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> Sul Dap., (lungo)
Mela
Inviato il: Martedì, 10-Lug-2007, 19:39
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PANICO, CAMBIAMENTO E MORTE.
(di Giovanna Visini)

La sofferenza come paura del cambiamento

Le tradizioni spirituali orientali insistono nell’insegnare che la nostra sofferenza è causata principalmente dall’illusione e dall’ignoranza che ci impediscono di vedere la realtà come è veramente.

Avvolti dal velo di maya delle nostre false percezioni,
noi ci consideriamo individualità separate, con una nascita e una morte definite nel tempo,
aggrappati al nostro corpo, agli oggetti, alle persone, al nostro passato
e al nostro futuro senza comprendere che una legge fondamentale dell’universo
è il cambiamento e l’impermanenza di tutti i fenomeni materiali, vitali e mentali che incessantemente emergono e scompaiono cambiando forma..

Fluire con la Vita e con la Realtà, essere consapevoli, significa essere nel presente,
accettare ciò che è e svelare a noi stessi quello che, sotto il continuo cambiamento,
permane immutato, oltre tutte le dualità concettuali e oltre il tempo e lo spazio.
Questo implica inizialmente una riunificazione di mente e corpo,
una “discesa” dell’io disincarnato identificato con il “pensiero” e i suoi meccanismi nel corpo, un mettere radici nella realtà del qui e ora.
Non è casuale che gli attacchi di panico, insieme alla depressione,
siano un disturbo così diffuso nelle società occidentali attuali, dove l’accelerazione dello sviluppo tecnologico, la globalizzazione, la minaccia ecologica,
il contatto ravvicinato con altre culture, lo sconvolgimento delle tradizionali “identità” maschile e femminile,
la crisi della famiglia tradizionale ha fatto vacillare o crollare molti punti di riferimento sociali, culturali e psicologi.
Un aspetto fondamentale di quanto avvenuto in questo secolo e soprattutto negli ultimi cinquant’anni, si riferisce al cambiamento del significato attribuito all’individualità.

Gli anni 60 hanno tolto di mezzo, come sostiene Alain Ehrenberg (in La fatica di essere se stessi, Einaudi 1999) “pregiudizi, tradizioni, ostacoli, limiti, confini che strutturavano la vita collettiva…siamo ormai emancipati nel senso proprio del termine”.
Questa emancipazione “ha fatto progressivamente di noi degli uomini senza guida,
ci ha posto a poco a poco nella condizione di dover giudicare da soli e di dover fondare da soli i nostri punti di riferimento.
… Il diritto di scegliere la propria vita e il pressante dovere di diventare se stessi pongono l’individualità in una condizione di continuo movimento.
E ciò induce a porre in altri termini la questione dei limiti normativi dell’ordine interiore:
la contrapposizione tra il permesso e il vietato tramonta per far posto a una contraddizione lacerante tra il possibile e l’impossibile”.

Scrive ancora Ehrenberg:
“Noi viviamo oggi con questa certezza e questa verità, che ognuno dovrebbe avere la possibilità di forgiarsi da sé la propria storia invece di subire la propria esistenza come un destino. …
Tale dinamica alimenta i valori dell’indeterminazione, accelera il processo di dissoluzione della permanenza, allarga la compagine dei punti di riferimento per scompaginarla al tempo stesso. L’uomo senza qualità, di cui Musil ha delineato il ritratto, è l’uomo aperto all’indeterminato, l’uomo che si spoglia gradualmente di ogni forma di identità imposta e strutturata dall’esterno. … L’individuo che, riscattato dalla morale, si forgia da sé e tende verso il superumano (agire sulla propria natura, oltrepassarsi, essere più che sé)
è la realtà di oggi, ma è un individuo che invece di possedere la forza dei demiurghi, è intimamente fragile, manca di essere, è stremato dal suo stesso essere sovrano e se ne lamenta”.

La nostra visione della coscienza si basa sulle teorie evoluzionistiche integrali di Ken Wilber, di cui abbiamo esposto il pensiero in molti altri scritti.
Nell’ambito relativo all’evoluzione culturale dell’umanità, Wilber utilizza il modello di Spiral Dynamics. Anche di esso abbiamo parlato in altri scritti,
ma lo riassumiamo brevemente. La teoria di Spiral Dynamics, basata sul lavoro di Clare Graves, è stata sviluppata da Don Beck e da altri. Si tratta di una mappa dell’evoluzione della coscienza e della cultura dell’umanità che inizia 100.000 anni fa e include otto livelli o meme di diverso colore.
Questi meme sono sistemi di valori o visioni del mondo che si sono evoluti nel tempo.

