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> vincere l'ansia, accettazione e mindfulness
miki_70
Inviato il: Martedì, 11-Gen-2011, 19:48
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Calmarsi ovunque e in qualsiasi situazione


La respirazione lenta controllata descritta può essere considerata l'allenamento quotidiano.

Bisogna tuttavia imparare ad applicare questo allenamento quando si prova ansia.

Per far questo è importante avere alcune infomazioni ed acquisire alcuni strumenti.


Calmarsi quando si è in ansia o in panico


Ai primi segni di ansia o di panico non perderti nei tuoi pensieri.

Semplicemente comincia il tuo esercizio di respirazione lenta controllata portando tutta l'attenzione al repiro.

Naturalmente la mente tenderà a fuggire nuovamente verso i pensieri catastrofici. Nulla di grave. E' normale che accada. Devi semplicemente accorgetene, e riportare l'attenzione al respiro.

Ogni volta che la mente divaga e cattura la tua attenzione nel film catastrofico, il tuo compito è semplicemente di accorgetene e di riportare l'attenzione al respiro. Dieci, cento, mille volte. Il risultato non si farà attendere. Può essere di grande aiuto dare un nome alla tendenza alla divagazione catastrofica della mente. Ad esempio puoi dire a te stesso:" catastrofizzo", oppure "film", oppure ancora "immaginazione", etc.

Dopo aver detto la parola a te stesso, ritorna con l'attenzione al respiro.


Calmarsi mentre si sta facendo qualcosa

Nel corso del programma molte persone legittimamente si chiedono : ma come faccio ad applicare l'esercizio di respirazione lenta controllata ad esempio mentre sto guidando? Non posso certo chiudere gli occhi e concentrarmi sul respiro se devo anche guidare!

Certo, è esattamente così. Non è possibile compiere nessun'azione se la nostra attenzione non include in qualche modo anche quello che stiamo facendo.

Ebbene, noi possiamo restringere ed allargare il campo dell'attenzione proprio come fosse un raggio di luce che può essere puntiforme ed allargarsi fino ad essere diffuso.

Quando stiamo facendo qualcosa è indispensabile allenarsi ad allargare il campo dell'attenzione in modo da includere anche ciò che stiamo facendo. In questo caso l'esercizio diventa: porta l'attenzione al respiro e a quello che stai facendo.

E' importante esercitarsi a "sentire" il proprio respiro mentre si sta facendo un'altra cosa: parlare con qualcuno, studiare, preparare da mangiare, guidare, etc.
Dopo un pò ci si accorge che non solo la percezione del respiro non distrae da quel che si sta facendo, ma che, anzi, migliora la capacità di concentrazione.

Mi raccomando, "non lottare con i pensieri. Semplicemente nota il loro emergere ed il loro svanire"

Il tuo compito non è di controllare le emozioni o i pensieri, ma di notare dove sta la mente e accompagnare l'attenzione sul presente (il respiro e quel che stai facendo)
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miki_70
Inviato il: Martedì, 11-Gen-2011, 20:07
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Se calmarsi risulta difficile


Per alcune persone le indicazioni date finora risultano sufficienti. Per altre persone, no. Non si tratta di essere più o meno bravi. E' una questione di differenze individuali di sensibilità a certe sensazioni. Per alcune persone, ad eempio, risulta difficile percepire il corpo. Semplicemente non sono abituate. In questi casi è necessario dedicare maggiore cura a questo aspetto del programma.


Rilassamento Corporeo

Se risulta difficile calmarti, puoi aggiungere alla RLC l'esercizio di Rilassamento Muscolare Progressivo che consiste nel lasciare andare le tensioni del corpo ovunque le avverti. Spesso il problema però non consiste nella ifficoltà a lasciare andare le tensioni, ma nel riconoscerle.
Pertanto può essre utile questo esercizio che consente di apprendere a riconoscere le tensioni muscolari e a lasciare andare.

Questa tecnic si basa sull'alternanza contrazione/rilascio di alcuni gruppi muscolari; è stata ideata negli anni trenta dal medico e psicofisiologo statunitense Edmund Jacobson.

Per raggiungere il massimo rilassamento è indispensabile esercitarsi con regolarità, evitando di lasciar trascorrere più di 4 giorni tra un allenamento e l'altro;

la durata dell'esercizio varia tra i 30 e i 45 minuti, durante i quali è importante non essere disturbati;

è fondamentale vestire in modo comodo, oscurare l'ambiente circostante e assicurarsi che la temperatura sia confortevole;

sdraiarsi su una superficie dura, stendere le braccia lungo il corpo, tenere le gambe leggermente divaricate, lasciare che i piedi cadano in fuori;

prima di cominciare l'esercizio vero e proprio iniziare a respirare i modo profondo utilizzando le tecniche descritte nella pagina precedente

# tirare le dita dei piedi verso il corpo, mantenere intensa la tensione per 2-3 secondi. Lasciare e rilassare circa 15 secondi;

# piegare ora le dita dei piedi e cercare di stendere la pianta del piede sul pavimento. Tenere in tensione e rilasciare;

# contrarre i muscoli della gamba tenendo il piede a martello. Mantenere la massima tensione poi rilasciare. Procedere prima con una gamba poi con l'altra;

# contrarre glutei e bacino insieme, tenere e poi rilassare;

# contrarre i muscoli addominali, ritraendo il ventre, mantenere e lasciare;

# ora si passa alle braccia, partendo dalle mani. Stringere forte il pugno, poi rilasciare;

# contrarre i muscoli delle braccia piegando l'avambraccio sul braccio e mantenendo la tensione cercare di raggiungere con il polso la spalla. Stendere di nuovo il braccio sul suolo e rilassare;

# spingere con le braccia contro il torace e i fianchi e contemporaneamente porre le spalle in basso e in avanti. Rilasciare;

# muovere le spalle in basso e indietro per contrarre la zona della spalle e delle scapole. Contrarre e rilassare;

# per i muscoli della nuca tirare in alto le spalle contraendo i trapezi e incassare la testa tra di esse. Contrarre e rilassare;

# corrugare la fronte, strizzare gli occhi e stringere le labbra il più possibile. Tenere e rilassare;

# al termine dell'esercizio rimanere sdraiati per qualche minuto cercando di percepire il profondo rilassamento. Continuare a respirare profondamente.


Non bisogna avere fretta di calmarsi. La calma sopraggiunge lentamente, ma non bisogna abbandonare l'esercizio. Se si abbandona l'esercizio, bisogna riprendere ad eseguirlo partendo dall'inizio. Eseguire l'esercizio ogni volta che ci si trova in ansia. L'esercizio costante non manche rà di dare i suoi frutti.
Ricorda: questo esercizio funziona se viene eseguito.
Potete esercitarvi utilizzando entrambi gli esercizi. Ma per adesso fatene uno alla volta.
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miki_70
Inviato il: Martedì, 11-Gen-2011, 20:17
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PRIMA DI APPRENDERE A CALMARSI E' ESSENZIALE ESSERE CONVINTI CHE IN CASO DI PANICO NON ACCADE NULLA DI CATATSROFICO. iN CASO CONTRARIO OGNI TENTATIVO DI CALMARSI E' INUTILE.

