rapporto orale.
Voglio uccidere mio marito. Sto per avere un rapporto sessuale con un bambino. Mi sento eccitato e mi masturbo al pensiero di avere dei rapporti sessuali con dei bambini. Credo di voler far del male ad un bambino.
Potrei ucciderlo. Sono una cattiva madre. Non merito pietà alcuna.

Purtroppo alcune persone non rispondono positivamente alla terapia basata sull'esposizione, anche quando sono pienamente collaborativi, mentre altri non sono neppure disposti a tentare.
Per altri risultano essere molto utili altri trattamenti, come la terapia cognitiva e quella farmacologica.
Prima che voi iniziate ad esporvi, vorrei ricordarvi di leggere ancora il capitolo 3 in cui do delle indicazioni su quali pensieri intrusivi siano innocui e quali potenzialmente pericolosi, in modo che voi foste sicuri il più possibile su cosa fare e in che modo procedere.
Se non siete sicuri del fatto che i vostri pensieri siano o meno pericolosi o se avete provato ad esporvi per un totale di oltre 10 ore ma non ne avete tratto beneficio alcuno (l'ansia non è riuscita a calare) dovreste provare anche alcune tecniche di terapia cognitiva di cui parlerò nei capitoli successivi.
Se pur essendovi esposti come indicato non avete notato una regressione dei sintomi, allora fareste bene a consultare un centro mentale che sia in grado di aiutarvi.
Potreste necessitare anche di una cura farmacologica (di cui parlerò nel capitolo 8).
Per fortuna, invece, molte persone che soffrono di disturbo ossessivo-compulsivo sono state in grado di trarne degli ottimi benefici (grazie appunto alla terapia basata sull'esposizione).
Diversi studi hanno dimostrato che questo tipo di terapia è molto efficace, sia se eseguita da soli, sia se fatta in compagnia di un terapeuta.
Tuttavia, è necessario svolgerla con regolarità e frequenza (ovviamente resistendo alla tentazione di compiere rituali e distrazioni varie) per consentire di "abituare" corpo e mente all'esposizione.
Sarebbe ottimale contare sull'appoggio di un amico fidato o su un componente della famiglia, soprattutto se non ce la si fa a fare tutto da soli.
Infatti, anche se riuscite ad esporvi, la vergogna e il senso di colpa potrebbero essere così forti da sentire il bisogno di sfogarsi con qualcuno.
Io suggerisco sempre, laddove possibile, di confidarsi con qualcuno.
Parlare di questo problema può rendere ancora più efficace la terapia e può decisamente contribuire a far decrescere progressivamente il vostro senso di colpa.
Se conoscete un gruppo di sostegno nella vostra zona che si occupa di problemi simili, non esitate a rivolgervi.
Sicuramente, se il vostro disturbo è particolarmente grave e pesante, dovreste rivolgervi ad un centro di salute mentale fidato e professionale.


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Capitolo Sesto

La Terapia Cognitiva

"Non fatevi travolgere da una convinzione a priori, ma ditevi sempre "Convenzione, credenza, aspetta un attimo. Lascia che prima io veda chi sei e cosa per me rappresenti"
Epicteto (55-135 circa)