Il più antico è il meme beige (arcaico/istintuale) che si riferisce ai primi gruppi umani.
Attraverso il porpora (magico/animistico), il rosso (magico/mitico), il blu (mitico/autoritario), l’arancione (razionale/scientifico), il verde (multiculturale/ post-moderno) si arriva ai livelli più elevati che stanno appena emergendo, il giallo (integrale) e il turchese (olistico).

Alla luce di questa concezione, dovremmo considerare i cambiamenti descritti da Ehrenberg
come una tappa evolutiva necessaria di emancipazione dalla presa del “collettivo”
sulla nostra coscienza, un passaggio faticoso e nemmeno generalizzato, o concluso, di passaggio dai meme arancione e verde ai meme giallo e turchese, la visione del mondo integrale e olistica.

L’identità personale non si costruisce più sul binomio tra permesso e vietato, la fase precedente della “nevrosi” freudiana, come dice Ehrenberg, ma nella solitudine della difficile ricerca della nostra identità, della nostra vera natura, tra infiniti destini possibili;
la scoperta, tra infinite possibilità, della nostra “necessità”, la redefinizione di valori morali su nuove basi.
Paradossalmente l’ipertrofia dell’individualità, del soggetto, l’ego, affrancato dai vincoli delle proibizioni collettive e completamente libero di scegliere, arrivata alla sua estrema espressione scopre
l’ombra regressiva e terrificante che è il desiderio di fusione e di ritorno all’irresponsabilità,
poiché come dice Alan Watts,
si trova immerso totalmente nel paradosso di un “doppio legame”:
la libertà illimitata è impossibile per l’ego, è prerogativa del Sé e l’ego si trova completamente destabilizzato.

La questione, in realtà, è che questo sviluppo, nel suo svolgimento, ha subito alcune distorsione patologiche (avviene negli individui e anche a livello collettivo),
negando e rimuovendo aspetti della realtà, invece che trascendendo e integrando.

Il soggetto è un olone, la coscienza è un olone, cioè sempre tutto e parte nello stesso tempo.
L’io ipertrofico, onnipotente e autodeificato, rifiuta di essere anche parte, parte di una rete d’interessere, che ha radici nell’Universo, che è sempre se stesso e non se stesso,
se stesso e altro.
Il passaggio dalla visione del mondo razionale e post-razionale (il livello 5 nel modello di evoluzione della coscienza di Wilber e i meme arancione e verde)
al fulcro successivo, il fulcro 6, il pensiero sistemico, integrale, esistenziale (meme giallo e oltre), riunifica mente e corpo, mente e natura, maschile e femminile e tutte le dualità,
e permette a questo io terrorizzato dalla sua stessa consapevolezza di trovare risposte alla sua angoscia, nella comprensione della inesistenza della separazione tra soggetto e oggetto, tra l’io e l’ambiente, tra l’io e il mondo, tra ragione e natura.

Accetterà l’impossibilità del controllo e inizierà a sentirsi parte di un flusso ininterrotto di essere e divenire.
Trascende e include il suo passato evolutivo individuale, familiare, collettivo, fisiosfera e biosfera e tutta la faticosa marcia della coscienza, della noosfera (a livello individuale: corpo, emozioni e mente), ristabilisce i nessi e le interrelazioni.

Solo così la sua individualità e identità non soccomberà sotto il peso, impossibile da sostenere, di una libertà male interpretata e falsa e sarà capace di riprendere il cammino evolutivo verso più elevati livelli di coscienza, dando nuovi significati al bisogno di responsabilità, necessità, destino.
________________________________________________

in pratica:

Gli attacchi di panico, come la depressione in altra forma, possono assurgere a simbolo del disagio provocato da questo momento difficile di transizione che è attraversato da molti,
nelle società tecnologiche e democratiche.
Appaiono come l’esasperazione di un’affermazione disperata del nostro corpo-mente
che reclama la sicurezza e la protezione in un’epoca dove domina l’insicurezza,
e dove ci viene richiesto di assumerci la responsabilità in prima persona di tutto ciò che avviene, come
se dovessimo diventare demiurghi onnipotenti o soccombere sotto il peso del fallimento.
E’ la risposta sbagliata a un problema sbagliato, un doppio legame.
Ci affanniamo a rispondere, mentre dovremmo respingere al mittente il dilemma paradossale.
Il grido spaventato, rimasto soffocato per anni sotto montagne di rimozioni e di repressioni, esplode
quando le vicende della vita ci obbligano a confrontarci, comunque, con l’ineluttabilità del cambiamento,
con la fragilità della nostra esistenza, con l’apparente assurdità della morte,
con il desiderio di continuare a vivere situazioni e vicende che devono essere superate e trascese e ci accorgiamo che la falsa idea di noi stessi e del mondo vacilla pericolosamente.
Ma se la perdiamo cosa ci rimane?

Così ancora rifiutiamo, neghiamo in un’estrema contrazione psicofisica che ci toglie il fiato,
ci irrigidiamo
in un “no” disperato.
E crediamo che sia corretto farlo,
perché siamo offuscati e confusi da false credenze, da schemi mentali fallaci,
da visioni del mondo scorrette e irreali, da illusioni e fantasie.
Il “collettivo”, società, cultura e religioni, nella loro generalità, sono, naturalmente, espressione della visione del mondo “media” dominante e anche delle visioni più regressive,
quindi non solo non ci aiutano, ma anzi continuano ad alimentare il paradosso in modo da mantenere in piedi l’edificio sociale:
farci consumare sempre di più, imporci modelli di vita stereotipati e conformistici o incrementare paure e sensi di colpa per prepararci meglio per un Aldilà mitologico.
Una medicina che non accetta la morte e la vive come una propria sconfitta,
un utilizzo indiscriminato di psicofarmaci che ci conferma che alla nostra paura e alla nostra angoscia non ci sono vere soluzioni, un’economia che non è al servizio dell’umanità ma che mantiene miliardi di persone nella povertà e nella fame, una concezione dell’essere umano fondata sull’efficienza, l’eterna giovinezza, la bellezza che non deve sfiorire mai, l’immortalità se possibile, ed emargina vecchi, malati e sofferenti… che aiuto ci potranno mai dare.

L’attacco di panico ci rimanda alla nostra estrema vulnerabilità, ai nostri limiti.

La paura, la non accettazione del cambiamento, il riproporsi continuo del passato che non riusciamo a lasciare andare, il rifiuto della morte,
tutto questo non abbiamo voluto/potuto affrontarlo dentro di noi e si è rafforzato, stratificandosi anno dopo anno, alimentato da piccoli e grandi eventi
che abbiamo creduto di aver superato, che abbiamo razionalizzato, rimosso
.
A un certo punto, un evento della vita, forse neppure troppo traumatico, funziona da catalizzatore e appaiono i sintomi del disturbo:

dolore al cuore, come se una mano lo stringesse, dicono alcune persone,
senso di soffocamento, vertigine, sudorazione, tachicardia, confusione mentale e una grande angoscia.
L’attacco di panico ci dice che non possiamo andare avanti così, che si richiede una “revisione”, dobbiamo tornare a noi stessi e rifondare la nostra identità, come un Io in relazione al Tu, un Io e un Tu rinnovati.

Dobbiamo riscoprire che se non siamo onnipotenti, non siamo neanche impotenti,
se non siamo perfetti abbiamo però qualità, talenti, capacità, che, se abbiamo limiti come esseri storici incarnati nello spazio-tempo, siamo anche in una relazione di interessere con un tutto oltre il tempo e lo spazio.

L’attacco di panico offre l’opportunità di un confronto senza precedenti con noi stessi, con la vita, con la morte e il suo significato, e come possiamo vivere una vita piena, se non vi includiamo la morte che della vita è l’estrema espressione?

Notiamo anche come questo atteggiamento estremo di ipertrofia egoica e di bisogno di controllo che alla fine implode su se stesso,
segnala in modo evidente che, a livello individuale come a livello collettivo,
non è più possibile continuare con un modello “aggressivo”,
tradizionalmente qualificato come maschile, che dissocia e reprime le “qualità” tradizionalmente considerate femminili.
La crisi delle stereotipate
identità maschile e femminile e la crisi ecologica senza precedenti fanno emergere
la necessità di rivalutare e reintrodurre attitudini come l’abbandono, la resa, la ricettività, l’accettazione, il sentimento, la sensibilità, l’apertura del cuore, la comunione, il prendersi cura degli altri e della natura, l’umiltà (che viene da humus, terra)
che riconosce e rispetta le leggi dell’universo, contrapposta alla mancanza di misura (l’ubris)
e all’arroganza dell’eroe demiurgico, isolato e alienato dalle sue radici, da che si sente il padrone della natura e la distrugge, diventando portatore di morte mentre ricerca disperatamente l’immortalità.