1. NON COMBATTERE L'ANSIA E RICONOSCERE DI ESSERE IN ANSIA

2. RILEVARE LE TENSIONI DEL CORPO E RILASCIARLE

3. COMPIERE ALCUNI CICLI RESPIRATORI VOLONTARIAMENTE, LENTAMENTE, PORTANDO TUTTA L'ATTENZIONE SUL RESPIRO E RIEMPIENDO I POLMONI DAL BASSO VERSO L'ALTO, E POI ESPIRANDO SEMPLICEMENTE ABBANDONANDO OGNI SFORZO.

4. CONTINUARE A TENERE L'ATTENZIONE SUL RESPIRO, MA SENZA PIU' GUIDARLO VOLONTARIAMENTE, SGUIRE SEMPLICEMENTE IL RESPIRO COSI' COME AVVIENE NATURALMENTE.

5. RICONOSCERE LE DIVAGAZIONI SPONTANEE DELLA MENTE.

6. RIPORTARE L'ATTENZIONE SUL RESPIRO.

7.SE SI HANNO DIFFICOLTA' APPRENDERE IL RILASSAMENTO MUSCOLARE PROGRESSIVO
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miki_70
Inviato il: Martedì, 11-Gen-2011, 20:33
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PARTE III


RIPRENDERE IL CONTROLLO DELLA NOSTRA VITA



In questa parte ci occuperemo di mettere in pratica tutto quello che abbiamo appreso finora, in modo da rimetterci in gioco ed affrontare tutte le situazioni che finora abbiamo evitato.


Valori e obbiettivi


Abbiamo parlato di accettazione. Accettazione non significa rassegnazione.

Si tratta di due concetti completamente diversi.

Ciò che bisogna accettare è la nostra esperienza interiore. Cos' com'è, nel momento in cui è.
Ogni tentativo di respingere la nostra esperienza interiore è destinata al fallimento.

Non bisogna invece rassegnarsi a non vivere la nostra vita, cioè non bisogna rinunciare alla nostra vita, a ciò che è importante per noi.

Dunque, accettare i pensieri, le emozioni, le sensazioni è l'unica strada possibile per distogliere le nostre energie ed il nostro tempo dalla inutile (e dannosa) lotta contro noi stessi, e per dirigerli invece verso la nostra vita.

Tutto il lavoro fatto per lottare contro l'ansia ed altre emozioni sgradite può averci allontanato dalla nostra vita al punto di non sapere più cosa è importante per noi stessi.

Forse per lungo tempo abbiamo considerato che la cosa più importante fosse lottare contro l'ansia, ed ora è possibile che ritornare a progettare la nostra vita possa apparirci poco familiare o addirittura inconcepibile.

Sappiamo già che la mente è pronta a fare la seguente obiezione:" non ci si può occupare della propria vita in modo pieno se prima non si superano gli ostacoli. E l'ansia è un ostacolo."

Sappiamo, d'altra parte, che proprio la lotta contro l'ansia è il più grande ostacolo ad occuparti della tua vita.

Bene, ringraziamo la nostra mente per questa obiezione, e facciamo la nostra scelta.

Vogliamo dedicarci alla lotta contro l'ansia o alla nostra vita?
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miki_70
Inviato il: Martedì, 11-Gen-2011, 21:21
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LA MAPPA DELLA VITA


Questo capitolo è dedicato ad un interessante esercizio sperimentato dal gruppo di lavoro di Steven Hayes.

Grazie a questo esercizio avremo la possibilità di passare in rassegna tutte le aree della nostra vita e dunque di mettere in evidenza i nostri valori per ciascuna di esse.

Tra breve, il tuo compito sarà di costruire la tua mappa, in cui individuare innanzitutto le aree della vita che ti interessano, e poi le direzioni che intendi dare alla tua vita per ciascuna area.

Ora esploreremo insieme ciascuna di queste aree, al fine di individuare i valori e gli obbiettivi importanti per te.

Non sottovalutare questo importante lavoro personale. Stiamo parlando della tua vita. Sei tu a decidere a cosa dare priorità ed importanza ed in che modo. Non lasciare che gli eventi decidano per te. Dice un antico detto orintale:" Se non sappiamo dove andare, andremo nella direzione verso cui siamo voltati".

Ma prima di costruire la tua mappa, prosegui nella lettura.


Direzione e mete

Il primo passo consiste nel considerare con attenzione la differenza tra valori e obbiettivi.

I valori non sono delle cose che si ottengono, non si raggiungono, non si realizzano.

I valori sono le direzioni che intendiamo dare alla nostra vita, indipendentemente dai risultati.

Anche se la strada dei valori è lastricata da piccoli e grandi obiettivi, il loro raggiungimento non ha nulla a che fare con la direzione che abbiamo imboccato.

Se andiamo verso Nord, siamo esattamente in quella direzione dopo un metro, dopo 100 metri e dopo 100 chilometri.

Il Nord non si raggiunge mai, è una direzione.

Un valore ad esempio è l'onestà. L'onestà non si raggiunge, è una guida per le nostre scelte, giorno dopo giorno.

La sicurezza economica come valore è diversa dalla sicurezza economica come obbiettivo. Anche se non la si è raggiunta, è questo valore che può guidare le scelte finanziarie e lavorative. Se devo scegliere tra un investimento molto remunerativo, ma molto rischioso, e un investimento a basso rischio, ma poco remunerativo, se sono giudato dal valore della "sicurezza", scelgo quest'ultimo.

All'opposto, se un nostro valore è di "mettere in gioco le nostre capacità", potremmo essere portati a scegliere l'investimento più rischioso, semmai perchè siamo molto competenti di come funziona il mercato azionario.

Allo stesso modo, la sfida intellettuale, il coraggio, la libertà, la solidarietà, etc. sono tutti dei "valori" che, applicati alle diverse aree della vita, ci guidano nelle nostre decisioni e nella scelta dei nostri obbiettivi.

E' di importanza vitale riappropriarci dei nostri valori. Sapere quanta importanza ha per noi ciascuno di essi, in che direzione impegnare le nostre energie ed il nostro tempo.

I valori non sono delle categorie morali, ne ciò che la società dice di fare. I valori sono ciò che più conta per noi. Solo se sappiamo impegnarci per ciò che per noi è importante sentiamo la nostra vita piena e ricca.

Al contrario, come abbiamo visto, essere preda del bisogno immediato di sollievo dall'ansia, oppure cercare in tutti i modi di evitarla, non fa altro che restringere il nostro campo d'azione, e aggiungere frustrazioni e insoddisfazioni.

Fuggire dalla sofferenza non è un valore, ma una trappola della mente che crea altra sofferenza.


E' venuto il mometo di lavorare alla tua mappa

AL CENTRO DELLA MAPPA, SCRIVI IN UN CERCHIO:" LA MIA VITA". FAI PARTIRE DA QUESTO CERCHIO DEI RAMI SU CUI SCRIVERE LE AREE DELLA TUA VITA: AD ESEMPIO, LA FAMIGLIA, LAVORO, CARRIERA, STUDIO, RELAZIONI, HOBBY, ETC.