Mentre la terapia comportamentale rimane il trattamento preferenziale per debellare i pensieri intrusivi, con il passare del tempo è stato messo a punto un approccio che va a completare la terapia stessa.
Viene chiamata "Terapia Cognitiva" ed è necessaria come completamento alla "Comportamentale" oppure come scelta unica all'inizio per tutti coloro che non sono in grado o non se la sentono di sottoporsi all'esposizione.
Il punto è questo: "Dal momento che le ossessioni si nutrono di pensieri e di credenze sbagliate che stanno alla base di esse, e che posso arrivare al massimo grado di irrazionalità, perché allora non lavorare su questi pensieri, scardinarli e sostituirli con pensieri più funzionali?".
Ma, al solito, un conto è dirlo in forma teorica, un altro è, invece, farlo nella pratica.
I primissimi tentativi avanzati dalla terapia cognitiva, efficaci per combattere la depressione, si rivelarono inutili per coloro che, invece, soffrivano di disturbo ossessivo-compulsivo.
Ma poi nuove ricerche sono state portate avanti.
All'inizio i ricercatori hanno cercato di applicare i metodi sviluppati dal Dr. Aaron Beck
dell'Università della Pennsylvania, per insegnare ai loro pazienti in che modo smascherare i pensieri irrazionali che nutrivano la depressione.
Dopo una serie di studi, ed i primissimi risultati, la Drs. Patricia van Oppen Paul Emmelkamp, dell' Università olandese, iniziarono a chiedersi se la terapia cognitiva avesse potuto mai risultare efficace anche per coloro che soffrivano di Doc dal momento che la presenza di credenze e convinzioni sbagliate non sussisteva solo per i fenomeni depressivi ma anche per il disturbo ossessivo-compulsivo.
Di conseguenza, non fecero altro che usare lo stesso programma previsto per coloro che soffrivano di depressione, anche nei confronti di coloro che soffrivano di Doc.
Questo non era mai stato fatto prima.
I ricercatori hanno così studiato i casi di molte persone affette da Doc e hanno infatti trovato un numero elevato di pensieri e di credenze disfunzionali, più o meno logiche o più e meno irrazionali, includendo quella tendenza (tipica di un docker) di sovrastimare la sensazione di pericolo e quel senso davvero eccessivo di responsabilità per le loro azioni.
Basandosi su questi casi, i ricercatori hanno poi elaborato un programma pensato proprio per queste persone (appunto quello cognitivo), hanno creato due gruppi di pazienti: il primo gruppo è stato trattato solo con i fondamenti di questa nuova terapia (quella cognitiva), mentre il secondo gruppo è stato trattato solo con un trattamento comportamentale e un qualsiasi placebo.
Con stupore (fino a quel momento la terapia comportamentale era considerata l'unica e la sola) si sono resi conto che la terapia cognitiva, che insegna al paziente in che modo agire direttamente sui pensieri per modificarli, aveva dato risultati efficaci e duraturi tanto quella comportamentale ed entrambe, pertanto, se usate in sinergia, sarebbero state ovviamente più risolutive di un qualsiasi placebo.
Dal momento che la terapia cognitiva sembrava promettere seri miglioramenti a tutti quei pazienti che non erano in grado (o si rifiutavano) di esporsi alla terapia comportamentale con prevenzione della risposta, diversi miei colleghi dell'Ospedale del Massachusetts, diretti dal Dr. Sabine Wilhelm, hanno tradotto dal tedesco all'inglese l'intero manuale che trattava di terapia cognitiva e hanno iniziato ad applicarne i fondamenti ai nostri pazienti che soffrivano di Doc in una clinica di Boston.
Questo trattamento è stato utilissimo per aiutare le persone che soffrono di pensieri intrusivi, oggetto di questo libro che sto scrivendo.
Insegnando ai pazienti in che modo smascherare i pensieri disfunzionali (che sono sempre alla base di questo disturbo) molte persone sono state in grado di tenere sotto controllo il disturbo e dunque esporsi.
Prima di darvi un esempio del modo in cui la terapia viene usata per trattare determinati pensieri disfunzionali (il caso che affronteremo parla dell'incesto) è importante capire i fondamenti di questo tipo di approccio cognitivo.


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La Terapia Cognitiva riguardo alle ossessioni

La Terapia Cognitiva si basa proprio sulla consapevolezza che i pensieri intrusivi sono pensieri comuni a tutto quanto il genere umano.
In pratica, le persone che soffrono di disturbo ossessivo-compulsivo non differiscono
assolutamente da coloro che non ne soffrono per quanto riguarda il contenuto dei loro pensieri (tutti gli esseri umani hanno pensieri di tipo sessuale o violento o di altro genere) ma differiscono da quest'ultimi solo ed esclusivamente nel modo in cui reagiscono a questi pensieri.
Questa reazione provoca il disturbo ossessivo-compulsivo.
La conseguenza e non la causa provoca il disturbo in questione.