Le nostre paure sono varie e molteplici,
ma l’origine vera e profonda di essa è fondamentalmente la paura di morire, la paura del non-essere.

Come dice A. Watts, la vera psicoterapia, come i cammini spirituali già fanno, sarà quella che prenderà in considerazione la morte.

Perché la rimozione e repressione della morte è la causa non solo dalla nostra ansia e della nostra angoscia più profonde,
ma è la ragione del fatto che non abbiamo il coraggio di vivere pienamente: non possiamo accettare pienamente la vita perché con essa dobbiamo accettare la morte.
L’una è l’altra, inseparabilmente.


In Psicoterapie Orientali e Occidentali Watts scrive:

“Nessuno, credo, ha fatto uno studio serio e rigoroso sul grado in cui la paura della morte è implicata nelle nevrosi e nelle psicosi.
Ignorarla o allontanarla con una spiegazione vuol dire trascurare la più grande opportunità che ci offre la psicoterapia, perché ciò che la morte nega non è l’individuo, non è l’organismo/ambiente, ma è l’io, e quindi la liberazione dall’io è sinonimo della piena accettazione della morte.”

E in L’Audacia di Vivere A. Desjardins afferma:
“Osare vivere è osare morire a ogni istante, ma è ugualmente osare nascere, vale a dire superare le grandi tappe dell’esistenza in cui ciò che siamo stati muore per fare spazio ad altro, con una visione rinnovata del mondo, pur ammettendo che ci siano diversi stadi da superare prima dell’ultima tappa del Risveglio. Questo significa essere sempre più consapevoli che a ogni istante si nasce, si muore e si rinasce.”

Comprendere e accettare la morte, la nostra come quella di una persona amata, è certamente un compito arduo.
Tuttavia, nella nostra cultura è ancora più difficile, perché la morte è il grande “rimosso”, anche se ci circonda a ogni passo, anche se ne sentiamo parlare ogni giorno.
Diventare consapevoli della morte è un grande passo nella nostra crescita interiore, vuol dire riconciliarci con chi siamo veramente e con la realtà.

La morte, sia come eventualità che ci spaventa sia come evento
con cui abbiamo dovuto confrontarci, è una componente importante degli attacchi di panico, perché è vissuta
come la sintesi di tutto quel continente ignoto che sfugge al nostro controllo,
quel nemico minaccioso contro cui dobbiamo mobilitare le nostre difese,
quel limite estremo che viene posto all’ego e al suo desiderio di onnipotenza, alla nostra illusoria pretesa di essere più forti della rete interrelata di eventi in cui siamo immersi.


Secondo Alan Watts
l’ansia “è la frustrazione di non avere la vita senza la morte, ossia di non riuscire a risolvere un problema che non ha senso.
Come Freud disse, l’io è costituito dalla repressione dei Eros e di Thanatos, della vita e della morte, è per questo motivo è la parodia dell’autentica individualità.”


E lo studioso di Freud, Norman O. Brown, nel bellissimo libro - La Vita contro la Morte - scrive:
“Paradossalmente, ma inevitabilmente, questa incapacità di morire toglie l’umanità dalla realtà del vivere, che per tutti gli animali normali è allo stesso tempo morire, ne risulta la negazione della vita (repressione) …
L’indirizzare la vita dell’uomo alla guerra contro la morte, per la stessa inevitabile ironia, provoca il dominio della morte sulla vita.
La guerra contro la morte prende la forma di un interesse per il passato e per il futuro, e il tempo presente, il tempo della vita, va perduto.”
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chiara
Inviato il: Martedì, 10-Lug-2007, 19:56
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Psico Labile
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Troppo lungo da leggere ora... PSICO giveup.gif

Stampato, me lo leggo stasera prima di fare la nanna.

Grazie Meluccia. PSICO-kiss.gif


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"Non esiste alcun modo di stabilire quale decisione sia la migliore, perchè non esiste alcun termine di paragone. L'uomo vive ogni cosa subito per la prima volta, senza preparazioni." M. Kundera.

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