PER OGNI RAMO, FAI PARTIRE ALTRI RAMI

QUESTI SONO I TUOI VALORI, CIOE' CHE REPUTI IMPORTANTE IN CIASCUNA DELLE AREE DELLA TUA VITA.

SCRIVI I TUOI VALORI SU CIASCUN RAMO.

QUALI SONO LE COSE IMPORTANTI PER TE IN UNA RELAZIONE SENTIMENTALE? L'ONESTA? L'INTIMITA'? LA SESSAUALITA'? IL CAOLORE?
E QUALI SONO LE COSE IMPORTANTI PER TE NEL LAVORO? LA SICUREZZA ECONOMICA? SUPERARE SFIDE DIFFICILI? LA NOTORIETA'? LA TRANQUILLITA'? IL RAPPORTO SERENO CON I COLLEGHI?

Considera attentamente le tue scelte. Accade purtroppo frequentemente, quando si è preda dell'evitamento, di confondere un mero ripiego, per un valore, un intenzione profonda.

Ad esempio, "un rapporto civile" è una scelta molto sospetta come valore che riguarda la realzione con il partner. Come pure la "distrazione", nell'area degli hobby, probabilmente non è un valore, ma una fuga dalla realtà.


PER OGNI RAMO, ORA, DAI UN PUNTEGGIO DI IMPORTANZA DA 1 A 5.

INFINE, DAI UN PUNTEGGIO DA 0 A 5 DI QUANTO STAI FACENDO IN QUESTA DIREZIONE.

QUESTO PUNTEGGIO E' LA QUANTITA' DEL TUO IMPEGNO RISPETTO AL TUO VALORE.

Hai completato la tua mappa. per ogni area della tua vita, hai dato un punteggio di importanza relativa di ciò che reputi importante, ed hai dato un punteggio di importanza relativa di ciò che reputi importante, ed hai dato un punteggio di quanto stai facendo per dirigerti in questa direzione. In che area, e per quale valore ti sembra che stai facendo abbastanza? Ed in che area e per quale valore, ti sembra che stai facendo troppo poco?

Questa mappa sarà la nostra guida per il proseguio del programma.


....pausa! blush.gif
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miki_70
Inviato il: Martedì, 11-Gen-2011, 21:32
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Giusto per sapere chi è Steven C. Hayes.
Pichiatra, psicoterapeuta.

* American Psychological Society American Psychological Society
* American Psychological Association American Psychological Association
* Association for Behavioral and Cognitive Therapies Associazione per la Psicoterapia Cognitiva e Comportamentale
* Association for Behavior Analysis Associazione per l'Analisi del comportamento
* Association for Contextual Behavioral Science Associazione per la contestuale scienza del comportamento

Honors Riconoscimenti

* Lifetime Achievement Award, Association for Behavioral and Cognitive Therapies,2007 Lifetime Achievement Award, Associazione per la Psicoterapia Cognitiva e Comportamentale, 2007
* Impact of Science on Application, Society for the Advancement of Behavior Analysis Impatto della scienza sulla domanda, la Società per l'Avanzamento della Behavior Analysis
* Listed as the 9 th most productive out of 1,927 clinical faculty members in the USA, 2000-2004. Indicata come il 9 ° massimo produttivo di 1.927 membri di facoltà clinico negli Stati Uniti, 2000-2004. Citation: Stewart, PK, Wu, YP and Roberts, MC (2007). Citazione:, PK, Wu, YP e Roberts Stewart, MC (2007). Top producers of scholarly publications in clinical psychology PhD programs. Journal of Clinical Psychology, 63(12), 1209–1215. primi produttori di pubblicazioni scientifiche in psicologia clinica programmi di dottorato. Journal of Clinical Psychology, 63 (12), 1209-1215.
* Nevada Psychological Association James Mikawa Psychologist of the Year Award, 2006 Nevada Psychological Association Mikawa psicologo James of the Year Award, 2006
* Distinguished Alumnus Award, Eberly College of Arts and Sciences, West Virginia University, 2000 Premio per l'eccellenza Alumnus, Eberly College of Arts and Sciences, University West Virginia, 2000
* Don F. Hake Award for Exemplary Contributions to Basic Behavioral Research and Its Applicaitons. Don F. Naselli Award per il contributo esemplare per la ricerca di base del comportamento e delle sue applicazioni. Division 25 (Experimental Analysis of Behavior) of the American Psychological Association, 2000 Divisione 25 (Analisi sperimentale del comportamento), della American Psychological Association, 2000
* Award for Excellence, Nevada Tobacco Prevention Coalition, 2001 Premio per l'eccellenza, Coalizione prevenzione del tabagismo Nevada, 2001
* University and Community College System of Nevada Regents´ Researcher Award (statewide researcher of the year in Nevada), 2000 Università e Community College System di Ricercatore 'Premio Regents Nevada (ricercatore in tutto lo stato dell' anno in Nevada), 2000
* University of Nevada, Reno Outstanding Researcher of the Year, 1997 Università del Nevada, Reno Ricercatore eccezionale dell'anno, 1997
* Fellow, American College of Mental Health Administration, 2002 Fellow, American College of Mental Health Administration, 2002
* Fellow, Western Psychological Association, 1993 Fellow, Western Psychological Association, 1993
* Fellow, American Association of Applied and Preventative Psychology, 1991 Fellow, Associazione Americana di Psicologia Applicata e preventiva, 1991
* Fellow, American Psycyological Society, 1989 Fellow, American Society Psycyological, 1989
* Fellow, Division 12 - Clinical Psychology of the American Psychological Association, 1986 Fellow, Divisione 12 - Psicologia Clinica dell'American Psychological Association, 1986
* Fellow, Division 25 - The Experimental Analysis of Behavior of the American Psychological Association, 1985 Fellow, Divisione 25 - L'Analisi sperimentale del comportamento della American Psychological Association, 1985
* Named University of Nevada Foundation Professor, 1992 Università nome della Fondazione il professor Nevada, 1992
* Listed by the Institute for Scientific Information and the American Psychological Society as 30th on the list of the top 50 psychologists inthe world as measured by citation impact during 1986-1990, 1992 Elencati dal Institute for Scientific Information e l'American Psychological Society come 30a nella lista dei 50 psicologi mondo inThe misurata in termini di impatto citazione durante 1986-1990, 1992

Major Offices Importanti uffici

* Chair, World Congress of Cognitive and Behavioral and Therapies Presidente, Congresso Mondiale della e comportamentali e terapie cognitive 2008-2011o:p> 2008-2011o: p>
* President, Association for Contextual Behavioral Science Presidente, Associazione per contestuali scienza del comportamento 2007-2008 2007-2008
* President, Association for Advancement of Behavior Therapy, 1996-1997 Presidente, Associazione per la promozione della terapia comportamentale, 1996-1997
* President, American Association of Applied Preventative Psychology, 1994-1996 Presidente, Associazione Americana di Psicologia Applicata preventiva, 1994-1996
* Vice-President, American Association of Applied and Preventative Psychology, 1993-1994 Vice-Presidente dell'Associazione Americana di Psicologia Applicata e preventiva, 1993-1994
* Secretary-Treasurer, American Psychological Society, 1988-1989 Segretario-Tesoriere, American Psychological Society, 1988-1989
* President, Division 25 (Experimental Analysis of Behavior), American Psychological Associaiton, 1986-1987 Presidente, Divisione 25 (Analisi sperimentale del comportamento), American Psychological Associaiton, 1986-1987

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miki_70
Inviato il: Martedì, 11-Gen-2011, 22:50
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Prima di continuare il programma vorrei postrvi questo scritto che trovo di fondamentale importanza per capire meglio la terapia ACT.