Mentre molte persone sono perfettamente in grado di ignorare simili pensieri e riconoscerli per quello che davvero sono, cioè pensieri privi di importanza e significato, coloro che, invece, soffrono di Doc prestano ad essi un'importanza assolutamente esagerata che provoca l'esplosione del disturbo
e la sua stabilità nel tempo.
Tutti i terapeuti cognitivisti sono concordi nell'affermare che il motivo di tanta importanza e di questa esagerata attenzione ai pensieri va ricercata principalmente in tutta quella serie di credenze che il soggetto assimila come una spugna nel processo di maturazione e di crescita, a contatto con ambienti come la Chiesa, la scuola, la famiglia, l'educazione familiare.
Se si continua ad essere succubi di queste credenze che comunque vengono dal di fuori e che più o meno inconsciamente vengono imposte all'individuo, allora automaticamente si tende a riconoscere
questi pensieri come "sbagliati" e cercare di sopprimerli e questa soppressione, come già detto nella prima parte, non fa altro che rinforzarli e renderli sempre più aggressivi ed intrusivi.
Come se ciò non bastasse la situazione continua via via, inesorabilmente, a peggiorare con lo step successivo: non solo la persona non li accetta come normali, non solo si sforza con tutta se stessa di bloccarli nella mente (e già qui provoca seri danni con questo comportamento), ma inizia progressivamente ad evitare tutte le situazioni che possono scatenarli, finendo con il ritenere davvero che siano sbagliati e sintomo di un qualcosa che non va (perversione, malvagità, etc).
Evitare significa auto-convincersi che una cosa sia sbagliata quando in realtà non lo è affatto ("se io evito allora è perché ho ragione di farlo", questo è il messaggio che arriva al cervello, che si mette in allarme come se davvero avesse motivo per farlo. ma il motivo non esiste, perché il pensiero è normale, non "sbagliato").
Questo comportamento peggiora terribilmente la situazione. Sopprimere in questo modo può dare un sollievo solo momentaneo, perché in realtà tutto dopo si ritorce contro e si ritorce con maggiore intrusività e sofferenza.

Ricercatori di tutto il mondo hanno recentemente elencato quelli che sono i principali errori cognitivi di coloro che soffrono di Doc.

Tabella 11

Principali errori cognitivi che si nascondono dietro queste ossessioni
- attribuire un'importanza esagerata ad un pensiero in particolare
- pensare di dover avere un controllo totale sui pensieri
- ritenere che una situazione sia molto più pericolosa di quanto in realtà non sia
- intolleranza all'incertezza, essere convinti di poter prevedere sempre tutto
- perfezionismo, aspettare prima di agire per cercare di raggiungere prima un concetto di
"perfezione", evitando così critiche esterne
- eccessivo senso di responsabilità, credere di avere sempre l'ultima parola in fatto di responsabilità, nonché il potere di prevenire ogni singola situazione

Nel trattamento cognitivo il terapista valuta quali sono i pensieri disfunzionali che l'individuo si porta dietro e cosa fare nei singoli casi.

Eccessiva importanza data ai pensieri e bisogno di dover controllare sempre ogni cosa
Questo errore cognitivo sopraggiunge tutte le volte in cui noi arriviamo alla seguente conclusione:
dato che abbiamo fatto un simile pensiero, allora è certo che questo accadrà. Per un docker, pensare è uguale ad agire.
Se erroneamente si ritiene che un pensiero è "importante" allora crediamo di poterlo dominare e di poter avere, sforzandoci, il controllo totale su di esso (salvo il fatto che, in quanto umani, non ci riusciremo mai! nessun uomo è mai riuscito!)

Eccessivo senso del pericolo
Le persone che soffrono di Doc danno troppa importanza alla probabilità che un evento accada e hanno un eccessivo (ed immotivato!) senso del pericolo. Cercano sempre di accertarsi che una situazione non possa nuocere, e vogliono la sicurezza all 100%.
Molte persone reputano una situazione sicura solo fino a quando non compare il pensiero che "forse è pericolosa", anche se il motivo di tale pericolo non sussiste affatto (pensiero irrazionale).