Acceptance and Commitment Therapy

LA BATTAGLIA CONTRO LA NOSTRA ESPERIENZA
Quando la sofferenza bussa alla tua porta e tu la informi che non c’è posto per lei, questa ti risponde di non preoccuparti perché ha portato uno sgabello. Chinua Achebe, da Arrow of God (1967, p. 84).

La sofferenza è connaturata all’esistenza umana, il rifiuto di questo presupposto comporta una lotta dolorosa, fonte di ulteriore patimento.

Quante persone, che conosciamo veramente bene, non hanno passato periodi in cui hanno lottato contro seri problemi psicologici o sociali, questioni relazionali, problemi lavorativi, ansia, depressione, rabbia, questioni di autocontrollo, problemi sessuali, paura di morire, ecc.? Per la maggior parte delle persone questa lista sarà breve.

I dati scientifici sui problemi umani confermano quest‘impressione. Ad esempio negli Stati Uniti, circa il 30% di tutti gli adulti ha un disturbo psichiatrico maggiore in questo determinato momento, circa il 50% avrà tale disturbo ad un certo punto della propria vita, e quasi l’80% di questi avrà più di un serio problema psicologico (Kessler et al., 1994). “Sulla base di questi dati, pensate al pranzo domenicale con la vostra famiglia di origine, siete a tavola, osservate i vostri cari, 1..2..3.., uno su tre sta vivendo un problema psicologico; oppure pensate alla vostra attuale famiglia e ai vostri figli, 1..2..3.., ai vostri fratelli, 1..2..3.., ai vostri amici, 1..2..3..” (rif. K. Wilson).

Quando le persone sono spaventate, quando provano ansia, tristezza, angoscia, o altre emozioni negative, quando pensano a se stesse come individui indegni, spesso si sforzano di annullare queste esperienze. Senza rendersene conto, programmano la propria vita in funzione del controllo delle loro emozioni: si tratta di una battaglia contro i propri eventi interni.

Poiché noi siamo il prodotto della nostra storia (biologica, educativa, esperienziale, caratteriale, ecc.) che non si può cancellare, gli sforzi orientati al controllo dell’esperienza sono in gran parte inefficaci e si ritorcono contro di noi, intrappolandoci in un’infruttuosa guerra contro noi stessi. In questo modo viene a crearsi un circolo vizioso che si auto amplifica, e che ci porta ad una sofferenza addizionale.

Questa tendenza verso il controllo/evitamento delle esperienze dolorose, è naturale, fa parte del corredo biologico dell’essere umano, è legata alla nostra intelligenza verbale ed è amplificata dalla moderna cultura occidentale.

L'ACT si basa su una teoria funzionale del linguaggio (Relational Frame Theory, Barnes-Holmes, Hayes & Dymond, 2001), che chiarisce come le modalità di funzionamento delle capacità linguistiche dell’essere umano, che gli conferiscono un’intelligenza superiore, implichino inevitabilmente anche un alto grado di sofferenza in molte situazioni. Infatti, il linguaggio, come abbiamo visto, intrappola le persone dentro futili tentativi di combattere contro la loro vita interiore.......

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miki_70
Inviato il: Martedì, 11-Gen-2011, 22:55
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....L'intelligenza verbale umana, prodotto dell'evoluzione, selezionata come un meccanismo di sopravvivenza, permette di pensare a pericoli che non sono immediatamente presenti e di mettere in atto strategie anticipatorie. Sin dall’infanzia, si è appreso ad utilizzarla con successo per agire sul mondo che ci circonda.

In linea con questi aspetti, l'intelligenza verbale funziona anche come un sistema che restringe considerevolmente le capacità dell'essere umano di entrare in contatto con il momento presente e gli apre la possibilità di evitare, non solamente situazioni esterne pericolose, ma anche stati interni sgradevoli.

Nelle situazioni di pericolo, la mente si comporta come un consigliere che afferma: "Scappa! Quando arriva l’ansia, scappa! Non devi provare quest'emozione, non devi sentirti così!".

Allo stesso modo, la mente ribadisce: "Non devi essere così, non devi avere questo problema ... per essere una buona persona non bisogna avere gli attacchi di panico! ".

Quando una persona soffre, la mente impone che quell’esperienza debba modificarsi: " Questo non sei tu, devi essere diverso!”.

La cultura occidentale moderna, inoltre, c’insegna che “normalmente” le persone stanno bene e che, se le cose non stanno così, c’è qualcosa che non va e questo “qualcosa” deve essere eliminato rapidamente. Qualsiasi sofferenza è vista come un incidente di percorso, una rottura dell’omeostasi, una condizione che deve essere subito eliminata per ripristinare uno stato di benessere.

Il tentativo di utilizzare questo modus operandi per comprendere i propri eventi interni, è una sfortunata conseguenza del modo di lavorare della mente. Quando s’incappa in un evento interno doloroso, si è portati a comportarsi come d’abitudine: lo si organizza e lo si risolve per sbarazzarsene. In realtà, gli eventi interni non sono del tutto simili ai problemi esterni e i tentativi di allontanare e di modificare pensieri e sentimenti che creano disagio, rappresentano spesso una modalità di coping controproduttiva.

Le capacità intellettive funzionano a meraviglia se si vuole eliminare un problema nel mondo esterno (se non mi piace l’abito che indosso, lo sostituisco con un altro). Se, invece, si cerca di rimuovere un disagio inerente la vita interiore, di sbarazzarsi d'un dolore, di dimenticare un ricordo triste, di convincersi che ciò che ci spaventa non accadrà, l’intelligenza è spesso inutile, a meno che il dolore non sia troppo forte, né troppo duraturo, che il ricordo non sia troppo insistente, né l'inquietudine troppo tenace.

Le situazioni in cui l'utilizzo dell'intelligenza verbale, come strategia di controllo del mondo interno, conduce a ciò che vorremmo, sembrano eccezioni che confermano la regola: pensieri, immagini mentali, emozioni, sensazioni fisiche, meno li vorremmo, più li avremo.

Tutte le persone cercano di smorzare le proprie esperienze dolorose e molte, a volte, si logorano per evitare situazioni penose. Tuttavia, dato che il dolore è parte basilare della condizione umana, non esiste un modo duraturo o produttivo di fuggire dalla sofferenza di una perdita o dalla frustrazione di desideri insoddisfatti. Sebbene i metodi utilizzati per controllare la propria sofferenza siano talora efficaci nel breve periodo, alla lunga questi conducono ad un incremento del malessere.

L'evitamento esperienziale o reticenza ad entrare in contatto con le esperienze interne spiacevoli (per esempio pensieri ed emozioni) o con le situazioni a queste collegate (Hayes, Wilson, Gifford, Follette, & Strosahl, 1996) sono considerati tra gli aspetti centrali nello sviluppo del modello psicopatologico e quindi terapeutico dell’ACT.

Questo atteggiamento di controllo/evitamento, porta all’instaurarsi di comportamenti rigidi e male applicati, orientati, per l’appunto, ad evitare, a fuggire, ad eliminare queste esperienze interne spiacevoli, anche quando ciò risulta essere nocivo.

Tutto ciò ha un duplice costo.

Innanzitutto, come già detto, ciò che facciamo nel tentativo di ridurre o rimuovere emozioni, pensieri, sensazioni o ricordi dolorosi, può persino amplificare la propria sofferenza. E’ possibile descrivere questo aspetto, introducendo i concetti di “dolore sporco” e “dolore pulito”.

Chiameremo “dolore pulito” quello che è naturalmente connesso alla vita di tutte le persone. A volte può essere forte, a volte tenue, secondo la propria storia, le circostanze ambientali in cui ci si trova, e così via. Il “dolore pulito” è ciò di cui non ci si può sbarazzare, il dolore che non sarà mai sotto controllo (ad es. quello che deriva da un lutto, un insuccesso, da una malattia, ecc.).

Il “dolore sporco”, invece, consiste nella sofferenza emotiva che deriva dai nostri sforzi per controllare i nostri sentimenti, nel tentativo di non provare dolore. Come conseguenza della fuga dagli eventi interni spiacevoli, viene a crearsi un nuovo set di sentimenti dolorosi. Questo “dolore sul dolore” è chiamato “dolore sporco”.

A questo proposito, la ricerca ha dimostrato che i tentativi di sopprimere i pensieri o emozioni problematici, creano un effetto boomerang, per cui i pensieri e le emozioni risultano incrementati (Hayes et al., 1996).

Come accade nel disturbo post traumatico da stress, gli sforzi per non pensare ad un ricordo doloroso, spesso portano ad elicitare il ricordo stesso.

La persona depressa che sta a letto tutto il giorno per fuggire dal fiasco della propria vita, conferma solamente di più il timore per i propri fallimenti.

Il panico è, almeno in parte, il risultato della lotta per non avere ansia. Abbandonare il dolore sporco o, in altre parole, smettere di manipolare quello pulito, non ci permetterà di eliminare tutto il dolore. Ma ci riporterà nella condizione di dolore pulito che la nostra storia ha stabilito per noi, né più, né meno.

Inoltre, una vita vissuta lottando per “sentirsi bene” (per non sentire gli eventi interni che ci spaventano), spesso non è vissuta al servizio dei propri valori più profondi. Solitamente, infatti, desideri e paure sono due facce della stessa medaglia: dietro ai nostri sogni, ai desideri e ai valori, stanno il timore di non poterli raggiungere o realizzare ed il dolore per il fallimento.....
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miki_70
Inviato il: Martedì, 11-Gen-2011, 22:59
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.....Agire nella direzione di questi valori è doloroso, è difficile, è come percorrere una strada irta d’ostacoli, è un percorso che può mettere a nudo le proprie vulnerabilità. Fuggire dalle proprie paure, significa allontanarsi dai propri valori.

La connessione tra dolore e valori spiega il motivo per cui l’evitamento esperienziale comporti un tale costo.



Metafora: la cotta a scuola

Ricorda il tempo in cui eri alle scuole superiori ed eri innamorato di qualcuno che ti ha respinto. Poi ricordarti come sembrava terribile il dolore a quel tempo? Per alcune persone, questo dolore ha portato a ferite indelebili, a un ripetersi di sfiducia nelle altre persone e ad evitare opportunità successive di vera intimità. Guarda al dolore della prima volta in cui sei stato rifiutato e poi chiediti: come sarebbe andata se realmente fosse normale, semplicemente soffrire quando perdiamo qualcosa? Tu hai pochissimo controllo riguardo al dolore nella tua vita. Le persone ti rifiuteranno, le persone moriranno, e succederanno cose brutte. Il dolore è una parte del vivere che nessuno di noi può evitare. Ma quello su cui tu hai controllo è se il dolore si trasformerà in trauma. Se tu non sei disponibile a soffrire, tu devi evitare il dolore. Ricordi come è stato duro per te, come adolescente, aprirti di nuovo dopo la prima volta che sei stato veramente rifiutato. Ma se tu non ti apri, il danno continua e continua ancora. Metafora tradotta e adattata da:

L’ACT punta specificatamente a lasciare andare (abbandonare) questo controllo volto a sbarazzarsi delle esperienze di cui, in realtà, non ci si può disfare. Piuttosto che incrementare la sofferenza, intraprendendo sforzi nella direzione del controllo, l’ACT offre un’alternativa che aiuta i pazienti ad entrare in contatto con le esperienze negative, abbandonando sforzi rigidi o eccessivi di modificare l’esperienza stessa. Questa alternativa è la disponibilità.

Riassumendo, nell’ACT, l’accettazione è basata sulla nozione che, di regola, il tentare di sbarazzarsi del proprio dolore, porta solamente ad amplificarlo, intrappolando ancora di più le persone in esso e trasformandolo in qualcosa di traumatico. Nel frattempo, il proprio progetto di vita viene messo da parte.

Al posto dell’evitamento/controllo, l’ACT cerca di favorire l'accettazione della vita interiore (pensieri, immagini, sensazioni) anche quando è sgradevole, nelle situazioni in cui l’evitamento condurrebbe a rinunciare ad azioni corrispondenti ai valori scelti dalla persona o a persistere in azioni contrarie a questi.



LE SABBIE MOBILI PSICOLOGICHE

Metafora: le sabbie mobili

Supponiamo di incontrare, durante una passeggiata, una persona intrappolata nelle sabbie mobili; non ci sono né funi né rami che possano aiutarci a raggiungerla e a tirarla fuori. L’unico modo per soccorrerla, consiste nel comunicare con lei. La persona continua ad urlare: ”Aiutami ad uscire!!” e comincia a fare ciò che farebbero tutti se fossero bloccati in qualcosa di spaventoso e pericoloso: comincia a lottare strenuamente per uscire, per scappare.

Quando ci si imbatte in qualcosa da cui ci si vorrebbe allontanare (o da cui si vorrebbe uscire), che siano rovi o una pozzanghera fangosa, nel 99,9% dei casi, camminare, scappare, saltare, tirarsi fuori, allontanarsi dal problema possono rivelarsi azioni efficaci.

Questo, però, non vale per le sabbie mobili. Per saltare fuori da qualcosa è necessario alzare un piede e muoverlo in avanti. Ma quando si è bloccati nelle sabbie mobili questa è davvero una cattiva idea. Infatti, alzando un piede, tutto il peso del corpo rimane solo sulla metà della persona; questo significa che la pressione che spinge in giù il corpo raddoppia istantaneamente. In più, il vuoto creato dal piede che si alza, spinge ancora più giù il resto del corpo. Il risultato finale di quest’azione, assolutamente naturale e funzionale in altri casi, è quello di fare sprofondare sempre più la persona nelle sabbie mobili.