Intolleranza all'incertezza
Proprio perché danno un eccessivo peso al pericolo, non sopportano non poter prevedere a priori un accadimento, non tollerano il "non sapere come andrà una determinata situazione". Detestano l'incertezza, il non essere sicuri se una data cosa avverrà al 100%.
Diverse ricerche hanno altresì dimostrato una stretta connessione tra perfezionismo, eccessiva importanza data al concetto di errore, dubbi e sintomi di Doc.

Perfezionismo
Diversi studi condotti sul disturbo ossessivo-compulsivo hanno trovato un nesso tra incapacità a sopportare l'incertezza e perfezionismo.
Coloro che soffrono di Doc ritengono che le loro azioni debbano essere perfette in tutto se si vuole evitare la critica altrui.

Eccessivo senso di responsabilità
Se credete di avere il potere di fare in modo che la cosa che temi non accada mai e se ritenete che qualora accadesse sarebbe completamente colpa vostra, allora avete un pensiero disfunzionale di base.
Moltissimi eventi della nostra vita sono fuori dal nostro controllo, non abbiamo poteri su di essi, e se ci impuntiamo a ritenerci responsabili per tutto allora peggioriamo la nostra situazione, perché alimentiamo i nostri sensi di colpa quando inevitabilmente le cose negative colpiscono noi o le persone che amiamo.
In realtà (pensiero funzionale) noi non possiamo avere il controllo su tutto e anche quando possiamo non controllare, la responsabilità non è mai completamente e totalmente nostra.


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Un caso clinico: la terapia cognitiva in caso di ossessioni sessuali