Se osserviamo una persona bloccata nelle sabbie mobili, possiamo vedere questo processo in modo chiaro. In questa situazione c’è qualcosa che possiamo urlare alla persona, per aiutarla? Se sapessimo come funzionano le sabbie mobili, dovremmo urlarle di smetterla di dimenarsi per uscire, e di provare a distendersi, braccia e gambe larghe, per massimizzare il contatto con la superficie del fango. Solo in questa posizione la persona potrebbe non sprofondare e salvarsi. Se si cerca di uscire, di salvarsi dalle sabbie mobili, è assolutamente controintuitivo massimizzare il contatto del proprio corpo con esse. Ma chi continua a dimenarsi per uscirne, non capisce che la cosa più saggia e più sicura da fare in queste occasioni è proprio stare con il fango. Metafora tradotta e adattata da: Hayes, S. (2005), Get out of your mind and into your life.

La vita di ogni persona può essere molto simile a questa situazione, eccetto forse che per un fattore: le sabbie mobili che troviamo dentro di noi (nella vita umana), spesso, sono senza fine. La causa della longevità delle preoccupazioni più profonde delle persone, sta nel fatto che i normali metodi utilizzati per risolvere i problemi sono, in realtà, parte del problema, proprio come il dimenarsi per tentare di liberarsi dalle sabbie mobili.



APPARENZA ED ESSENZA DEI PROBLEMI PSICOLOGICI

Metafora: il campo di battaglia

Metaforicamente, la distinzione tra la funzione di un problema psicologico e la forma che prenderà nella vita di una persona, può essere paragonata alla situazione di una persona che combatte una guerra fallimentare su di un campo di battaglia. La persona combatte sempre più duramente perché ritiene che perdere sarebbe devastante e che risulterebbe impossibile vivere una vita soddisfacente, a meno che non si vinca.

Tuttavia, questa persona non si rende conto di poter lasciare il campo di battaglia in qualsiasi momento, cominciando a vivere la propria vita. La guerra potrebbe proseguire ancora, e il campo di battaglia potrebbe essere ancora visibile. Ma il risultato della guerra non sarebbe più così importante e l’apparente sequenza logica di dover vincere la guerra prima di cominciare davvero a vivere, verrebbe abbandonata. Metafora tradotta e adattata da: Hayes, S. (2005), Get out of your mind and into your life.

Questa metafora intende illustrare la differenza tra l’apparenza dei problemi psicologici e la loro reale essenza: la guerra sembra quasi uguale, sia che si combatta, sia che la si osservi semplicemente. La sua apparenza rimane la stessa. Ma il suo impatto – la sua effettiva essenza – è profondamente diversa. Combattere per la propria vita non è lo stesso che vivere la propria vita. Ironicamente, le ricerche suggeriscono che quando l’essenza cambia, anche l’apparenza può cambiare. Quando i combattenti lasciano il campo di battaglia e lasciano che la guerra si prenda cura di se stessa, questa può persino smorzarsi.

L’ACT si focalizza sull’essenza, non sull’apparenza del problema. Imparare ad approcciare le proprie angosce in un modo fondamentalmente diverso può cambiare l’impatto che hanno sulla vita. Anche se l’apparenza dei sentimenti o dei pensieri angoscianti non cambia (ma a volte può succedere), seguendo le strategie ACT l’essenza dell’angoscia psicologica, cioè il suo impatto, cambierà.

Il paziente non otterrà aiuti per vincere la guerra contro il proprio dolore, ma potrà accingersi ad abbandonare la terribile battaglia che è nella propria mente, e ad iniziare a vivere la vita che davvero desidera.



Metafora: l’uomo nella buca

La situazione sembra un po’ questa. Immagina di essere messo in un campo, bendato, e che ti diano una piccola borsa degli attrezzi da portare. Ti viene detto che il tuo lavoro è quello di correre su questo campo, bendato. Questo è il modo in cui si deve vivere. E così tu fai quello che ti è stato detto. Ora, una cosa che tu non sai è che in questo campo ci sono buche abbastanza ampie e piuttosto profonde. All’inizio non lo sai, sei inesperto. Così inizi a correre in giro e prima o poi ti ritrovi in una grande buca. Esplori un po’ intorno e quasi certamente non puoi arrampicarti fuori e non ci sono vie d’uscita da trovare. Probabilmente quello che faresti in una situazione così difficile è prendere la borsa degli attrezzi che ti è stata data e vedere cosa c’è dentro. Ora, supponi che l’unico attrezzo nella borsa sia una pala. Così inizi a scavare, ma presto ti accorgi che non sei fuori dalla buca. Così provi a scavare sempre più velocemente. Ma sei ancora nella buca. Così provi a usare badilate più grandi, o più piccole, o a buttare la terra lontano o vicino. Ma sei ancora nella buca. Tutto questo sforzo, tutto questo lavoro e, ‘stranamente’, la buca è solo diventata sempre più grande. Non è questa la tua esperienza? Così tu sei venuto per vedermi pensando “Forse lui ha una pala davvero enorme - una pala d’oro.” Bene, non ce l’ho. E anche se l’avessi non la userei, perché scavare non è una strada per uscire dalla buca, scavare è ciò che crea le buche. Quindi è possibile che l’intera ‘agenda’ (progetto?) sia senza speranza – non puoi scavarti una via di uscita, questo ti fa solo sprofondare. Metafora tradotta e adattata da

In definitiva, ciò che viene chiesto dall’ACT, è un fondamentale cambiamento di prospettiva: uno spostamento nel modo in cui viene considerata la propria esperienza personale. Non c’è la promessa che ciò cambierà velocemente quello che la depressione, la rabbia, l’ansia, lo stress, o la scarsa autostima sembrano; per lo meno, non subito. Tuttavia, le ricerche hanno dimostrato che il ruolo di questi problemi, come barriera nella propria vita, può essere cambiato, e talora può cambiare abbastanza rapidamente.

I metodi ACT forniscono nuove modalità per approcciare le difficoltà di natura psicologica. Questi nuovi approcci possono cambiare l’attuale essenza dei propri problemi psicologici e l’impatto che essi hanno sulla vita.

Questo aspetto è fondamentale, risponde a tante critiche e perplessità. L’ACT aiuta il paziente a comprendere che il disagio che vive, non è per forza un ostacolo assoluto ed insuperabile al vivere la propria vita.

La persona non deve fermarsi all’apparenza del problema e farsi guidare solo da questo per decidere come progettare la propria vita. L’ACT insegna a guardare oltre l’ostacolo, ad osservare i propri desideri, i valori e i progetti di vita, a comprendere che spesso sulla strada per la realizzazione personale stanno gli ostacoli, il dolore, la paura. L’ACT aiuta le persone ad utilizzare i valori e i desideri come fari per segnalare la via durante la tempesta.