Per conoscere meglio in che modo la terapia cognitiva agisce sui pensieri disfunzionali, ho chiesto alla Dtt.ssa Wilhelm di parlarmi di un caso concreto, ossia di qualcuno che mettendone in pratica gli insegnamenti sia riuscito a farcela.
Mi ha parlato di un giovane ragazzo che ha tratto numerosi benefici dalla terapia.
Charles si era rivolto alla Dr.ssa. Wilhelm per chiedere aiuto riguardo ad una serie di ossessioni che riguardavano pensieri incestuosi verso la madre.
Questi sintomi erano peggiorati negli anni al punto tale che il ragazzo non riusciva più a fare nulla.
Il bombardamento e l'intrusività di questi pensieri non lo lasciavano un istante.
Quando giunse per la prima volta in clinica, era nella fase in cui si sforzava con tutto se stesso di resistere ai pensieri, erano due giorni che non riusciva a mangiare perché per punirsi aveva deciso di non concedersi neppure un piacere ed inoltre perché pensava che se avesse fatto qualcosa di piacevole (dall'acquisto di nuovi abiti all'attività sessuale) sarebbe stato assillato da simili pensieri.
La Dtt.ssa. Wilhelm aveva a disposizione solo 2 mesi per farlo stare meglio perché Charles sarebbe dovuto partire per ritornare al suo pase d'origine.
Dopo sole 8 sedute di terapia cognitiva, Charles si è accorto di avere una vera e propria regressione riguardo l'ossessione di incesto, ossessione che ora riusciva a tenere a bada anche quando si recava a far visita alla sua famiglia, mentre un tempo il solo fatto di restare in compagnia della madre lo metteva profondamente a disagio.
La Dtt.ssa Wilhelm mi ha fatto notare che il motivo principale del netto miglioramento di Charles è stato quello di rendersi conto che ciascun essere umano ha di volta in volta pensieri (violenti, di natura sessuale) di questo tipo.
Solo la consapevolezza che questi pensieri sono comuni a tutti e che l'unica differenza risiede nella reazione che una persona ha all'insorgere di questi, è bastata a Charles per motivarsi ed uscirne.
Per lui questa è stata una vera rivoluzione.
Per troppi anni aveva ritenuto di essere un persona disgustosa, un mostro, a causa di questi pensieri.
Ora sapeva che le cose non stavano così.
In pratica, si era convinto che, per il solo fatto di avere simili pensieri incestuosi, un giorno li avrebbe messi in pratica, ma grazie alla terapia cognitiva ha imparato a smascherare queste credenze assurde e a sostituirle con nuove.
Queste consapevolezze aiutarono Charles ad uscire dalla prigione che si era auto-costruito.
Prima del trattamento la sua vita era completamente assorbita dagli sforzi e dai tentativi immani di bloccare simili pensieri, anche attraverso l'evitamento: in particolar modo, quando iniziò il trattamento era arrivato ad evitare tutte le donne.
La Dtt.ssa Wilhelm cercò di spiegare a Charles, nell'intento di tranquillizzarlo, che ciò che lo portava a rimanere vittima del disturbo non era tanto e solo il fatto che lui si sforzava di non avere simili pensieri (ricordiamo: pensieri di incesto che passano per la mente di tantissime persone!) quanto quei giudizi morali, pesanti, spietati, che lui si attribuiva dopo che il pensiero l'aveva sfiorato.
Accettare il pensiero senza darsi necessariamente un giudizio di tipo morale è un punto cruciale della terapia cognitiva, ecco perché rappresentò il leit-motiv di tutte le 8 sedute che Charles ebbe con il dottore.
La prima volta che charles si rivolse alla Dtt.ssa Wilhelm, il ragazzo si trovava in un periodo molto difficile, in cui non riusciva neppure ad andare in giro per negozi, poteva mangiare solo in compagnia della moglie e non aveva alcun rapporto sociale, alcun contatto con l'esterno.
Se un pensiero intrusivo lo assaliva mentre stava facendo qualcosa di piacevole, tutto ciò che stava facendo veniva "rovinato", "invalidato", "contaminato".
In questo caso smetteva di farlo ed evitava.
Durante il primo colloquio, Charles disse alla Dtt.ssa Wilhelm di avere oramai pensieri simili sempre, in continuazione, tutto il giorno, tutti i giorni.
I pensieri lo assalivano al punto tale che tutto stava diventando difficile e penoso: stare al lavoro e, ora, persino in casa.
Le ossessioni iniziarono a dilagare, a coinvolgere contenuti sempre nuovi: ora, dall'iniziale ossessione di incesto, era arrivato a doversi lavare continuamente per ossessioni di contaminazione.
Era disgustato dagli escrementi corporei, dagli insetti ed evitava oramai ogni cosa.
Tuttavia, Charles confidò alla Dtt.ssa Wilhelm che queste nuove ossessioni non erano riuscite a fargli superare quella di sempre: l'ossessione di incesto.
Charles non si era mai rivolto ad uno psichiatra e si rifiutava di assumere farmaci.
Il suo matrimonio era ancora in piedi ma sua moglie stava iniziando a stancarsi di tutte queste ossessioni.
Charles desciveva suo padre come un uomo "dagli standard morali troppo elevati" e sua madre, la persona che più amava e che più rispettava, come una "santa".
Com' era normale nel suo paese di appartenenza, le questioni inerenti il sesso in casa erano assolutamente tabù.
I rigidi precetti religiosi che da piccolo aveva assimilato gli facevano credere che avere pensieri
strani di natura sessuale era un peccato molto grave, di conseguenza ora si sentiva profondamente in colpa e si vergognava talmente tanto di queste ossessioni incestuose, che non riguardavano più solo sua madre ma anche sua sorella.
Confidò alla Dtt.ssa Wilhelm che se solo fosse riuscito ad avere un maggior controllo e una maggiore forza di volontà ce l'avrebbe fatta a tenerli a bada, che però non ci riusciva mai e questo lo gettava nello sconforto più totale.
Charles era davvero convinto che partorire simili pensieri non poteva essere altro che indice di "perversione", di "amoralità", di "malvagità" e che se non li avesse immediatamente bloccati una catastrofe sarebbe presto accaduta.
Da ultimo si era oramai convinto che non ne sarebbe mai più uscito, era "destinato" a soffrire.
A peggiorare ulteriormente le cose si aggiungeva il fatto che riteneva peccato anche auto-indursi questi pensieri come terapia per contrastarli.
Non accettava assolutamente la loro presenza.
Era fermamente intenzionato a bloccarli.
La Dtt.ssa Wilhelm allora decise di intervenire subito: lo fece parlare e ascoltò tutta la storia del ragazzo.
Ovviamente la ascoltò con le orecchie di una terapeuta cognitivista e, pertanto, non le fu difficile scovare e smascherare tutti quei pensieri disfunzionali che gli provocavano ossessioni, vergogna e profondi sensi di colpa.
Nel prossimo paragrafo riporto una descrizione dettagliata del trattamento a cui venne sottoposto Charles, un trattamento, come detto, mirato a portare a galla le errate credenze che stavano alla base del disturbo e che sono state progressivamente sostituite da altre più sane.