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miki_70
Inviato il: Mercoledì, 12-Gen-2011, 19:54
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ESPOSIZIONE


Il Disturbo di Panico è caratterizzato da episodi di ansia intensa con pensieri catastrofici (paura di morire, di avere un malore, di svenire, di impazzire, di perdere il controllo, di fare qualcosa di imbarazzante) e dalla costante preoccupazione di avere un nuovo attacco e/o dal cambiamento significativo dello stile di vita in funzione del timore di avere nuovi attacchi.

Come si vede, persino gli asettici criteri diagnostici del Disturbo di Panico sottolineano che la mera evenienza di attacchi di panico non è sufficiente per porre la diagnosi del disturbo e che è necessario che la persona sviluppi evitamenti o altri comportamenti al servizio del timore di questi attacchi.

Come abbiamo visto, infatti, non sono gli attacchi in se a determinare il problema, ma la risposta della persona a questi eventi.

Se la risposta consiste nel programmare la propria vita sempre più in funzione dell'evitamento, del tentativo di controllo, insomma della lotta contro l'ansia e gli attacchi di panico, si determinano le condizioni perchè il disturbo si manifesti.

In questa sezione proponiamo tre tipi di esercizi di esposizione specifici per il panico.




Esposizione interocettiva

Frequentemente vi sono alcune sensazioni corporee che sono altamente temute in quanto legate all'idea di avere un attacco di panico.

Alcuni esempi molto frequenti sono:

. palpitazione e batticuore
. senso di fame d'aria
. vertigini e sensazioni di sbandamento
. senso di confuione
. tremore

Ma possono esservi un gran numero di altre sensazioni più o meno definite che vengono "interpretate" come l'inizio di un attacco di panico. Naturalmete, nel mometo in cui queste sensazioni compaiono, cresce il timore di avere un attacco di panico, l'ansia cresce, e dunque la previsione sembra avverarsi e ciò fa crescere l'ansia ulteriormente.
Il seguente esercizio consiste nella esposizione a queste sensazioni ed alla accettazione dei pensieri ed emozioni che eventualmente suscitano.
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miki_70
Inviato il: Mercoledì, 12-Gen-2011, 20:12
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Esposizione Interocettiva


. Individua il tipo di sensazione da te temuta maggiormente.
. Definisci le azioni che possano attivare queste sensazioni.

Ad esempio, è possibile avere una lieve tachicardia salendo le scale, avvertire la fame d'aria respirando attraverso una cannuccia, avvertire un senso di confusione o di vertigine respirando profondamente per alcuni secondi, procurarsi dei lievi tremori con uno sforzo isometrico (come premere contro una parete).

. Porta la tua attenzione al respiro e al corpo, momento dopo momento, e svolgi l'attività che stimola quelle sensazioni fisiche.
. Durante l'esposizione, esegui la respirazione lenta controllata e rimani in contatto con il respiro, aria dentro, aria fuori, momento dopo momento.

Dopo un pò non c'è alcuna necessità di controllare il respiro, o di manipolarlo.
Osserva il respiro esattamente come avviene. Nota in particolare le sensazioni che provengono dalla pancia.

. Nota e osserva le sensazioni corporee. In cosa precisamente consistono? Dove le senti?
. Nota e osserva l'eventuale insorgere di pensieri, emozioni e sensazioni di "urgenza" di uscire dalla situazione. Ripeti dentro di te i pensieri di "fuga" dalla situazione appena li noti, facendoli precedere dalla espressione:" Sto avendo il pensiero che....."

Ad esempio:" Sto avendo il pensiero che mi verrà un attacco di panico", "Sto avendo il pensiero che starò male", "Sto avendo il pensiero che devo smettere questo esercizio", "Sto avendo il pensiero che non posso farcela".

. Quando la tua attività non desta più interesse, lasciala pure andare e, continuando a rimanere in contatto con il respiro, porta la tua attenzione sull'ambiente che ti circonda, momento dopo momento: ciò che ascolti e percepisci.

Nota: questo esercizio deve essere svolto sotto supervisione medica in caso di epilessia, disturbi dell'apparato respiratorio e del cuore.
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miki_70
Inviato il: Mercoledì, 12-Gen-2011, 20:30
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Esposizione alle situazioni temute


Tornando alla tua mappa della vita, quali sono le situazioni che hai evitato ed eviti, e che invece è importante per te affrontare? Guidare l'auto? Viaggiare? Parlare in pubblico? Entrare in luoghi chiusi o affollati? Andare a piedi in luoghi aperti?

Programma di esporti ad una di queste situazioni. Se ce ne sono diverse, scegli quella che è legata ad un' area della vita in cui è importante per te dare la direzione che tu vuoi.

. Durante l'esposizione, esegui la respirazione lenta controllata e rimani in contatto con il respiro, aria dentro, aria fuori, momento dopo momento.

Dopo un pò non c'è alcuna necessità di controllare il respiro, o di manipolarlo.
Osserva il respiro esattamente come avviene. Nota in particolare le sensazioni che provengano dalla pancia.

. Nota e osserva le sensazioni corporee. In cosa precisamente consistono? Dove le senti?
. Nota e osserva l'eventuale insorgere di pensieri, emozioni e sensazioni di "urgenza" di uscire dalla situazione. Ripeti dentro di te i pensieri di "fuga" dalla situazione appena li noti, facendoli precedere dalla espressione :"Sto avendo il pensiero che..."

Ad esempio:" Sto avendo il pensiero che non ce la faccio", "Sto avendo il pensiero che devo uscire subito da qui".

. Terminata l'esposizione, matieni l'attenzione al tuo presente, all'ambiente che ti circonda, e alle sensazioni corporee.
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miki_70
Inviato il: Mercoledì, 12-Gen-2011, 20:43
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Rinuciare agli "amuleti"


E' possibile che tu attribuisca ad alcuni "oggetti speciali" la funzioni di rassicurarti.

Vi sono moltissimi esempi possibili di questi "amuleti" personali: vie di fuga, ospedali, centri medici, accompagnatori (si, anche gli accompagnatori sono degli amuleti), scatoletta o boccettina di farmaci. Sebbene possano apparire come dei piccoli vezzi senza molta importanza, in realtà, questi oggetti rassicuranti sono un ostacolo serio al tuo programma.

La prova che non si tratta di azioni di poca importanza è data dal vigore con cui eventualmete stai protestando ora all'idea di sbarazzartene.

Naturalmente sei tu a scegliere il tempo ed il luogo. Sei tu a dirigere il gioco. Ma liberarti dagli amuleti è un obbiettivo di grande importanza per sperimentare davvero un atteggiamento di accettazione dei tuoi pensieri, emozioni e sensazioni fisiche.

La rinucia agli amuleti può essere programmata con le esposizioni precedenti.

Scegli il tempo ed il luogo, accertati che non hai "amuleti nascosti", come ad esmpio una stradina secondaria da cui si può sempre "fuggire", oppure un amico medico della zona.
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miki_70
Inviato il: Mercoledì, 12-Gen-2011, 21:36
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Ancora "ostacoli" della mente


E' possibile, a questo punto, che la mente si metta subito in moto e presenti immediatamente una serie di ostacoli al tuo piano.

Ad esempio, per fare dei colloqui di lavoro può essere necessario prendere l'auto, e la mente può dirti:"Non puoi prendere l'auto, ti verrà un attacco di panico", oppure:" Non puoi partecipare a quel master, è troppo lontano", Oppure, la tua mente potrebbe dirti:" Non puoi dedicarti al tuo hobby, staresti continuamente a preoccuparti", etc, etc.

A questo punto è importante per te riconsiderare tutto il lavoro svolto fin qui ed il lavoro che stai svolgendo giorno dopo giorno.

Grazie al tuo lavoro, probabilmente ti è più chiaro che il vero ostacolo non sono queste preoccupazioni, ma la tua risposta ad esse!

Qual è la tua risposta a questi pensieri, a queste emozioni e a queste sensazioni?

In che direzione va la tua risposta? Va verso le cose che per te sono imprtanti nella vita, oppure se ne allontana?

Rispondi alle seguenti domande:

Cosa ti suggeriscono queste preoccupazioni? In che direzione ti portano? Ti indirizzano verso i tuoi valori, oppure ti catturano in una lotta contro la sofferenza?

In che direzione sei andato quando hai dato ascolto ai loro suggerimenti? Verso i tuoi valori, o verso le preoccupazioni?

Cosa ti suggeriscono i tuoi valori?

Che suggerimento daresti tu a qualcuno che ami? Cosa suggeriresti di fare ai tuoi figli, compagno/a, etc?

La mente è una vigorosa macchina del linguaggio. E la funzione del linguaggio è di allontanarci dalla esperienza diretta per proiettarci in una realtà virtuale che, nonostante la sua vividezza, non è quella che noi vediamo, acoltiamo, odoriamo e tocchiamo nella nostra esperienza presente.
Possiamo renderci conto della funzione della macchina del linguaggio pensando a quante cose incredibili è in grado di fare la nostra mente. Strade, ponti, grattacieli, automobili, aerei, computer, l'esplorazioni nello spazio, l'utilizzo dell'energia nucleare, l'esplorazione della genetica umana, le leggi dllo stato, sono tutti esempi di come il linguaggio possa progettare realtà al momento inesistenti.

Tutto questo può essere dunque molto efficace ed efficiente quando i progettisti di computer, gli architetti, gli ingegneri, gli educatori e di genitori devono poter "vedere", "manipolare" e "trasmettere" cose che al momento non esistono e non sono sperimentabili fisicamente.

Tuttavia, la potenza del linguaggio diventa molto limitante quando l'allontanamento dalla nostra esperienza diretta è proprio la fonte dei nostri problemi.

Quando si soffre di ansia, il vero problema è che noi ci precludiamo ogni esperienza dell'ansia per quella che è, e dunque temiamo qualcosa che ha costruito il linguaggio, non la cosa in sè.

Questa costruzione della mente non è in se stessa buona o cattiva, è semplicemente il modo in cui la mente organizza la relazione tra le cose. E' grazie a questa capacità della mente che siamo in grado di generare infinite frasi, infiniti significati, infiniti progetti, e di tarsmetterli ad altri e a comprenderli.

Ringraziamo allora il lavoro della mente, senza prenderlo necessariamente alla lettera.
E osservaimo la nostra realtà in modo diretto.

Un esempio della potenza illusoria del linguaggio è la parola "ma" utilizzata per descrivere una relazione di contapposizione tra due eventi.

Possiamo allora notare che se gli eventi contrapposti sono pensieri, emozioni e sensazioni, si genera una regola per cui viene potentemente deformata l'esperienza diretta: viene esclusa la possibilità che i due elementi convivano, sebbene essi siano evidentemente entrambi oggetto dell'esperienza.

La persona sperimenta ed esprime entrambi gli eventi, il linguaggio dice: o l'uno, o l'altro.

Consideriamo le seguenti espressioni:


"Vorrei prendere l'auto, ma ho paura."

" Ce la sto mettendo tutta a volermi bene, ma la rabbia è forte."

"Mi piacerebbe avere qualche desiderio anche minimo, ma sono disperato."

"Vorrei smettere di comportarmi così, ma temo di non farcela."

"Provo a continuare, ma provo una grande stanchezza."

"Vorrei dirgli delle cose carine, ma sento un peso qui, sullo stomaco."


Qui il linguaggio fa il suo lavoro presentandoci una realtà dalla coerenza stringente (quanto arbitraria) in cui se c'è una cosa non c'è l'altra:" O pendo l'auto, oppure ho paura", ne consegue che siccome ho paura, allora non prendo l'auto!

Molto interessante, e quasi comico, è il terzo esempio in cui l'espressione "Mi piacerebbe avere un qualche desiderio anche minimo" è chiaramente un desiderio, ma viene negato dal "ma" della espressione contrapposta: se sono disperato, non sto avendo un pensiero di desiderio!

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miki_70
Inviato il: Mercoledì, 12-Gen-2011, 21:54
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Prova ora a fer il seguente esercizio.


. Individua delle aerre della tua vita in cui sarebbe utile per te impegnarti di più, e nota se nelle tue eventuali obiezioni è presente la parola "ma".

. Sostituisci i "ma" con la parola "e".


Ad esempio:

"Vorrei prendere l'auto, e ho paura."
" Ce la sto mettendo tutta a volermi bene, e la rabbia è forte."
"Mi piacerebbe avere qualche desideiro anche minimo, e sono disperato."
"Vorrei smettere di comportarmi così, e temo di non farcela."
"Provo a continuare, e sento una gran stanchezza."
"Vorrei dirgli delle cose carine, e sento un peso qui, sullo stomaco."


Come ti risuonano queste frasi?


Grazie a questo esercizio, abbiamo scelto intenzionalmente di decsrivere una realtà più vicina all'esperienza diretta, invece di essere subalterni all'arbitrarietà di una rete di relazioni.

Queste frasi inoltre hanno un pregio: descrivono abbastanza accuratamente il valore dell'esposizione.

L'esposizione (che è il contrario dell'evitamento) consiste, infatti, nell'affrontare intenzionalmente alcune azioni, circostanze o situazioni esterne, e di provare ansia.

Molto prima che nascesse questo tipo di programma, l'esposizione si è imposta come strumento terapeutico di grande efficacia per il trattamento di molti problemi psicologici, ed in particolare per i problemi di ansia, e pur essendo parte dello strumentario tecnico della psicoterapia comportamnetale, non esiste praticamente alcun modello di psicoterapia che non ne riconosca l'importanza.
Nel corso degli anni si sono accumulate numerosissime prove della sua efficacia, e non è un caso che anche nelle più recenti espressioni della terapia cognitivo comportamentale l'esposizione abbia un ruolo centrale.

L'esposizione ha lo scopo di:

1. Distogliere le nostre energie dalla lotta inutile e dannosa contro l'ansia, ed impegnarci per la nostra vita, perchè ciò che è veramente importante per noi.

2. Assumere un atteggiamento di accettazione e consapevolezza della nostra realtà interna, invece di fuggirla.

3. Apprendere a riconoscere i processi della nostra mente e a distinguerci da essi.


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