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Il trattamento

All'inizio, quando la Dtt.ssa gli chiese di parlarle un po' di questi pensieri, Charles era veramente molto imbarazzato.
La terapeuta ha cercato di tranquillizzarlo, di incoraggiarlo, assicurandogli che mai e poi mai l'avrebbe giudicato per il contenuto dei suoi pensieri.
E' importantissimo (nonché vitale per l'efficacia della terapia) che tra paziente e terapeuta si instauri sempre un rapporto di collaborazione e di fiducia reciproca.
Durante la prima seduta, gli illustrò i “fondamenti” della terapia cognitiva e il modo in cui gli sarebbero stati utili a contrastare questo tipo di disturbo.
Gli fece vedere i pensieri intrusivi sotto un'ottica completamente diversa: erano solo “pensieri”, tra l'altro assai comuni in tutto il genere umano (anche quelli più incresciosi e/o eccessivamente irrazionali).
Per convincerlo ancora di più, la Dtt.ssa gli parlò della ricerca che vi ho esposto precedentemente, quella che venne portata avanti interrogando un campione di studenti di diverse parti del mondo (tutti, ricordiamo, avevano ammesso di avere avuto simili pensieri).
Aiutò il ragazzo a capire, inoltre, cosa poteva aver provocato in lui la presenza di errate credenze, false convinzioni, pensieri disfunzionali che stavano dietro quei pensieri intrusivi (l'educazione familiare, uno stato eccessivo di ansia, di stress) e gli spiegò il meccanismo (deleterio e dannoso) che scatta tutte le volte in cui si cerca di sopprimere simili pensieri e di evitare le circostanze che li innescano.
Durante le sedute successive, Charles divenne molto abile a riconoscere e smascherare da solo i pensieri disfunzionali, il modo di sostituirli e iniziò a riconsiderare per un dato evento ed una data situazione diversi punti di vista, quelli che lui solitamente non aveva mai preso in considerazione.
Nel fare questo tipo di lavoro si avvalse del classico metodo socratico (maieutica).
Esempi: “la tua credenza è una credenza realistica? che cosa diresti ad una persona che soffre di doc ed ha maturato questa stessa credenza? è razionale?”.
In pratica, Charles imparò a smascherare tutte queste convinzioni errate (di cui si nutriva il Doc) e a sostituirle prendendo in considerazione altre alternative, guardando ad esse da un altro punto di vista.
Lavorò su questo punto tanto durante le sedute quanto a casa, da solo.
Vennero così portate a galla tutte quelle deformazioni del pensiero che a livello cognitivo gli provocavano terribili ossessioni.
Fatta questa operazione, paziente e terapeuta si concentrarono sulla questione dell' eccessiva importanza data ai pensieri, sull'altissimo senso di responsabilità, sull'esagerata sensazione di pericolo e sull'incapacità di ammettere incertezze, veri e propri punti deboli del ragazzo.
Nel corso di tutte e 8 le sessioni, la Dtt.ssa Wilhelm insegnò a Charles una molteplicità di tecniche messe a punto dalla terapia cognitiva.
Alcune di queste tecniche consistevano nello stilare delle liste dove il ragazzo avrebbe dovuto scrivere i pro e i contro di una stessa situazione, i vantaggi e gli svantaggi.
Altre, invece, si concentravano solo su singoli pensieri disfunzionali, quelli più radicati.
Alla fine Charles fu assolutamente in grado da solo di portare avanti un discorso di tipo cognitivo su se stesso.
L'ultima seduta si basò sul come comportarsi in caso di ricadute, qualora si verificassero in futuro.
La Dtt.ssa gli spiegò che ogni tanto le ossessioni fanno capolino, ma che una volta fatti propri gli strumenti per combatterle, le si imparava a gestire, in maniera viva sempre più automatica.
Gli consigliò di tenersi sempre allenato e di non abbassare mai la guardia.
Sotto riporto una descrizione più dettagliata delle tecniche cognitive che Charles apprese durante tutte le 8 sedute.
Se soffrite anche voi di penosi pensieri intrusivi, impegnatevi a metterle in pratica, vi saranno sicuramente di grande aiuto.


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L’esperimento della soppressione del pensiero

Secondo i criteri della teoria cognitiva, i pensieri intrusivi di natura sessuale di Charles iniziavano a diventare un problema proprio nel momento in cui egli rispondeva ad essi con una reazione sbagliata.
Dal momento che il ragazzo era fortemente convinto che questi pensieri fossero importanti e inaccettabili, faceva tutto il possibile per sopprimerli e questo atteggiamento li rendeva ancora più aggressivi.
Non sapeva che in realtà è quasi impossibile sopprimere un pensiero e avere un controllo totale su di esso.
Per fargli capire quanto sia difficile controllare i nostri pensieri, la Dtt.ssa Wilhelm gli chiese di pensare ad una giraffa in maniera continuativa per circa 1 minuto (se state eseguendo l'esercizio da soli munitevi di un orologio).
Gli venne chiesto di alzare un dito tutte le volte in cui l'immagine della giraffa non si presentava alla sua mente.
Come la terapeuta aveva previsto, il ragazzo faceva difficoltà a concentrarsi sull'immagine della giraffa per 1 minuto intero, ecco perché si ritrovò ad alzare il dito più e più volte.
Allora la dottoressa gli fece invertire l'esperimento: ora non avrebbe dovuto pensare all'immagine di una giraffa per 1 minuto intero.
Come risultato, Charles si trovò a pensare all'animale quasi per l'intero minuto, ecco perché continuava ad alzare ancora una volta il dito più e più volte.
Quindi, più il ragazzo si sforzava di sopprimere l'immagine della giraffa, più questa stessa immagine gli si ripresentava in continuazione, senza dargli tregua.
La Dtt.ssa allora gli spiegò il motivo per cui ciò accadeva (e che noi abbiamo già considerato nei capitoli precedenti).
Charles si convinse che il metodo della soppressione del pensiero non avrebbe mai potuto essere una soluzione definitiva perché non solo non consentiva di non pensare ad una determinata cosa ma permetteva che quest'ultima ritornasse in futuro con una maggiore frequenza, intrusività e penosità.


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Educazione su come i nostri pensieri, e le relative emozioni, funzionano (psicoeducazione)

Le distorsioni cognitive che stavano alla base delle ossessioni di Charles erano sicuramente imputabili ad una educazione familiare troppo chiusa e rigida riguardo ai pensieri di natura sessuale, fantasie, eccitazione.
Egli imparò che tutti noi facciamo in continuazione pensieri di carattere sessuale è che possiamo trovare eccitazione per moltissime cose, non necessariamente le più usuali e consuete.
La dottoressa gli consigliò di acquistare alcuni libri sull'educazione sessuale in modo da potersi informare su quali fossero le comuni fantasie degli esseri umani e come l’eccitazione.
All'inizio il ragazzo era troppo imbarazzato per approfondire l'argomento ma presto riuscì a superare questo blocco psicologico e iniziò a leggere vari libri e riviste che lo aiutarono a razionalizzare questa visione catastrofica, che lui attribuiva alle proprie fantasie sessuali.


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